L’ultima proposta di Leopardi
Tradizionalmente letta come il testamento spirituale di Leopardi, La ginestra segna piuttosto un arretramento nella visione del poeta, che costruisce un’utopia non avendo incontrato un senso più grande.
Nella produzione leopardiana spesso non prevale la percezione di una presenza che consola, ma domina invece il senso di un’assenza, capace di trasformarsi in invocazione dell’Ideale — come in Alla sua donna — oppure in un atto d’accusa contro la natura, vista come nemica dell’uomo. In questa seconda linea si colloca La ginestra, tradizionalmente letta come il testamento spirituale di Leopardi. Ma, secondo una prospettiva meno convenzionale, il canto segna piuttosto un arretramento: non l’apice della sua visione, bensì il momento in cui, non avendo incontrato un senso più grande, il poeta tenta di sostituirlo con un progetto umano, una sorta di solidarietà universale. Una proposta nobile, certo, ma pur sempre un’utopia costruita dalla ragione, non un ideale scaturito da un’esperienza viva.
La ginestra, così letta, diventa il manifesto di una resistenza dignitosa ma velleitaria, nata dal vuoto lasciato da un Ideale non riconosciuto.
L’intuizione di Leopardi: la bellezza deve farsi carne
Da soli non si giunge alla salvezza, come ci ricorda Dante nella Divina Commedia. E Leopardi, da parte sua, comprende che la bellezza non può restare un’idea astratta, deve rendersi incontrabile.

