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Originalità del cristianesimo e libertà secondo Péguy

Il fazzoletto di Véronique è un’ampia antologia della produzione saggistica dello scrittore, giornalista e poeta francese Charles Péguy, in cui sono condensate un’acuta analisi del pensiero moderno e profonde riflessioni sull’originalità del cristianesimo e la libertà umana.

«Ogni azione, ogni vita, ogni essere, che sempre e per definizione è reale, rifugge, quanto più possibile, come la più nemica, ogni conoscenza intellettuale, ma assorbe, come se fosse se stessa, ogni conoscenza reale». Di conseguenza, ogni conoscenza soltanto ‘intellettualoide’, che non sia radicata nella realtà, «non è nemmeno conoscenza». In questa scarsa considerazione della realtà Charles Péguy individua la matrice ideologica del pensiero moderno, troppo spesso così disancorato da un’esperienza autentica e dunque dalla possibilità di una vera conoscenza.

Ne Il fazzoletto di Véronique (Cantagalli e EuPress FTL, pp. 592) viene raccolta la produzione saggistica dello scrittore francese noto in Italia decisamente più come poeta. Quest’ampia antologia della prosa, con prefazione di Julián Carrón e a cura di Pigi Colognesi, in cui è condensata un’attenta disanima critica del pensiero moderno insieme a intense riflessioni sull’orginialità del cristianesimo e la grandezza della libertà umana, intende colmare dunque proprio tale lacuna del nostro panorama editoriale.

Il giovane Péguy è un appassionato giornalista, un ateo socialista e strenuo difensore di Dreyfus quando scoppia il famoso affaire. Egli riconosce da un lato con indubbia onestà intellettuale che «la mortalità dell’anima sia un’affermazione metafisica», che insomma il materialismo sia in fondo «una metafisica tra le metafisiche»; mentre dall’altro resta dell’idea che «vale di più un’inquitudine o anche un timore sincero di una speranza religiosa».

Eppure lo scrittore francese si accorge presto che il pensiero moderno «è un blocco dottrinario dimentico della realtà». Infatti il filosofo sistematico punta a «dare dimostrazione di sé», laddove al contrario «un realista non dà mai tali dimostrazioni: come potrebbe darle? Quando ha ragione, tutti sanno bene che non è lui ad avere ragione, perché è la realtà che è in lui ad avere ragione; seguire la realtà, devotamente: non è difficile seguire la realtà; tutti possiamo fare altrettanto, seguire la realtà».

Dall’attenzione alla realtà al riconoscimento dell’avvenimento cristiano il passo è breve. «Un Dio, amico mio, Dio si è scomodato. Dio si è sacrificato per me. Ecco qua del cristianesimo». Si tratta di «un avanzamento infinito», di un «salto infinito». Così Péguy riscopre l’originalità della fede cristiana. «Venne Gesù. Doveva fare tre anni. Fece i suoi tre anni. Ma non perse i suoi tre anni, non li usò per piagnucolare e accusare la cattiveria dei tempi. Eppure c’era la cattiveria dei tempi, del suo tempo. Arrivava il mondo moderno, era pronto. Lui vi tagliò (corto). Oh, in un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. Non incriminò il mondo. Salvò il mondo. Sulla sabbia del secolo si versava inesauribile una fonte, una fonte di grazia».

Il mondo moderno nega infatti la possibilità che carnale e temporale possano avere a che fare con lo spirituale e l’eterno. Tuttavia, «se disgraziatamente il cristianesimo venisse dimostrato con ragioni logicamente rigorose, tutti i ragionatori si troverebbero logicamente costretti a entrarvi. E la libertà cadrebbe». La fede è invece proprio un’accorato appello alla libertà umana da parte della libertà divina: «A questa libertà, a questa gratuità ho sacrificato tutto, dice Dio, al gusto che ho di essere amato da uomini liberi, liberamente, gratuitamente, da veri uomini, virili, adulti, fermi». Tale logica di libertà è pienamente espressa nello stesso mistero dell’Incarnazione del Verbo: «È per un pieno gioco della sua libera volontà che si è fatto uomo. Tutto l’avvenimento della sua vita e del suo martirio e della sua morte era libero, consenziente, volontario e voluto. Fino all’ultimo momento era libero di non morire per la salvezza del mondo».

In questa prospettiva Cristo, «anima carnale», «è qui tra noi in tutti i giorni della sua eternità», «viene a sedersi alla nostra tavola e mangia il nostro pane solo per dare il Pane eterno». Di conseguenza, «il cristiano non è definito dal livello, ma dalla comunione. Non si è cristiani perché si è a un certo livello morale, intellettuale, persino spirituale. Si è cristiani perché di una certa razza spirituale e carnale, temporale ed eterna, di un certo sangue». Il cattolico è, in sostanza, «un ragazzo che sa molto bene di essere sulla giusta strada spirituale e prova gioia a consultare i cartelli indicatori, scoprendo che è un piacere per lui il cartello che c’è per tutti».

Péguy è anche il cantore della «principessa-bambina» delle virtù teologali, la Speranza, poiché «lei è la fonte di vita, perché è lei che costantemente disabitua. Lei è il germe. Di ogni nascita spirituale. Lei è la sorgente e lo zampillo della grazia, poiché è lei che sveste costantemente da quel rivestimento mortale dell’abitudine. Dato che è piccola, si potrebbe pensare che abbia bisogno delle altre. Per camminare. Ma sono le altre invece che hanno bisogno di lei. E sono ben contente di darle la mano. Per camminare. Perché senza di lei la Fede si sarebbe abituata al mondo e senza di lei la Carità si sarebbe abituata al povero. E così la Fede senza di lei e senza di lei la Carità, ciascuna a propria volta, si sarebbero abituate anche a Dio».

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