• STATALISMO

Mamma Rai costa tanto ed è sempre in rosso

In viale Mazzini temono una sforbiciata perché, fra canone e pubblicità, si incassa comunque troppo poco. Prima di arrivare al taglio, però, si pensa di aumentare il canone. Eppure, a giudicare dal bilancio, il problema non è tanto il mancato introito quanto gli eccessi di spesa: stipendi da capogiro e decine di inviati a San Remo.

Il cavallo rampante di Viale Mazzini

Sapere che “mamma Rai” è in crisi nera non è la notizia che più appasionerà le famiglie italiane che, ogni mattina, si alzano di buon'ora per lavorare e portare i figli a scuola. Eppure la crisi dell'azienda partecipata al 99,56% dal Ministero dell'Economia e per lo 0,44% dalla Siae interessa tutti dal momento che, trattandosi di fatto di un'azienda pubblica, non si possono escludere piani di salvataggio che mettano le mani nelle nostre tasche.

Per ora i vertici di viale Mazzini - terrorizzati dall'eventualità di incassare solo 1,6 miliardi di euro (1.601 milioni per la precisione, pari al 73% degli introiti) dal canone e 680 milioni dalla pubblicità – hanno messo in conto una bella sforbiciata che dovrebbe partire da un taglio importante del costo del lavoro e dei canali offerti (14 oggi), dei grandi eventi sportivi (come i Mondiali) e delle produzioni esterne di fiction, film e show. Un piano da attuare però come extrema ratio nel caso in cui dovesse fallire il recupero del canone disperso: già perché sebbene la riduzione dai 113,5 euro l'anno del 2015 fino ai 90 del 2017 (di cui 75,81 netti vanno nelle casse Rai) sia ampiamente recuperata dalla contrazione dell'evasione a meno del 6% - grazie all'inserimento in bolletta e alle pesanti sanzioni (dai 200 ai 600 euro) corredate di procedimento penale per falso ideologico - per la mamma più esosa d'Italia resta il problema del canone speciale dovuto dagli esercizi pubblici, che spesso non sono in regola. Se il recupero non riuscirà viale Mazzini ha comunque pronto un altro asso nella manica: come riporta Repubblica.it al Ministero dell'Economia si è infatti aperto, alla faccia del conflitto d'interessi, un tavolo formale per aumentare la quota di canone da destinare alle casse della Rai e scongiurare una perdita di pubblicità tra i 100 e i 120 milioni di euro, conseguenza di una interpretazione restrittiva della Legge Gasparri sui tetti di affollamento.

Insomma, la solfa è sempre la stessa: il taglio dei costi, come avviene per molte aziende pubbliche, è un optional. E dire che, se volesse, la Rai avrebbe modo di ridurre le spese senza rischiare di mandare nessuno dei propri sul lastrico o finire a trasmettere solo film in bianco e nero e programmi d'archivio. Basta infatti dare un'occhiata all'ultimo bilancio consolidato pubblicato, quello del 2015, per vedere chiaramente come la Rai Spa non sia certo parsimoniosa. Sono infatti stati spesi ben 888,3 milioni di euro per pagare gli stipendi a 11.825 dipendenti, di cui gran parte a tempo indeterminato: facendo i conti oltre 75mila euro per ciascuno. Una bella cifra, che giunge a quel livello anche per via dei molti super-pagati dirigenti: 94 in tutto che prendono stipendi superiori ai 200mila euro l'anno secondo una lista pubblicata lo scorso luglio dall'HuffingtonPost fra cui spicca ovviamente il nome del renzianissimo direttore generale Antonio Campo Dall'Orto, con 650mila euro lordi l'anno.

Esattamente la stessa cifra che quest'anno riceverà Carlo Conti per condurre per la terza volta consecutiva le cinque serate del Festival di Sanremo: si tratta del il 30% in più di quanto aveva preso nel 2015, ovvero mezzo milione, cachet già lievitato l'anno scorso a 550mila. Cifra cui vanno ovviamente sommati i circa 50mila euro dati ad ospiti “d'onore” come Tiziano Ferro (che ha di recente dichiarato di voler ricorrere all'utero in affitto), Mika e Ricky Martin e i 120mila chiesti dal comico Maurizio Crozza. Si dirà che queste prebende sono giustificate dagli ascolti che, grazie agli sponsor, porteranno nelle casse di viale Mazzini circa 22 milioni di euro, a fronte di una spesa complessiva di 16 milioni per il Festival. Può darsi. Di certo, come svela Carlo Piano su La Verità, meno giustificati sono i 56 inviati che la sola Radio Rai invierà nella cittadina ligure per una spesa complessiva di 75.821 euro, cifra che ovviamente non include gli emolumenti dei 18 fra conduttori, musicisti ed esperti artistici che si occuperanno di convogliare le note dell'Ariston nei programmi Rai.

Eppure la Rai ha tante spese, non da ultimo legate alle azioni legali, che nel 2015 sono ammontante a ben 41,5 milioni di euro. Una cifra cospicua legata al fatto che secondo la relazione della Corte dei Conti del 2015, riferita al 2013, la Rai ha 1.321 giudizi pendenti in materia di lavoro: se consideriamo che, sempre da bilancio, l'intero Gruppo Rai ha 13.078 dipendenti ciò significa che un circa dipendente su dieci ha fatto causa all'azienda. Non solo: la Corte dei Conti aggiunge anche che nel 66,41% dei casi il giudizio si conclude con una sconfitta legale per l'azienda. Fra le cause perse da viale Mazzini spicca quella, onerosa, contro l'ex direttore di Rai International Sandro Testi che – a fine novembre 2015 – ha vinto in Cassazione una causa per 170mila euro: una cifra calcolata al pari del 30% dello stipendio, pari a 11mila euro al mese, per il periodo di “parcheggio” spalmato su dieci anni.

Insomma il problema non è che la Rai incassa troppo poco ma, semmai, che spende troppo, almeno per alcune voci di un bilancio che si regge in maniera consistente sul canone. Una considerazione che dovrebbe farci riflettere anche su un aspetto importante: davvero la Rai è un servizio meritevole di essere sostenuto dalle nostre tasche? È servizio pubblico un palinsesto sempre più ricco di show (e non sempre talk) e agli speciali gender di Rai Filosofia, incentrati “sulla costruzione storica dei generi, che in tal modo si differenziano drammaticamente dalla semplice differenza biologica tra maschile e femminile”? Agli spettatori l'ardua sentenza. Nella consapevolezza che tutti noi, volenti o nolenti, dovremo comunque pagare il canone anche quest'anno. 

Dona Ora