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IL CASO PIFFERI

Non sgridarmi. Il dramma di una società bambina

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Proprio perché responsabile, l’uomo adulto sa che le azioni hanno delle conseguenze: i bambini no. Considerazioni a margine del caso Pifferi a partire dall'agghiacciante frase rivolta al giudice: «Non mi sgridi». 

Editoriali 23_09_2023

Torna alla ribalta il caso Pifferi, dal nome della donna di 37 anni che ha lasciato la propria bambina di 18 mesi da sola, in casa, con un biberon di latte o poco più. Ovviamente, la bambina è morta di stenti.

La consulente della difesa, che ha somministrato alla donna un test del QI, ha dichiarato che la sua cliente «ha un ritardo mentale e un QI di 40, al limite tra l'insufficienza mentale media e l'insufficienza mentale grave». Questa diagnosi è stata avvalorata dall’atteggiamento della Pifferi in aula, che si è rivolta al pubblico ministero con queste agghiaccianti parole: «Le chiedo gentilmente di non sgridarmi. Io pensavo che il latte nel biberon che le avevo lasciato in casa bastasse». Ma la sorella, zia della bimba, non ci sta: «Ha recitato tutta la vita. Adesso è diventato cattivo quello di Leffe. Si è confermata: è sempre colpa di qualcun altro».

Che dire, di fronte a questo nuovo abisso che ci si è spalancato davanti ai piedi: ovviamente, nulla, meglio tacere. Innanzitutto per rispetto di fronte a questa tragedia; e poi perché sarebbe impossibile (e poco serio) esprimersi su una questione clinica (insufficienza mentale o menzogna?) senza conoscere a fondo la questione.

Non ci resta che stendere qualche riflessione di carattere generale, suscitata dalla frase «le chiedo gentilmente di non sgridarmi». È possibile che una persona anagraficamente adulta si comporti e pensi in modo infantile? Partiamo dalle differenze tra bambini e adulti.

Innanzitutto, i bambini non sono responsabili; gli adulti si. Cioè: i bambini non «rispondono» (non subiscono le conseguenze) di ciò che fanno, contrariamente agli adulti.

Adesso guardiamoci intorno. Innanzitutto, mi viene da osservare, la nostra società ha creato una società nella quale l’atto sessuale non ha (fingiamo di crederci) conseguenze. La conseguenza prima e più importante di un atto sessuale è la nascita di una nuova vita; tuttavia, contraccezione e aborto hanno disgiunto il sesso dalle sue conseguenze.

Possiamo avere tutto il sesso che vogliamo, non dovremo assumercene la responsabilità. Questo atteggiamento, ossia fare ciò che voglio senza pagarne le conseguenze, è tipico della modernità: posso avere un lavoro comodo e al riparo, ma non le conseguenze (corpo pallido e flaccido), grazie a palestra e lettini abbronzanti; posso addirittura mangiare quanto voglio senza ingrassare, grazie ai nuovi ritrovati della dea scienza.

Pensiamoci un attimo: la maggior parte dei nostri problemi di salute (compresa la salute psicologica) sono in gran parte causati dal nostro stile di vita, ne sono conseguenza. Ciò che noi vogliamo, tuttavia, non è cambiare il nostro stile di vita: vogliamo continuare a vivere in modo malsano senza subirne le conseguenze.

Proprio perché responsabile, l’uomo adulto sa che azioni, parole e pensieri hanno delle conseguenze: i bambini no. Mi ha molto colpito un episodio riguardante la chiusura dell’azienda FPT (gruppo FIAT) di Pregnana Milanese, causata dalla deindustrializzazione e dal passaggio a una economia green. Mi ha colpito, dicevo, la presenza ai cancelli dell’azienda di rappresentanti di Friday For Future, l’organizzazione che aveva come punto di riferimento Greta e che ha precorso l’attuale Ultima Generazione.

Il giovane continuava a ripetere che le conseguenze della deindustrializzazione non dovevano pagarle gli operai. E chi cavolo dovrebbe pagarle, Babbo Natale? Se eliminiamo l’auto di proprietà, chi vi accompagnerà a scuola e ritorno, visto che non si usa più andare a scuola a piedi o in bicicletta? Se digitalizziamo tutto, cosa accadrà se dovesse andare via la corrente? Quali potrebbero essere le conseguenze della politica «zero emissioni», della «decarbonizzazione»? Se eliminiamo l’agricoltura, con cosa riempiremo gli scaffali del supermercato? Ovviamente, nessuno di questi attivisti (o attori sedicenti attivisti) è mai sfiorato da simili pensieri. Loro vogliono «zero emissioni», punto; che la cosa avrà delle conseguenze non importa.

Procediamo: gli adulti, in confronto ai bambini, hanno una «personalità». Cos’è la personalità? È il nostro modo unico e irripetibile di vivere nel mondo, frutto di esperienze (cioè errori), riflessioni, relazioni. L’uomo adulto, insomma, ha opinioni salde, meditate, uniche; è profondo, sicuro, saldo e punto di riferimento per altri. Bene: come abbiamo visto in questi anni, l’uomo moderno non ha opinioni, non ha valori, non ha profondità. Non pensa: pensa di pensare. In realtà ripete cose ascoltate o semplicemente sentite alla televisione e assorbite in modo passivo e acritico. Ecco un altro punto: lo sviluppo di una capacità critica era, fino a qualche decennio fa, un obiettivo dell’istruzione pubblica (quando il clima culturale era ancora cattolico e tradizionale) mentre ora è addirittura motivo di derisione e sospetto. «Sei virologo? Vuoi saperne più dei medici? Dovrebbe parlare solo chi ha i titoli per farlo...».

Potremmo continuare parlando dei capricci («Se non ottengo ciò che voglio, faccio casino!»), della incapacità di differire la gratificazione e di tante altre differenze tra adulti e bambini. La realtà apparirà chiara e luminosa: a dispetto dell’anagrafe, la nostra è una società di bambini. Chi sarà la bambinaia?