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ISLAM

Miss Germania, la finalista in hijab. Come cambia la locomotiva europea

E alla finale di Miss Germania arriva anche la ragazza in hijab, Bursa Sayed. Sintomo di come la locomotiva d'Europa stia cambiando letteralmente identità. Salvo che poi i tedeschi votano in massa AfD. 

Esteri 24_06_2026
Ramadan in Germania

C’è una vicenda di cui non si smette di parlare in Germania e ha un nome preciso: Büsra Sayed. La ventisettenne che ha calamitato l’attenzione della stampa e dei social network per aver conquistato la finalissima di Miss Germania indossando l’hijab, il velo custodito da molte donne musulmane per celare chiome, collo e spalle, offrendo allo sguardo il solo volto. Ma l’arena delle nove finaliste non contava un’unica eccezione: oltre alla Sayed spiccava anche Amina Ben Bouzid, ventisettenne di Wiesbaden e organizzatrice di eventi, anch’essa fiera custode del proprio velo.

«Mi chiamo Büsra Sayed, ma nella galassia digitale molti mi incrociano come Büsra Caramella», esordisce la prima nel presentarsi online. «Sono cresciuta in una provincia minuta e ho compreso precocemente come in Germania l’hijab non sia un mero frammento di tessuto, bensì un prisma su cui la società proietta i propri pregiudizi. Anziché lasciarmi deprezzare da tutto ciò, scelgo di riflettere la realtà come uno specchio davanti alla collettività: nei miei video satirici rielaboro quegli episodi di razzismo in cui milioni di utenti sui social possono rispecchiarsi». La passerella del concorso – che ha visto poi il trionfo di Dua Fares, nota come Rose Mondy, classe 2000, nata in Siria da genitori curdi e ritratta con i capelli al vento – ha regalato alla Sayed una ribalta ancora più radiosa.

Il fatto che il volto di Miss Germania profumi sempre meno di crautiSauerbraten, e che si sia addirittura sfiorato il coronamento di una regina di bellezza in hijab, è il termometro di una nazione che sta ridefinendo i propri connotati culturali.

Dagli scranni del BundestagBeatrix von Storch, della compagine AfD, ha colto al volo l’occasione per sferrare l’attacco: «Un hijab nell’atto conclusivo di Miss Germania! Questa donna non si limita a esibirlo: siamo di fronte a una militante dell’hijab in piena regola». Per aggiungere: «Se l’approdo di un’attivista islamica alla passerella finale di Miss Germania viene sbandierato come un emblema di progresso, allora significa che viviamo nell’Absurdistan. Un Absurdistan molto pericoloso».

D’altronde, oggi, riesce difficile argomentare che il velo islamico possa essere sbandierato come un vessillo di emancipazione o di libertà, o, ancora, come un dettaglio marginale, la questione si rivela per ciò che è: la punta emersa di un iceberg ben più complesso.

Quello del velo è un progetto che respinge l’integrazione e che, dinanzi alla crisi dell’Europa laica e cristiana, ripropone l’islam come un’alternativa globale, tanto religiosa quanto politica. Vi si scorge la pretesa di modellare la società secondo i precetti islamici, persino strumentalizzando il multiculturalismo alla stregua di un cavallo di Troia per operare una penetrazione in perfetto stile politicamente corretto.

Eppure, dal punto di vista storico, l’hijab non ha mai costituito un dogma di fede per l’islam, un’obbligazione giuridica o un emblema religioso, sebbene oggi si tenti di accreditarlo come tale. I giuristi dell’islam classico – artefici della formulazione del diritto musulmano per le quattro grandi scuole giuridiche – non hanno mai teorizzato su questo indumento. D’altronde, il termine ḥijāb non si traduce semplicemente con velo, ma designa una tenda o una cortina; evoca cioè un dispositivo atto a separare, a dividere. Non si fa riferimento a un mero copricapo, ma a un confine ideale tra i credenti e i non credenti. Se ne trova riscontro nel Corano, dove la sura XVII (Al Isrâ’, Il Viaggio Notturno) al verso 45 recita: «quando tu (Profeta) reciti il Corano, noi mettiamo, tra te e coloro che non credono nell’altra vita, una spessa cortina». 

Il velo è islamico indossato in Occidente funge proprio da separazione, tra un noi e un loro che non devono mischiarsi. Tant’è che mentre in Europa è sempre più consueto vedere donne velate come se fosse un obbligo, in Paesi come il Marocco non solo non è imposto, ma negli ultimi anni è stata vietata sia la vendita che la produzione del burqa.

A differenza dell’Austria, dove dal prossimo settembre sarà interdetto l’uso del velo a scuola per le studentesse sotto i 14 anni, la Germania non dispone di una legislazione federale che regoli l’utilizzo di chador, niqab o hijab. Esistono però parcellizzazioni regionali: il burqa è bandito ad Amburgo, mentre, sempre a livello di Länder, il corpo docente di Berlino, Baden-Württemberg, Baviera, Brema, Assia, Bassa Sassonia, Renania Settentrionale-Vestfalia e Saarland ha l’obbligo di astenersi dall’esibire simboli religiosi, velo incluso.

Tali dinamiche si calano in un tessuto demografico in profonda mutazione. Ed è per questo che la storia di miss Germania si fa interessante. Su una popolazione complessiva di quasi 83,5 milioni di abitanti, i cittadini tedeschi sono 71,1 milioni, a fronte di 12,4 milioni di stranieri registrati: una quota che sfiora il 15%. I dati della Deutsche Islam Konferenz attestano la presenza odierna in Germania di 5,5 milioni di fedeli islamici, equivalenti al 6,6% della popolazione totale. La quota di quanti tra loro possiedono il passaporto tedesco è sorprendente: si tratta del 47%, circa 3 milioni di persone, in massima parte discendenti di quei Gastarbeiter – i lavoratori stranieri turchi – immigrati nel secondo dopoguerra e mai più rientrati in patria. In definitiva, nella Germania contemporanea, sei cittadini su cento sono cresciuti nel credo islamico.

Ed è per questo che la storia di miss Germania si fa interessante. Non si tratta, infatti, di un dettaglio di costume, ma un fatto che la dice lunghissima sulla profonda trasformazione in corso nel Paese. Al contempo, rappresenta un chiarissimo termometro elettorale, il segnale plastico di una nazione che sta cambiando pelle e i cui equilibri politici si stanno sfaldando.

Si tratta, per ora, solo di un sondaggio, eppure tra le fila del partito cristiano-democratico (Cdu) in molti hanno avvertito un brivido freddo lungo la schiena. Se in Germania si votasse domenica, il partito più vituperato, l’AfD, considerato il nemico pubblico numero uno dalle èlite europee, balzerebbe ampiamente in testa come prima forza nazionale al 29%, mentre l’ex balena bianca, che in passato ha espresso cancellieri del calibro di Helmut Kohl e Angela Merkel, precipiterebbe a un disonorevole 20%. Lo certifica l’ultima rilevazione YouGov sulle intenzioni di voto dei tedeschi. Per buona sorte dell’attuale cancelliere, i cittadini non saranno chiamati alle urne per il rinnovo del Bundestag prima del febbraio 2029.

I numeri fotografano una ritirata impietosa. La Cdu è in fortissimo calo se paragonata al 28,5% del febbraio 2025 o al 32,9% del 2017, per non parlare del 41,5% toccato nel 2013. Non va meglio sull’altro fronte: il partito socialdemocratico, il più antico di Germania, è ormai ridotto all’osso e bloccato al 12%, più che dimezzato rispetto al 25,7% conquistato nel 2021. Paradossalmente, la Spd si ritrova superata dai Verdi, a cui YouGov attribuisce poco più del 14%, e persino agganciata a pari merito dai socialcomunisti della Linke, anch’essi attestati al 12% su scala nazionale. Un tedesco su tre oggi sceglierebbe l’AfD. 

In questo scenario, la strategia del cordone sanitario si è rivelata del tutto autolesionistica. Le forze tradizionali non hanno mai coinvolto l’AfD. Al contrario, si sono limitate a un’esclusione patologica impegnandosi persino a non prendere lo stesso ascensore al Bundestag con i deputati di quel partito, finendo così per alimentarne il consenso. 

E non è un caso che questo sondaggio sia stato pubblicato dopo il caso di miss Germania che ha spaccato il Paese.