Merz congeda i siriani: la guerra è finita, andate in patria
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Finanziare la ricostruzione della Siria in cambio del rientro dell'80% dei profughi. La "remigrazione" voluta dal cancelliere tedesco è una sconfessione dell'apertura messianica di Angela Merkel, che dieci anni dopo ancora difende graniticamente la sua linea.
Dieci anni dopo il celebre «Wir schaffen das» («Ce la possiamo fare») di Angela Merkel e la grande ondata di rifugiati siriani in Germania, si assiste ad un’inversione di tendenza.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (CDU) e il presidente siriano Ahmed al-Sharaa – l’uomo che ha messo in cantina la scimitarra, recuperato qualche cravatta e anche cambiato nome, passando da Abu Muhammad al-Jolani ad Ahmed Husayn al-Sharaa – hanno annunciato che i due Paesi stanno collaborando per agevolare il ritorno in Siria di centinaia di migliaia di rifugiati presenti in Germania, al fine di contribuire alla «ricostruzione» della loro «patria». Così Berlino e Damasco hanno creato un «gruppo di lavoro congiunto» e una delegazione tedesca si recherà in Siria «nei prossimi giorni», ha dichiarato il primo ministro tedesco, che ha mantenuto una posizione ferma sull’immigrazione dal giorno della sua elezione.
Non è un semplice accordo diplomatico. È una svolta epocale, che risuona come un mea culpa storico abilmente travestito da pragmatismo economico. Sul tavolo ci sono 200 milioni di euro e l’obiettivo dichiarato di finanziare la ricostruzione siriana in cambio del rientro, entro tre anni, dell’80 per cento dei profughi siriani ospitati in terra tedesca dall’epoca della grande apertura di Angela Merkel. Si parla di circa 800.000 persone che, secondo il piano di Merz, devono smettere di essere ospiti.
Non più, quindi, un costo per i contribuenti tedeschi, ma una risorsa decisiva per la Siria. La stessa Germania che aveva aperto le sue frontiere con slancio quasi messianico oggi negozia freddamente il rientro di centinaia di migliaia di quelle stesse persone, trasformando l’ospitalità di ieri nella «migrazione circolare» di oggi: un’espressione tecnicamente neutra quella di Merz per definire ciò che molti, in Europa, leggono come un rimpatrio di massa mascherato da cooperazione internazionale. «La guerra è finita. Le condizioni sono cambiate. Chi può, torna a casa e aiuta a ricostruire». Guai, però, a chiamarla remigrazione.
A partire da settembre 2015, sotto la pressione dei rifugiati bloccati al confine ungherese, per lo più siriani, che volevano raggiungere la Germania attraverso l’Austria, Angela Merkel decise di inaugurare in Europa in maniera definitiva la politica delle porte aperte. Lo fece con l’illusione di procurarsi manodopera a bassissimo costo per tenere in vita la competitività dell’industria tedesca e con la speranza di compensare il drammatico calo delle nascite. Il numero di immigrati crebbe con una velocità impressionante, fino a toccare 1,6 milioni di arrivi. Un fiume umano che Merkel aveva creduto di poter trasformare in una risorsa, ma che ben presto avrebbe rivelato tutto il suo peso politico, sociale ed economico. Se oggi la crisi economica tedesca paga anche queste strategie, fu pochi mesi dopo quella decisione che, nella notte di Capodanno a Colonia, la Merkel ingoiò il primo boccone amarissimo, quando, quegli stessi rifugiati divennero protagonisti del fenomeno delle violenze sessuali di massa che avrebbero sconvolto la Germania e presto varcato le Alpi, arrivando anche in Italia.
L’ondata ucraina del 2022, con quasi un milione di profughi in fuga dalla guerra, è stata il punto di non ritorno di un sistema di accoglienza tedesco già sull’orlo del collasso. È stata, infatti, soprattutto la spirale di violenza accumulatasi nel corso degli anni – con l’aggravarsi delle aggressioni, la crisi profonda della sicurezza interna, l’impennata di stupri e violenze sessuali nelle città tedesche e una lunga serie di attentati – a segnare la fine irreversibile di un’era. Lo spartiacque è arrivato un anno fa a Solingen, dove un giovane siriano ha strappato la vita a tre innocenti in un attentato che ha sconvolto l’intera nazione.
Oggi, Friedrich Merz chiude quel capitolo. Non con un gesto simbolico, ma con un assegno da 200 milioni di euro, destinati principalmente al ripristino della rete idrica e alla ristrutturazione degli ospedali siriani. Un prezzo che i contribuenti tedeschi pagano, consapevoli, per riappropriarsi della propria serenità. Il piano è ambizioso e già in movimento con una task force congiunta tra Berlino e Damasco operativa. Delegazioni tedesche partiranno nei prossimi giorni per verificare sul terreno le condizioni di sicurezza per il rientro. L’80 per cento dei profughi siriani da rimpatriare entro tre anni è una cifra spiazzante, annunciata quasi a sorpresa dallo stesso Merz. Un segnale inequivocabile: la Germania non intende più recitare il ruolo di faro dell’accoglienza europea. Quel faro si è spento.
Eppure, dieci anni dopo, Angela Merkel ha continuato a difendere la sua scelta con orgoglio granitico. Intervistata dall’emittente ARD in occasione dell’uscita della sua autobiografia Libertà, ha dichiarato senza tentennamenti: «Fu giusto accogliere quei rifugiati. Quale sarebbe stata l’alternativa?».
Eppure, per esempio, sulla scia di quella decisione, il partito di destra AfD, un tempo relegato ai margini, ha conosciuto una vera rinascita, diventando la principale forza di opposizione del Paese proprio in reazione all'immigrazione incontrollata.
Negli ultimi mesi, i rapporti tra le autorità tedesche e il nuovo regime siriano – al potere dalla caduta di Bashar al-Assad alla fine del 2024 – si sono progressivamente consolidati. Già sotto Olaf Scholz, il ministro degli Esteri, Annalena Baerbock, aveva compiuto diversi viaggi in Siria, tra cui quello di gennaio 2025 insieme al collega francese Jean-Noël Barrot. Dopo il cambio di coalizione, anche il nuovo ministro Johann Wadephul ha visitato Damasco nell’ottobre 2025. Nel marzo 2025 l’ambasciata tedesca ha riaperto i battenti nella capitale siriana, mentre a febbraio è stato inaugurato un consolato siriano a Bonn, l’antica capitale della Repubblica Federale.
Ma proprio qui emerge la domanda più scomoda, quella che né Merz né al-Sharaa hanno voluto affrontare finora: la Siria di oggi è davvero in grado di riaccogliere centinaia di migliaia di suoi cittadini senza che diventino bersaglio di vendette, estorsioni o nuovi pogrom settari? La magistratura tedesca, che per anni ha difeso con intransigenza il diritto d’asilo, dovrà ora dimostrare la stessa determinazione nel gestire i rimpatri.
Con questo accordo la Germania ha archiviato l’era dell’accoglienza illimitata. La celebre frase di Angela Merkel «Wir schaffen das» si è trasformata, nell’amara ironia della storia, nel suo esatto contrario: «Wir haben nicht geschafft», «non ce l’abbiamo fatta».
I 200 milioni di euro sono sul tavolo. Ottocentomila siriani si preparano a fare le valigie. Il resto è storia che deve ancora essere scritta. E l’Europa intera la osserva col fiato sospeso. Sarà l’inizio della remigrazione europea?
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