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Il tema

L’Europa può uscire dalla crisi riprendendo la lezione di Wojtyła

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In un suo messaggio per la Conferenza europea, Leone XIV ha sottolineato che «la crisi sottostante è la diffusione del relativismo». Al Vecchio Continente serve far proprio l’insegnamento di Ecclesia in Europa, dove Giovanni Paolo II sottolineava i danni di «un'antropologia senza Dio e senza Cristo».

Attualità 29_01_2026

23 gennaio, messaggio di Leone XIV, a firma del cardinale Pietro Parolin, per la Conferenza europea sul tema La costruzione della pace in Europa:  «La crisi sottostante è la diffusione del relativismo e la riduzione della verità a semplice opinione. Nessuna comunità, e ancor meno un continente, può vivere in pace e prosperare senza verità condivise che ne informino le norme e i valori».

Tra gli opinionisti è diventato quasi un luogo comune dipingere l’Europa come decadente se non decaduta, schiacciata come un insetto tra Putin e Trump, irrilevante nello scacchiere internazionale, in estinzione a motivo dell’inverno demografico, che dura per tutte le quattro stagioni di ogni anno, e a motivo della primavera demografica degli immigrati, totalmente assorbita nella caccia ai valori non negoziabili per sterminarli e al loro posto mettere il nulla, il nulla assoluto. Più che decaduta l’Europa è deceduta. Non esiste più. Al crepuscolo è seguita una notte oscura.

Una fotografia nitida dell’Europa venne scattata da Giovanni Paolo II nel 2003 allorché pubblicò l’esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa. «Il tempo che stiamo vivendo – scriveva il Papa – con le sfide che gli sono proprie, appare come una stagione di smarrimento. Tanti uomini e donne sembrano disorientati, incerti, senza speranza e non pochi cristiani condividono questi stati d'animo» (7). L'ansia è diventata la sala d'aspetto della coscienza collettiva, dove si attende il peggio. Un'epoca sospesa la nostra – siamo davvero tra coloro che sono sospesi – che priva di peso galleggia sulla superficie della solitudine dei social, dell'indignazione vacua, di slogan presentati come pensiero. L’inquietudine che ci precipita in una costante agitazione deriva dal fatto che i beni a cui affidiamo la nostra felicità sono corruttibili, transeunti: benessere, realizzazione personale, salute, successo economico, riconoscimento sociale, affermazione e gratificazione affettiva, orpelli di una vita che alla fine rimane cruda e nuda. Scrive Nietzsche: «Sul fiume del divenire avete posto la vostra volontà e i vostri valori» (Così parlò Zarathustra, Adelphi, 1989, p. 137). Di contro Nostro Signore ci ammonisce così: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6, 19-21).

La prospettiva tutta occidentale di carattere immanente che ha voluto cancellare la dimensione trascendente ha schiacciato la persona comprimendola allo stato di individuo e costretto la persona a sopravvivere in sole due dimensioni, l’ha appiattita su una condizione esistenziale materiale, condizione di suo precaria. L’incertezza è il microcosmo liquido in cui si agitano molti nostri contemporanei. Inevitabile che in tali condizioni il futuro appaia più come una condanna che come una promessa. Giovanni Paolo II parla di «una sorta di paura nell'affrontare il futuro. L'immagine del domani coltivata risulta spesso sbiadita e incerta. Del futuro si ha più paura che desiderio. Ne sono segni preoccupanti, tra gli altri, il vuoto interiore che attanaglia molte persone, e la perdita del significato della vita. Tra le espressioni e i frutti di questa angoscia esistenziale vanno annoverati, in particolare, la drammatica diminuzione della natalità, il calo delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, la fatica, se non il rifiuto, di operare scelte definitive di vita anche nel matrimonio» (8). La montagna della vita viene scalata a mani nude senza appigli perché ci hanno ripetuto fino allo sfinimento che non esistono verità: niente deve essere certo, definitivo, fisso, oggettivo, immutabile, eterno, fermo. Chiaro è che, senza appigli, ad ogni istante si ha paura di cadere nel vuoto. Il minuto che ti precede può essere il tuo ultimo minuto di serenità.

Ma c’è dell’altro. Solo la verità unifica, la menzogna divide. E divide pure l’uomo in sé, lo frammenta, anzi lo liquefà. E tutti noi ben sappiamo come la liquidità sia diventata un paradigma valoriale, un canone ermeneutico per interpretare il proprio destino. Appunta il Pontefice polacco: «Si assiste a una diffusa frammentazione dell'esistenza; prevale una sensazione di solitudine; si moltiplicano le divisioni e le contrapposizioni» (8). L’uomo, polverizzato in sé perché privo di quel senso ultimo esistenziale che unifica la sua persona verso un fine, è smarrito perché privo di identità. Prima accennavamo al fatto che l’orizzontalità ha annientato la verticalità. Senza più un vertice da cui guardare l’esistenza, questa appare insignificante, ossia priva di un segno identitario, di un suo senso, di una sua direzione, perché solo lo sguardo dall’alto offre l’opportunità di una visione d’insieme, sintetica, unitaria. La mancanza di identità europea deriva dalla mancanza d’identità personale di milioni di cittadini. Un popolo anonimo, sconosciuto all’anagrafe della storia perché senza passato, genera nazioni anonime, così deboli che si flettono a qualsiasi vento culturale, anche a quello più folle che predica la dissoluzione dei legami familiari con il divorzio e lo sterminio dei propri figli nel ventre delle madri, dei vecchi e disabili nei letti degli ospedali, del diritto perché piegato e piagato da qualsiasi desiderio anche quello di “sposarsi” una persona del proprio sesso e altro ancora.

La frammentazione dell’Io non può che causare la frammentazione dei rapporti sociali, la loro rottura: l’altro diventa o nemico o utile cosa per soddisfare i propri bisogni. Così l’uomo diventa centro del cosmo, del suo microcosmo, un buco nero che assorbe anche la luce. Il dio dell’uomo è se stesso: inevitabile diventare Narciso. L’altro per eccellenza invece è Dio e così la morte di Dio sfocia nella morte sociale e nella morte personale. Continua papa Wojtyła: «Alla radice dello smarrimento della speranza sta il tentativo di far prevalere un'antropologia senza Dio e senza Cristo. Questo tipo di pensiero ha portato a considerare l'uomo come “il centro assoluto della realtà, facendogli così artificiosamente occupare il posto di Dio e dimenticando che non è l'uomo che fa Dio ma Dio che fa l'uomo. L'aver dimenticato Dio ha portato ad abbandonare l'uomo”, per cui “non c'è da stupirsi se in questo contesto si è aperto un vastissimo spazio per il libero sviluppo del nichilismo in campo filosofico, del relativismo in campo gnoseologico e morale, del pragmatismo e finanche dell'edonismo cinico nella configurazione della vita quotidiana” (Sinodo dei Vescovi, Relatio ante disceptationem, 1999). La cultura europea dà l'impressione di una “apostasia silenziosa” da parte dell'uomo sazio che vive come se Dio non esistesse» (9).

E allora come resuscitare l’Europa dalla tomba? San Giovanni Paolo II indica la strada della santità personale che oggi, spesso, si presenta con il volto del martire, perché la testimonianza nei tempi attuali non può che essere bagnata nel sangue del rifiuto, dell’emarginazione, della discriminazione, della persecuzione, dell’insignificanza. La salvezza per l’Europa in definitiva riposa nella «fede in Gesù Cristo, fonte della speranza che non delude, dono che sta all'origine dell'unità spirituale e culturale dei popoli europei, e che ancora oggi e per il futuro può costituire un contributo essenziale del loro sviluppo e della loro integrazione» (18). Un nuova Europa non potrà che essere cristiana perché «ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21, 5).