• ORA DI DOTTRINA / 38 - IL SUPPLEMENTO

La vera Chiesa è una: così Howard diventa cattolico

Dal cristianesimo evangelical alla chiesa anglicana e, infine, alla Chiesa cattolica: ecco il lungo viaggio di Thomas Howard verso la Verità, dove la dottrina e la liturgia sono eterne.

Venticinque anni vissuti nel cristianesimo evangelical, altrettanti nella chiesa anglicana, ed infine, a cinquant’anni, la decisione per la Chiesa cattolica. L’approdo all’anglicanesimo sembrava appagare pienamente il desiderio di Thomas Howard di una liturgia che non fosse preda della diversità dei gusti o di «un servizio religioso di recente invenzione», ma fosse il flusso ininterrotto di quella solenne adorazione al Padre in Cristo che, iniziata a Pentecoste, proseguiva nei secoli. L’anglicanesimo aveva anche colmato la sua sete di “fisicità” attraverso la disciplina sacramentale; a contatto con la vita sacramentale che la chiesa anglicana sapeva offrire, Howard si era accorto del suo errore “pratico” precedente: come fosse possibile «esporre tutta questa fisicità con grandissimo zelo e allo stesso tempo avere una pietà religiosa ben lontana dal mondo fisico».

A motivo dell’invalidità delle ordinazioni conferite con l’Ordinale promulgato da Edoardo VI nel 1550, tutti i sacramenti amministrati nella chiesa anglicana – eccettuato il battesimo – sono invalidi. Questo Howard lo scoprirà più tardi. Quello che lo aveva però favorevolmente affascinato era una vita di fede che non risolveva lo spirituale nell’immaterialità, contrapponendo così in modo manicheo queste due dimensioni della realtà; ma al contrario sapeva assumere la materia, rinnovando così, giorno dopo giorno, l’intera creazione e guarendola da quella terribile lacerazione che l’aveva squarciata nel Paradiso terrestre.

In un piccolo libro, tradotto in italiano con il titolo Guidami, dolce Luce. Il mio viaggio a Roma, Howard confidava il suo itinerario verso la Chiesa cattolica, che ricalca molto da vicino quello percorso dal cardinale J. H. Newman. Anche per lui, si può dire che i Padri lo fecero cattolico. Nella “sua” chiesa anglicana aveva trovato molto, ma si rendeva conto che non erano pochi erano i punti cruciali nei quali si poteva pensare una cosa e il suo contrario. Si poteva credere nell’Eucaristia secondo la versione di Lutero o quella di Calvino; o nella salvezza universale secondo il pensiero di Wesley o quello di Whitefield; tutte ovviamente basate sulla Bibbia.

Forse si poteva pensare che questa neutralità fosse una risorsa, la condizione favorevole per la ricerca della verità e il mantenimento dell’unità. Eppure uno sguardo attento e sincero ai primi secoli della storia della Chiesa mostrava altro: «Praticamente nel giro di una notte subito dopo Pentecoste era sorta tutta una serie di opinioni che la Chiesa aveva rigettato perché non armoniche con il Credo ereditato dagli apostoli, e la ragione per cui noi oggi non siamo nestoriani né eutichiani, apollinari, docetisti, ariani o montanisti è perché la Chiesa ricevette, protesse, interpretò e insegnò la Bibbia, e noi fedeli abbiamo così avuto una credibile voce apostolica nella Chiesa che ha detto: “Questo è il modo in cui va compreso l’insegnamento delle Sacre Scritture, mentre quello che voi avete sentito insegnare della Bibbia da Eutichio o Sabellio non deve essere creduto”».

Quando nel Credo, Howard ripeteva: «Credo la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica», che cosa stava dicendo realmente? Si trattava di credere che la Rivelazione giungeva a lui tramite la Chiesa; che la Chiesa era contenuto di questa stessa Rivelazione; che dunque, il minimo che si doveva trarre, era che non si poteva accedere realmente alle Sacre Scritture a prescindere dalla Chiesa. Più precisamente, «mi accorsi che come singolo credente, mi ergevo all’interno di una linea di fedeli molto lunga e augusta, che risaliva agli apostoli e ai Padri della Chiesa. L’immagine era cambiata: in primo luogo non eravamo più io, la mia Bibbia e Gesù […]. Davanti a me, anglicano, si ergeva minacciosa “la Fede”, antica, serena, luminosa, vera. E la Fede non poteva essere separata dalla Chiesa. Ma allora la Chiesa cos’era?».

Iniziava così un confronto serrato, onesto, vertiginoso con la Chiesa. Primo passo: «l’antichità della Chiesa e io, faccia a faccia». C’era tutto un mondo cristiano che, «con le nostre Bibbie belle aperte», aveva finito per liquidare i monumentali Padri dell’antichità: «Nessun problema se per loro i nostri servizi religiosi sarebbero stati irriconoscibili, o che la nostra gerarchia potesse essere altrettanto irriconoscibile: noi avevamo ragione mentre i Padri avevano torto (sui vescovi e sull’Eucaristia). Questione risolta». La Chiesa, in tutta la sua antichità, lo giudicava.

Ed anche con la sua autorità. La Chiesa antica è la dimostrazione che «lo Spirito Santo, in quei giorni, non portava avanti trattative private con le singole anime per poi annunciare alla Chiesa che questo o quello andava consacrato per il tal ministero […]. Lo Spirito Santo operava nel ministero e nella voce della Chiesa e attraverso il ministero e la voce della Chiesa». La Chiesa ha un’autorità che non proviene dal basso, dal consenso, dall’approvazione della maggioranza o dei potenti, ma gli viene da Dio stesso, in quanto ha ricevuto «un compito da svolgere – trasmettere l’insegnamento degli apostoli – e non ha alcun mandato in base a cui modificarlo. Non si basa sui sondaggi, sulle recensioni o su una qualche analisi sociologica su quello che la gente ritiene comodo al giorno d’oggi. Non è lei che ha iniziato la Chiesa, e la Chiesa non è sua».

È da questa autorità trascendente che la Chiesa deriva la sua unità. Essa non è un’associazione dove chiunque crede ciò che vuole, dove la confusione è ritenuta virtù, dove ci si ritaglia una religiosità su misura. «I montanisti dei primi secoli erano certamente seri e zelanti, meritevoli di grande encomio: il problema era che, alla fin fine, non erano loro la Chiesa. Lo stesso per quanto riguarda i donatisti: Dio benedica la loro fedeltà, il loro ardore e la loro purezza, ma non erano loro la Chiesa. Oppure, per quanto a lungo si protrasse la difficile controversia ariana, nessuno ebbe bisogno di restare in dubbio perenne su come la Chiesa avrebbe risolto la questione: Atanasio lottò per la Chiesa contro l’eresia. Questione risolta. C’era una Chiesa, la Chiesa era una sola, e tutto questo era un’unità discernibile, visibile, incarnata, non una libera aggregazione di persone che più o meno la credono alla stessa maniera con le loro varie unità di crisi sparse per il globo».

E così la liturgia. Ben presto il grande atto di adorazione e di offerta della Chiesa ha preso una forma ben definita, che è giunta organicamente arricchita, fino a noi. «Il tutto presenta una forma di tale ricchezza e perfezione che uno si domanda cosa siano mai il compito di “coordinatore delle adorazioni” [i nostri animatori liturgici. n.d.a] nel personale di varie chiese. L’adorazione della Chiesa antica è ben lontana dall’essere materia di infinite speculazioni, esperimenti e innovazioni». Non che la chiesa anglicana che Howard frequentava avesse ceduto a liturgie artefatte; tuttavia «noi evidentemente dovevamo tutto il nostro servizio di adorazione alla tradizione che celebravamo, ma da cui al tempo stesso ci tenevamo a distanza […]. Per dirla con altre parole, la liturgia si era formata nei vari secoli in una Chiesa da cui desideravamo tenerci a gentile distanza: la dovevamo proprio a quella antica Chiesa, eppure ci tenevamo a distinguerci in maniera molto, molto esplicita».

La Chiesa si ergeva in giudizio e lui non poteva far altro che ammutolire. E disporre il suo cuore per il grande passo.

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