Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
La questione / 2

Lefebvre e il rifiuto di sottomettersi al papa regnante

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Per il fondatore della Fraternità San Pio X, san Giovanni Paolo II non era cattolico. Lefebvre teorizzava una comunione con i papi di ieri, pur nella disobbedienza effettiva al papa regnante. Una teoria per nulla cattolica, perché solo quest’ultimo ha il potere delle chiavi.
- Dossier: Il caso FSSPX

Editoriali 05_08_2026
Mons. Lefebvre nel 1981 (Licenza CC, foto Nationaal Archief via Wikimedia Commons)

Nella percezione di monsignor Marcel Lefebvre, Giovanni Paolo II era un papa non cattolico, il Vaticano II un concilio scismatico e tutte le riforme che ne sono seguite una contraddizione con il “Magistero di sempre”. Nel sermone pronunciato in occasione delle consacrazioni episcopali illegittime del 30 giugno 1988, l’ex arcivescovo metropolita di Dakar immaginava di udire la voce dei pontefici, da Gregorio XVI a Pio XII, che lo imploravano di continuare quanto essi avevano insegnato, perché, se non l’avesse fatto, la Tradizione e la Chiesa stessa sarebbero sparite: «Non abbandonate i fedeli! Non abbandonate la Chiesa! Continuate la Chiesa! Perché alla fine, dopo il Concilio, quanto noi abbiamo condannato, ecco che le autorità romane lo stanno abbracciando e lo professano, com’è possibile? […] Se voi non fate qualcosa per continuare questa Tradizione della Chiesa che noi vi abbiamo donato, tutto sparirà. La Chiesa sparirà, le anime saranno perdute».

Nell’articolo precedente abbiamo visto che mons. Lefebvre riteneva che la sottomissione ai papi precedenti il Vaticano II fosse sufficiente per essere nella comunione della Chiesa cattolica, pur rifiutando esplicitamente la sottomissione al papa che sedeva allora sulla cattedra di Pietro. Il mandato apostolico inventato dalla Fraternità, in occasione delle consacrazioni episcopali del 1988, sottolinea ancora meglio questa idea del tutto non cattolica di un’obbedienza ad una “Chiesa di sempre”, che non è però la Chiesa cattolica concreta e visibile, che ha il suo centro di unità nel Romano Pontefice. Affermando che «Noi l’abbiamo [il mandato] dalla Chiesa romana, sempre fedele alle sante tradizioni ricevute dagli Apostoli», mentre il capo della Chiesa visibile lo aveva loro espressamente negato, Lefebvre giungeva chiaramente a spezzare l’identità sostanziale dell’unica Chiesa di Cristo nella storia, teorizzando la possibilità che la Chiesa di Cristo oggi non sia più là dove ci sono il successore di Pietro e i vescovi in comunione con lui. E dunque tocca a qualcun altro "continuare la Chiesa", precisamente sottraendosi all’autorità dei pastori legittimi, ossia spezzando l'unità visibile con la Chiesa.

È evidente che non si tratta più della legittimità di resistere al papa che sbaglia, al papa che parla ambiguamente o eventualmente pronuncia degli errori, ma di sottrarsi abitualmente alla sua autorità, e di rifiutargli la necessaria sottomissione, anche quando il papa comanda conformemente alla potestà che ha ricevuto da Cristo (come nel caso di scegliere, consacrare e mandare i vescovi). In questa prospettiva, si può dunque essere cattolici, anche senza essere nella comunione giuridica con il papa di oggi, purché si sia d’accordo con gli insegnamenti dei papi di ieri. Non c’è nulla di tradizionale in questo, nulla di cattolico. Lefebvre e la FSSPX riducono la comunione con la Sede Apostolica all’adesione agli insegnamenti della fede dei papi di ieri, calpestando la pur necessaria comunione gerarchica. E così il mandatum si trasforma, contrariamente alla dottrina cattolica, in una semplice trasmissione della vera dottrina e dei veri sacramenti, negando nella pratica che esso è invece primariamente il segno della necessaria delega conferita dal papa, garante dell’unità e dell’apostolicità. È questo mandato apostolico o altre forme riconosciute dalla Sede Apostolica che fanno sì che il vescovo consacrato sia un vescovo cattolico, e non invece un usurpatore. Lefebvre è giunto così a dividere ciò che Dio ha invece unito: la trasmissione e custodia della fede e la comunione gerarchica.

E così diviene possibile teorizzare una comunione con i papi di ieri, ma non con quello di oggi. Il problema però sta nel fatto che la comunione con la Chiesa richiede la sottomissione effettiva al papa regnante, che è l’unico ad avere il potere delle chiavi. I papi del passato non hanno più il potere delle chiavi, perché questo potere è dato per reggere la Chiesa militante, non quella trionfante. Ed è solo il papa regnante, grazie al potere delle chiavi, a poter concedere o rifiutare il mandato apostolico per la consacrazione di un vescovo; è solo lui che può accogliere o rifiutare un vescovo nella comunione gerarchica. I vescovi del passato (e quelli del futuro) non lo possono fare.

Un altro punto capitale è il fatto che mons. Lefebvre dichiarerà l’impossibilità di sottomettersi alle autorità romane, a causa dello “spirito conciliare” e di Assisi che le guida. Diventa dunque vitale sottrarsi alla loro autorità per «continuare nella Tradizione, custodire la Tradizione, attendendo che questa Tradizione ritrovi il suo posto […] nelle autorità romane, nello spirito delle autorità romane». Le consacrazioni episcopali sono dunque concepite come necessarie per continuare la Chiesa, per continuare la Tradizione – che altrimenti andrebbero, nell’ottica di Lefebvre, perdute per sempre – tenendosi al riparo dall’autorità della Chiesa gerarchica. La permanenza della Chiesa, il dogma della sua indefettibilità sono resi possibili solo grazie a quella che il vescovo francese chiamava ormai «operazione sopravvivenza»; Lefebvre ripeterà più volte, nella sua omelia del 30 giugno 1988, questa espressione, contrapponendola all’«operazione suicidio» che si sarebbe verificata se avesse accettato l’accordo con la Santa Sede.

In questa omelia si radicalizza la dicotomia del 1974: la “Roma conciliare” è ormai definitivamente un corpo estraneo, che non ha più nulla a che vedere con la Chiesa cattolica, per continuare la quale è necessario consacrare veri vescovi cattolici (quelli della FSSPX), che continuino la vera Tradizione. Nonostante il suo giurare e ri-giurare di non voler alcuno scisma, di non desiderare alcuna rottura con Roma, Lefebvre di fatto intende formare una comunità che dev’essere separata dalla Chiesa cattolica, ormai declassata ad una “Chiesa conciliare” che segue un concilio scismatico, per continuare la Tradizione e la Chiesa. Lefebvre giunse persino ad attribuire alla FSSPX le note che caratterizzano la Chiesa di Gesù Cristo: «Io non dico che siamo la Chiesa cattolica. Non l’ho mai detto. Nessuno mi può rimproverare d’essermi mai voluto considerare un papa. Ma noi rappresentiamo veramente la Chiesa cattolica come essa era un tempo, dal momento che continuiamo ciò che la Chiesa ha sempre fatto. Siamo noi ad avere le note della Chiesa visibile: l’unità, la cattolicità, l’apostolicità, la santità. È questo a fare la Chiesa visibile» (Fideliter, luglio-agosto 1989, 70, p. 6). È evidente che c’è una comprensione inadeguata delle note, ma ancor più evidente è il fatto che Lefebvre contraddice la sua rassicurazione iniziale di non pensare che la FSSPX sia la Chiesa cattolica, analogamente a come contraddice la sua dichiarazione di non volere uno scisma nel momento in cui lo commette. Se il papa non è più cattolico, se la Chiesa conciliare è scismatica, se la Chiesa, senza l’«operazione sopravvivenza», sarebbe finita; se è necessario sottrarsi alla gerarchia della Chiesa per poter continuare ad essere cattolici, se la FSSPX, proprio mentre rompe la sua comunione con la Sede Apostolica, rivendica per sé le note della Chiesa, allora è più che evidente che ci troviamo ormai, a conti fatti, davanti ad una vera e propria «ecclesiologia di sostituzione», come l’ha giustamente definita don Albert Jacquemin (cf. Le choix de la rupture. Mgr Lefebvre, Rome, les sacres 1974-2026, Parigi 2026).

È da questa nuova ecclesiologia – che non solo non ha fondamento nella Tradizione, ma la contraddice frontalmente – che la Fraternità ha sviluppato i noti argomenti teologici di giustificazione, altrettanto avulsi dal Magistero “di sempre” (per usare un’espressione lefebvriana): una nuova ridefinizione dello scisma, inteso come il non riconoscimento del papa, e non più come il rifiuto abituale di sottomettersi alla sua autorità; l’idea di uno “stato di necessità” che renderebbe possibile andare contro la costituzione divina della Chiesa; l’idea di un episcopato “dimezzato”, che non abbia nulla a che vedere con il governo della Chiesa, ma solo con la pienezza del potere sacramentale; l’applicazione del principio di epicheia alla legge divina, e non alla sola legge umana ed ecclesiastica; il ricorso al principio dell’Ecclesia supplet, distorcendolo a servizio dello scisma; la teorizzazione di una volontà implicita o abituale del papa, ossia la volontà cattolica, che la FSSPX seguirebbe, e una volontà esplicita, non cattolica, che invece non dev’essere seguita.

Ma nel sermone delle consacrazioni del 1988 fa capolino un altro aspetto di straordinaria importanza, che sarà oggetto del prossimo articolo: la dubbia validità dei “nuovi sacramenti”.

2. Continua



La questione

Perché scriviamo tanto della FSSPX

03_08_2026 Luisella Scrosati

Molti si chiedono perché dedichiamo tanto spazio alla questione lefebvriana quando nella Chiesa ci sono vari altri problemi. Due aspetti da mettere in luce: cos’è la Chiesa e quale pericolo comporta uno scisma; la gravità delle posizioni della Fraternità e quel giudizio di Lefebvre su san Giovanni Paolo II.
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