Padania: trent’anni dopo il mito, resta la domanda di autonomia
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Il 15 settembre 1996 Umberto Bossi proclamava l’indipendenza della Padania: una dichiarazione priva di valore legale, culmine della stagione secessionista della Lega. Era una risposta sbagliata a problemi reali, perché la domanda di responsabilità territoriale è sempre attuale.
Il 15 settembre 1996, trent’anni fa, Umberto Bossi saliva sul palco di Venezia per pronunciare una delle dichiarazioni più clamorose della storia politica della Repubblica italiana. Davanti ai militanti della Lega Nord, al termine di una manifestazione iniziata sulle sorgenti del Po, proclamava l’indipendenza e la sovranità della Padania: «Noi popoli della Padania solennemente proclamiamo: la Padania è una repubblica federale indipendente e sovrana». Sul piano giuridico non accadde nulla. La dichiarazione era priva di valore legale, non fu riconosciuta da alcuno Stato e non produsse conseguenze istituzionali. Sul piano politico, invece, fu il momento culminante della stagione secessionista della Lega e di un progetto che aveva trasformato il malessere di una parte del Nord in una sfida diretta allo Stato italiano.
La scenografia era studiata nei dettagli. Il 13 settembre Bossi aveva raggiunto Pian del Re, sul Monviso, dove nasce il Po, e raccolto l’acqua del fiume in un’ampolla di vetro di Murano. Era iniziata una sorta di pellegrinaggio politico lungo il corso del fiume, con discorsi a Moncalieri, Boretto e Borgoforte. Il Po diventava così il simbolo di una comunità che la Lega voleva trasformare da realtà geografica in popolo e quindi in nazione. Non era soltanto folklore. Bandiere, Sole delle Alpi, rituali e persino la scelta di Venezia rispondevano alla volontà di costruire un’identità collettiva. Se esisteva una nazionalità padana, sosteneva la propaganda leghista, poteva esistere anche una nazione padana. Il passaggio dalla protesta contro Roma alla costruzione di un’identità politica autonoma era il cuore della strategia.
Il 15 settembre, a Venezia, il cerimoniale raggiunse il culmine con l’ammainabandiera del Tricolore e l’alzabandiera del vessillo con il Sole delle Alpi. Per alcuni militanti fu un momento storico; per altri, anche all’interno del movimento, una rappresentazione eccessiva e quasi teatrale. La Lega, tuttavia, aveva ottenuto ciò che cercava: occupare la scena politica e mediatica nazionale. La mobilitazione provocò reazioni immediate. Gianfranco Fini organizzò a Milano una manifestazione in difesa dell’unità nazionale, mentre Forza Italia contrappose alla secessione la prospettiva del federalismo. L’Italia politica si trovava improvvisamente a discutere non più soltanto di tasse e burocrazia, ma della possibilità stessa di dividere il Paese.
La svolta secessionista nasceva da una stagione di forti tensioni. Dopo l’uscita dal primo governo Berlusconi, nel 1994, la Lega aveva accentuato la contrapposizione con Roma e con il sistema politico nazionale. Nel 1996 arrivò la proclamazione veneziana; nel 1997 il referendum autoconvocato sulla Padania, privo di valore legale, che secondo gli organizzatori vide quasi cinque milioni di partecipanti e il 97 per cento di voti favorevoli. In ottobre seguirono le cosiddette elezioni padane e la costruzione di istituzioni provvisorie. Era, in larga misura, la costruzione di uno Stato immaginario. Ma sarebbe riduttivo liquidare quella stagione come semplice folklore. Il successo della Lega intercettava problemi reali: la richiesta di maggiore autonomia, la protesta contro l’inefficienza della macchina pubblica, il peso della pressione fiscale e la sensazione che le aree economicamente più dinamiche del Paese avessero poco peso nelle decisioni nazionali. Il problema fu la risposta politica. Trasformare quelle esigenze in una nuova identità nazionale padana e, soprattutto, nella prospettiva della secessione era una strada difficilmente percorribile. La Padania non era una nazione nel senso storico e politico del termine e il tentativo di costruire un popolo attraverso simboli e rituali non riuscì a superare le differenze presenti nello stesso Nord.
Il tramonto arrivò gradualmente. Dal 2000 Bossi accantonò il progetto secessionista per concentrarsi su federalismo, devolution e federalismo fiscale. Con Matteo Salvini la trasformazione sarebbe diventata definitiva: la Lega si sarebbe presentata come forza nazionale e nel 2018 il riferimento alla Padania e alla secessione sarebbe stato eliminato dallo statuto della Lega per Salvini Premier.
Ma il fallimento della Padania non significa necessariamente il fallimento delle ragioni che contribuirono a farla nascere. La secessione era una strada sbagliata e lo smembramento dell’Italia non era realisticamente percorribile. La domanda di autonomia, responsabilità territoriale, efficienza amministrativa e valorizzazione delle economie locali, però, non è scomparsa. L’Italia resta un Paese fortemente centralista e continua a confrontarsi con il problema di come conciliare solidarietà nazionale e responsabilità nell’utilizzo delle risorse pubbliche. È una questione che non dovrebbe trasformarsi in una contrapposizione permanente tra Nord e Sud, né ridurre il Mezzogiorno allo stereotipo dell’assistenzialismo.
Da questo punto di vista tornano attuali alcune intuizioni di Gianfranco Miglio, ideologo della prima Lega, che immaginava un’Italia organizzata in grandi aree territoriali dotate di ampia autonomia. La sua teoria delle tre macroregioni apparteneva a un progetto diverso da quello odierno, ma poneva una domanda ancora aperta: può un Paese così territorialmente disomogeneo essere governato efficacemente attraverso un modello troppo uniforme e centralizzato? Trent’anni dopo Venezia, la risposta non passa più dalla nascita della Padania. Passa dalla capacità di costruire un’Italia nella quale le differenze territoriali siano una risorsa e non un problema da cancellare. Il Nord non ha bisogno di proclamarsi indipendente per far valere le proprie ragioni. A Venezia, nel 1996, veniva proclamata una Repubblica che non sarebbe mai esistita. La Padania è tramontata, ma alcune delle domande che ne alimentarono il successo sono ancora sul tavolo. La sfida, oggi, è trasformare quelle esigenze in un progetto di autonomia e responsabilità capace di rafforzare, e non di dividere, l’Italia.


