L'impossibile maquillage della Sinistra che si scopre anti woke
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Prima negli Usa con Ocasio Cortez e da qualche giorno anche l'italietta si accoda con Conte, Renzi e Boldrini. Disconoscere il woke come sta facendo la Sinistra ha chiari intenti elettorali. Ma è un'impresa impossibile per una logica radicata nella essenza della sinistra: non può ridare legittimità alla storia o alla natura perché essa nasce dal e col concetto di rivoluzione, di cui il woke è l’estremo epigono.
Dunque la sinistra italiana avrebbe deciso di riconsiderare la propria cultura woke e cambiare spartito in vista delle prossime elezioni politiche. Lo spunto è arrivato – come sempre accade – dall’America dove la nuova star dei Democratici, Ocasio-Cortez, ha dettato per prima la nuova linea di rottura rispetto a quella interpretata da Clinton, Obama, Biden e Harris.
Ora anche l’Italietta segue, con Renzi su Repubblica e Boldrini sul Corriere della Sera di ieri. Volendo semplificare, il nuovo imperativo politico è tornare a pensare ai lavoratori e non solo ai transessuali, come da molto tempo tanti osservatori (pure loro di sinistra) avevano lamentato e consigliato, come per esempio Luca Ricolfi nei suoi due libri La Mutazione (Rizzoli) del 2021 e Il follemente corretto (La nave di Teseo) del 2024.
Troppo facile osservare che la proposta ha tutte le caratteristiche dell’opportunismo elettorale: non inquietare i bempensanti perché anche loro votano, togliere qualche argomento alla destra, recuperare un mondo del lavoro deluso e tradito dall’individualismo borghese. Se così fosse si tratterebbe di un nuovo maquillage, un ennesimo travestimento senza cambiamento né di pensiero né di anima, un trucco. E infatti è un trucco perché pretende di togliere alla sinistra quello che la sinistra non può togliersi senza cessare di essere sinistra. Se vuole restare sinistra, il woke se lo può togliere solo per trucco.
Cominciamo dal suo recente passato. Non me la vedo una sinistra che ripudia il progetto di legge Zan, che si pente di aver voluto la legge Cirinnà, che decide di non votare in aula la proposta di legge sul suicidio assistito, che critica il presidente della Regione Toscana per aver approvato, perdipiù illegittimamente, una norma in questo senso. Questi riferimenti provocatori mettono in evidenza che il rifiuto della cultura woke o c’è del tutto o non c’è, non si può, come pretende Renzi, moderarla per combinarla con altri argomenti politici. La cultura woke comporta che si rifiutino i limiti alla libertà individuale dettati da qualcosa che viene “prima”. Il woke è il rifiuto del “prima” inteso sia come storia (i fatti avvenuti, le tradizioni, i valori accumulati dalla nazione o altro) sia come natura (la famiglia, il matrimonio, la vita).
La sinistra non può ridare legittimità alla storia o alla natura perché essa nasce dal e col concetto di rivoluzione, di cui il woke è l’estremo epigono. Ciò che contraddistingue questa opzione per la rivoluzione è che non è mai sazia, perché, solo pensare che possa finire ne minerebbe l’assolutezza: tutto può e deve essere rivoluzionato, ma non la rivoluzione. Su questo il rivoluzionario è un conservatore. L’inizio della rivoluzione è stato un evento borghese, essendo essa stata inventata dentro l’assemblea nazionale costituente della Francia del 1789.
Per questo motivo lo sviluppo del comunismo è stato antiborghese, ma il marxismo no, essendo esso, come ben spiegava Del Noce, la maturità della modernità borghese come libertà da ogni “prima”, da ogni situazione data, soprattutto dalla natura dell’uomo e dall’esistenza di valori e fini indisponibili. Così la sinistra, non più rivoluzionaria in senso comunista, rimase rivoluzionaria in senso borghese, imbarcando dentro di sé l’individualismo libertario e narcisista woke di cui adesso Boldrini e Renzi vorrebbero liberarsi. L’impresa è impossibile non solo per l’inadeguatezza dei due, ma per una logica da loro stessi indipendente in quanto radicata nella essenza della sinistra.
Va anche osservato che il fascismo è inteso dalla sinistra italiana in senso anti-woke, in pratica lo combattono nel segno del woke. Chi è contro l’aborto sarebbe fascista, come chi è contrario ai bagni gender, considera assurdo che maschi transgender gareggino con le donne e, soprattutto, è contro l’aborto. Fascismo e woke sono intesi come in lotta perenne tra loro e la sinistra usa il secondo contro il primo. Tutta la contestazione politica al governo Meloni si è retta sulla minaccia del ritorno del fascismo e come potrebbe la sinistra rinnegarla adesso che bisogna cambiare strada?
Il trucco diventa poi esilarante se si pensa alla galassia di associazioni, di ong, di centri culturali, di collettivi, di centri sociali, di ANSPI, di associazioni di magistrati, di comitati di antagonisti, di gruppi di insegnanti che sul terreno e nelle pieghe della società militano da tempo per la cultura woke. Quelli che picchiano chi manifesta contro l’aborto, che scrivono o adottano libri di testi infarciti di cultura gender e che presentano il femminicidio in questa stessa salsa. A ciò si aggiungano pure i molteplici contatti della sinistra con tutto un mondo cattolico, vescovi e parroci compresi, che a suo tempo ospitavano l’onorevole Cirinnà a tenere conferenze in chiesa, oppure che plaudono alla “pastasciutta antifascista”, che difendono le donne ma non dall’aborto e che non considerano la 194 una espressione woke. Come mantenere i rapporti elettorali con questo mondo della sinistra ecclesiale cambiando strategia sul woke?
Se la destra avesse le carte in regola su questo tema, ossia se la cultura woke non fosse penetrata anche nelle sue file, potrebbe giocare la carta di chiedere alla sinistra di fornire una prova concreta della virata su questi temi. Potrebbe per esempio chiedere di cestinare la legge sul suicidio assistito, o di condannare la recente orrenda legge approvata nel Massachussets che permette l’aborto fino alla nascita.
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