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LETTERA AL DIRETTORE

La speranza di Cristo, luce che ricompone i cocci

Dio, incarnandosi, ha creato uomini e donne “nuovi”, capaci di costituire, per grazia, una presenza in grado di produrre una luce per tutti i fratelli uomini. Capaci, cioè, di ricomporre i “cocci” che la moderna bestemmia ateistica ha creato.

Cultura 10_03_2018
Luce

Caro direttore,

un carissimo amico, per gli auguri dello scorso Santo Natale, mi ha inviato una citazione di Peguy (tratta da Veronique), che qui ti riporto: “Tutto ciò che sta al centro è questo: il coinvolgimento del temporale nell’eterno e dell’eterno nel temporale. Tolto il coinvolgimento non c’è più niente. Non c’è più un mondo da salvare. Non c’è più alcun cristianesimo. Non c’è più redenzione, né incarnazione e neanche creazione. Ci sono solo cocci senza nome, materiali senza forma, calcinacci e rovine; scompigli, disastri, come quello che abbiamo sotto gli occhi”. Cioè: tolto dal nostro orizzonte umano e storico il fatto dell’incarnazione, rimangono solo “cocci”.

Mi pare molto facile constatare come il concetto espresso dal grande Peguy sia molto reale: basta guardarsi intorno. Una volta dimenticata l’incarnazione di Dio, rimangono solo i cocci nella famiglia, che si scioglie come neve al sole, quando si dimentica che Dio è venuto tra di noi con la sua presenza fisica proprio per aiutarci, come uomini e donne “nuovi”, ad andare oltre le difficoltà ed i dolori. Rimangono solo cocci, quando Cristo non è più presente tra di noi con la Sua capacità di perdono e di rinascita.

Dimenticata l’incarnazione, rimangono solo cocci nella cultura e nell’arte, incapaci di dare senso e speranza alla nostra vita. Rimangono solo nichilismo e relativismo, che producono i cocci di un disperato individualismo. Senza l’incarnazione, rimangono solo i cocci nelle concezioni culturali e politiche riguardanti l’antropologia, che stanno appiattendo ogni differenza, riducendo tutti e “cocci senza nome”. Invece che società di persone, una società di anonimi.

Senza l’incarnazione, anche la politica non fa che produrre cocci, che non sanno più come mettersi insieme, per perseguire un bene più grande. Anche perché, senza l’incarnazione, diventa sempre più difficile percepire quale sia il bene.

Sembrerebbe una situazione disperata. Ma, per il cristiano che rimane attaccato al coinvolgimento di Dio con noi, non c’è spazio per la disperazione. In un poderoso libro del Servo di Dio don Luigi Giussani (Perché la Chiesa, Rizzoli) viene data genialmente ragione di questa posizione “positiva” del cristiano cattolico, dovuta non ad argomenti “moralistici”, ma alla considerazione del fatto che Dio, incarnandosi, ha creato uomini e donne “nuovi”, capaci di costituire, per grazia, una presenza in grado di produrre una luce per tutti i fratelli uomini. Capaci, cioè, di ricomporre i “cocci” che la moderna bestemmia ateistica ha creato. La strada indicata da Don Giussani è quella di non dimenticare questa “novità” portata da Cristo quando è venuto tra di noi, perchè tutta la storia successiva dipende da questa “novità”. Senza di questo, ci sono solo noiosi richiami moralistici (che non producono alcun vero cambiamento) ed una sottile (sempre meno sottile) vena di scetticismo.

Noi cristiani possiamo testimoniare questa “novità” mettendoci insieme. Insieme perché “nuovi” e, in quanto nuovi, creatori di unità. Non possiamo disperare: i “cocci” possono essere rimessi insieme. Basta accettare il Fatto.