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PANDEMIA E ELEZIONI

L’informazione che disinforma per poi re-informare

Dottrina sociale 26_11_2021

La rivista parigina “Liberté Politique” dedica l’ultimo numero al tema “Informazione, disinformazione, re-informazione”. L’argomento viene trattato sullo sfondo dell’uso politico della pandemia da Covid-19 durante la quale si è ampiamente assistito alla dedizione degli organi principali di informazione alla disinformazione sistematica e voluta, strumento quest’ultimo finalizzato ad una re-informazione, ossia alla nuova configurazione delle menti dei cittadini, alla plasmazione di una nuova coscienza sociale. Anche in questo caso lo scopo è creare “l’uomo nuovo”, progetto in cui ideologia e utopia si danno la mano.

Il numero 89 di “Liberté politique” contiene nove contributi, tutti interessanti. C’è chi lamenta la morte del giornalismo di opinione, che spiega il ruolo dei nuovi influencer, chi mette in evidenza la nuova censura che si sta profilando, chi si appella ai genitori per chiedere se i loro figli vengono adeguatamente informati, chi parla di deriva totalitaria dell’informazione e chi esamina il tema della re-informazione nell’epoca della post-verità.

Constance Prazel, caporedattore della rivista, nell’editoriale “À nos lecteurs” fa notare che le restrizioni ai movimenti – “sempre più drammatiche” – sono rese possibili tramite la circolazione di una informazione inquadrata che permette il controllo delle opinioni sempre più rigido. Per le persone che hanno ancora un minimo di coscienza politica risulta indubitabile che le nostre espressioni, il nostro pensiero, la nostra esistenza stessa è chiusa dentro un filo inestricabile di restrizioni che finiscono per essere un attentato alla vita stessa. E si chiede con Bernanos: “non è forse questo l’obiettivo della civilizzazione moderna?”.

Si evidenzia una nuova censura. Non è solo lo Stato totalitario a procedere nella censura, ma ormai è la società stessa nel suo insieme e ognuno è diventato il sorvegliante del mondo. Alla censura segue così l’autocensura, che diventa una seconda natura, un abito profondamente interiorizzato. Il conflitto è macchiato di infamia perché danneggerebbe il consenso che esprimerebbe l’identità collettiva.

Prazel fa riferimento ad un fatto accaduto a loro: una intervista con Nicolas Dupont-Aignan è stata censurata da YouTube per l’ennesima volta. E non si trattava di un agitatore o di un terrorista ma di un candidato alle prossime elezioni presidenziali, ma che ha avuto la sventura di dichiarare con fermezza la sua contrarietà alla politica sanitaria del governo.

“Mai ce n’est pas tout”, continua la Prazel. Qualche giorno dopo Livre Noir, specializzato da molto tempo in interviste tra le più varie, ha rivelato lo showdown di cui è stato vittima: l’oscuramento del video dell’intervista accordata alla rete da Éric Zemmour che aveva superato le 800 mila visualizzazioni.

Contemporaneamente, su Facebook, i gruppi che comunicano la loro esperienza dopo il vaccino sono oggetto di ripetute censure quasi quotidiane.

E cosa pensare, continua infine Constance Prazel, della soppressione del canale YouTube dell’avvocato Fabrice Di Vizio alla vigilia dell’esame del progetto di legge sanitaria da parte della Corte Costituzionale, proprio lui che aveva presentato un voluminoso ricorso? YouTube censura. Se la parola dittatura può sembrare sproporzionata, almeno quella di propaganda potrebbe essere adatta.

Cosa succederà, conclude Prazel, quando saremo in piena campagna per le presidenziali? Succederà quanto è già accaduto negli Stati Uniti a danno di Donald Trump: l’onnipotente sistema dei media privati si alleerà con i media istituzionali e daranno la parola solo ai candidati che loro avranno autorizzato a parlare (Stefano Fontana).