• MAGGIORANZA IN CRISI

La sinistra perde consensi. Resa dei conti nel Pd

Con il passaggio di consegne da Conte a Draghi, sia il M5S che il Pd perdono consensi. Mentre il M5S va verso la sua frammentazione, nel Pd si sta preparando la resa dei conti con Zingaretti, reo di aver puntato tutte le carte sul governo Conte. Ma l'attuale segretario potrebbe mollare solo in cambio di una candidatura a sindaco di Roma.

Zingaretti

Tra gli effetti della nascita del governo Draghi c’è senz’altro il terremoto negli schieramenti politici. Nulla è più come prima nel centrosinistra, così come nel centrodestra. La differenza, però, è che nella coalizione che sosteneva Giuseppe Conte è partita la resa dei conti tra e nei partiti (Pd e M5s), mentre nell’altra coalizione le divisioni tra chi appoggia Draghi (Forza Italia, Lega e centristi) e chi no (Fratelli d’Italia) si stanno rivelando fruttuose, anche in termini di consenso elettorale.

Stando ai sondaggi più attendibili, dopo il tonfo di Giuseppi, sia i dem che i grillini sono scesi di un punto, Italia Viva è in leggera risalita ma soprattutto è in crescita il partito di Giorgia Meloni, che supera il 17% e tallona il Pd al secondo posto dopo la Lega, che è stabile al 23% come primo partito. Dunque il centrodestra nel complesso cresce a scapito dell’altro schieramento, che si presenta quanto mai lacerato.

L’aver puntato tutto su Conte è quello che gran parte dei dem non perdona a Nicola Zingaretti, sempre più in difficoltà nel Pd. Il segretario aveva puntato sul diktat “O Conte o voto” e con lui il suo vice, Andrea Orlando, che aveva escluso di entrare in un governo appoggiato anche dalla Lega e invece ora si trova a fare anche il ministro del lavoro. Gli ex renziani rimasti nel Pd, Luca Lotti e Lorenzo Guerini, gli chiedono le dimissioni dalle cariche di partito, che però lui non ha alcuna intenzione di dare. Ma persino una fedelissima del segretario come Paola De Micheli, in direzione, ricorda che, una volta promossa al governo, lei - su richiesta dello stesso Zingaretti - si dimise da vicesegretaria. Quindi sembra che la guerra sia di tutti contro tutti e senza esclusione di colpi.

La vera resa dei conti è rinviata comunque all'Assemblea nazionale del 13 marzo, che potrebbe anche fissare la data del congresso. Zingaretti, vista l’aria che tira, potrebbe lasciare sia la segreteria che la guida della Regione Lazio in cambio della candidatura unitaria a sindaco di Roma. In pole position come suo successore alla guida di un partito da ricostruire c’è Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia Romagna, in grado di coagulare consensi tra gli ex renziani ma anche tra i sindaci come Beppe Sala, Giorgio Gori e Dario Nardella. Non sono escluse però altre candidature, come quella della segretaria del Pd toscano, Simona Bonafè.

Se il forte indebolimento dei dem nel passaggio da Conte a Draghi ha accelerato la fine dell’era Zingaretti nel Pd, tra i Cinque Stelle la diaspora di parlamentari scontenti dell’ennesimo voltafaccia di Beppe Grillo, Luigi Di Maio e gli altri vertici, passati dalla difesa a oltranza di Conte all’innamoramento per Draghi, sembra non fermarsi più.

L’intervista rilasciata qualche giorno fa da Di Maio a Repubblica, nella quale il Ministro degli esteri definisce il Movimento Cinque Stelle “una forza politica ormai moderata e liberale” ha mandato su tutte le furie l’ala dei duri e puri e ha provocato proteste nella base grillina, sempre più insofferente alla svolta governista dell’ex comico e dei suoi fedelissimi.

I grillini contano molto di meno nel governo Draghi rispetto a quanto non contassero con Conte, che peraltro era uno di loro. Ora stanno corteggiando proprio l’avvocato del popolo, nel tentativo di convincerlo a guidarli, al fine di frenare l’emorragia di quadri dirigenti ed elettori. Gli ultimi sondaggi danno i Cinque Stelle al 13%, ma si tratta di una percentuale destinata a scendere ancora, perché moltissimi parlamentari hanno già le valigie pronte per traslocare nel gruppo misto. Questo significa che il potere negoziale dei pentastellati al tavolo di governo e, l’anno prossimo, al tavolo per la scelta del successore di Mattarella si indebolirà. Conte in questo momento non avrebbe convenienza ad entrare in pianta stabile nel Movimento perché troverebbe macerie e divisioni. Se vuole riproporsi come candidato premier alle prossime elezioni politiche deve evitare di identificarsi come una parte bensì puntare ad essere il federatore delle diverse anime del centrosinistra. L’impressione, però, è che il suo tempo sia passato. Un Pd senza Zingaretti e con il possibile colpo di scena di un rientro di Renzi non punterebbe di certo su Conte per Palazzo Chigi. Parimenti, un Movimento 5 Stelle con Grillo, Di Maio e Vito Crimi sempre più indeboliti dall’esodo dei ribelli ben difficilmente avrebbe la forza per imporre un candidato come Conte, che è comunque un dejà vu e tende a identificarsi con un passato che tutti gli italiani vogliono al più presto dimenticare, quello dell’esplosione della pandemia.

Ecco perché i partiti dell’ex maggioranza sono attesi da una lunga traversata del deserto, al termine della quale potrebbero ritrovarsi decisamente dimagriti in termini di consensi, ma anche in profonda crisi d’identità.