Monumento palestinese danneggiato: una provocazione pericolosa
Cisgiordania: un esponente dell'estrema destra israeliana, Zvi Sokot, tenta di distruggere un monumento palestinese ai caduti. Per Sokot era apologia al terrorismo. L'esercito dopo un po' troppa esitazione, lo ha fermato. Un gesto contro le regole che si aggiunge a mille altri episodi di provocazione.
Sdegno, indignazione, condanna. È questa la reazione di molti palestinesi della Cisgiordania di fronte a una quotidianità segnata da provocazioni e intimidazioni da parte dei coloni. A questa pressione continua si aggiunge ora il gesto compiuto da un parlamentare dell’estrema destra, sotto la protezione dei soldati, mentre cresce il rischio che la rabbia accumulata negli anni sfoci in una nuova intifada.
Un gesto fulmineo, compiuto da un ebreo, ha aperto un nuovo fronte di polemica nella già martoriata Cisgiordania. Martedì scorso, a Madama, un villaggio palestinese situato a sud-ovest di Nablus, nella parte settentrionale della Cisgiordania alle porte di Ramallah, è giunto Zvi Sokot, esponente della destra ultranazionale-religiosa, insieme ad alcuni collaboratori, e con la protezione dei soldati israeliani. L’obiettivo era danneggiare, magari distruggere un monumento dedicato ai palestinesi uccisi e ritenuti perciò “martiri”. Le immagini diffuse sui social mostrano il parlamentare mentre compie il gesto con inaudita ferocia, sotto lo sguardo dei soldati presenti nelle vicinanze; la struttura è rimasta in piedi, ma ha riportato danni significativi. Sokot ha rivendicato l’azione, sostenendo di essere intervenuto dopo che l’esercito non aveva accolto una sua precedente richiesta di rimuovere il monumento e altri simboli analoghi presenti nella zona.
Secondo l’esponente politico, il monumento non rappresenterebbe soltanto la memoria di palestinesi uccisi, ma anche persone coinvolte in attentati contro israeliani. Tra i nomi associati al monumento figura Yaman Tayeb Ali Faraj, indicato come partecipante all’attentato suicida del 25 dicembre 2003 all’incrocio di Geha, nel centro di Israele, e rivendicato dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, costato la vita a quattro persone. Faraj, segnalato come uno dei comandanti dell'organizzazione, venne ucciso nel luglio 2004 da un missile israeliano, mentre tentava di sottrarsi all'arresto nei pressi di Nablus.
Ma è soprattutto per le modalità con cui è stata condotta l’iniziativa che anche il comando dell’esercito israeliano ha contestato duramente l’operato del rappresentante politico. Secondo l'IDF, il 12 agosto era stata autorizzata una visita ai monumenti nei villaggi di Beita, Burin e Madama, aree nelle quali l'accesso agli israeliani richiede normalmente la supervisione dell’esercito. L'autorizzazione riguardava la visita e la sicurezza dei partecipanti, non la demolizione delle strutture. Sokot e il suo seguito, secondo la ricostruzione militare, avrebbero agito in maniera “ingannevole e manipolativa”, violando il programma concordato. Quando i soldati si sono accorti di quanto stava accadendo hanno informato i superiori, e ricevuto l'ordine, hanno disposto l’interruzione della visita conducendo il gruppo fuori dal villaggio. L'IDF ha definito il comportamento particolarmente grave anche perché i militari incaricati della protezione erano stati sottratti ad altri compiti operativi e sottoposti a rischi aggiuntivi.
Ed è qui che la vicenda di Madama apre una questione che va oltre a quanto avvenuto. Che cosa accadrebbe, se al posto di un monumento palestinese, venisse abbattuto arbitrariamente un monumento ebraico? È difficile immaginare che un simile gesto venga accolto come una semplice contestazione a un simbolo controverso: si parlerebbe immediatamente di antisemitismo, di cancellazione della memoria e di attacco all'identità ebraica o al sionismo. Proprio per questo lo stesso metro dovrebbe valere anche quando il simbolo è palestinese. Il fatto che un monumento possa celebrare, secondo la parte israeliana, personaggi coinvolti nel terrorismo non autorizza un singolo esponente politico a distruggerlo. La memoria può essere contestata, la propaganda può essere combattuta, un monumento può essere rimosso quando esistono le ragioni e le procedure per farlo; ciò che non possono essere cambiate sono le regole.
È una distinzione tutt'altro che teorica in una Cisgiordania dove la tensione è già altissima. Per molti palestinesi, gli episodi attribuiti agli estremisti degli insediamenti e le incursioni di esponenti della ultradestra israeliana alimentano la sensazione di vivere in una condizione di crescente vulnerabilità. Madama stessa è stata recentemente interessata da altri episodi di violenza e atti vandalici. Durante questo mese di agosto è stata danneggiata la rete elettrica del villaggio, mentre lo scorso maggio sette palestinesi sono stati ricoverati in ospedale dopo un violento attacco attribuito agli abitanti di un vicino insediamento.
In questo contesto, la presenza dei militari durante l'azione di Sokot assume un significato particolare. Le immagini di soldati israeliani accanto al parlamentare mentre il monumento viene colpito possono essere percepite dalla popolazione palestinese come la rappresentazione plastica di un abuso di potere: da una parte c’è chi può entrare in un villaggio, sotto protezione armata, e danneggiare un simbolo della comunità; dall'altra chi assiste alla scena senza avere alcun controllo sulle decisioni che riguardano il proprio territorio e la propria memoria. L'episodio rischia così di diventare molto più di una disputa su una pietra commemorativa, in una società già segnata da paura, rabbia e sfiducia. Quando le provocazioni si accumulano e la popolazione percepisce che non esistono strumenti efficaci per fermarle, il rischio è che la frustrazione lasci progressivamente spazio alla convinzione che le istituzioni non vogliano garantire un minimo di equità.
Quanto avvenuto a Madama rende difficile considerare l’episodio come una semplice iniziativa estemporanea. Il deputato è già stato protagonista, in passato, di altre azioni controverse legate alla presenza israeliana in Cisgiordania e ai rapporti con la popolazione palestinese, contribuendo a costruire un profilo politico fondato sulla provocazione e sulla pretesa della presenza israeliana nei territori contesi. Ma ciò che è particolarmente significativo è che il gesto politico è entrato direttamente in conflitto con l'autorità dell'esercito.
Palestinesi e israeliani hanno entrambi il diritto di conservare i propri simboli, commemorare le proprie vittime e contestare quelli dell'altra parte. Se un monumento è ritenuto la celebrazione del terrorismo, spetta alle autorità stabilirne la rimozione e assumersene pubblicamente la responsabilità. Nel frattempo ciò che più conta è quanto accade al di là del monumento. La rabbia palestinese non nasce da un singolo episodio e non può essere affrontata come se ogni volta si trattasse di un incidente isolato. Si alimenta attraverso la somma di provocazioni, intimidazioni e violenze, che giorno dopo giorno, trasformano l'eccezione in normalità.
E quando la normalità diventa l'idea che una parte possa imporsi sull'altra senza rispondere dei propri atti, la sicurezza di tutti finisce per essere compromessa. Fermare questa spirale non è quindi una concessione a una delle due comunità, ma una necessità elementare di sicurezza. Perché il vero rischio non è soltanto che un altro monumento venga abbattuto: è che la rabbia accumulata trovi prima o poi un modo per uscire dal perimetro dei simboli.

