Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
intervista / mons. gänswein

La santità di Ratzinger, senza clamore ma discreta come lui

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La fede cristallina di Benedetto XVI, le segnalazioni di grazie e un rapporto personale che prosegue oltre la morte. Santo subito? La fretta è nemica dell'aureola, dice a La Bussola il segretario, ora nunzio apostolico nei Paesi Baltici. La testimonianza nel terzo anniversario della morte.
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Ecclesia 02_01_2026
Riccardo Squillantini - Imagoeconomica

Tre anni fa il caloroso pellegrinaggio per l’ultimo saluto a Benedetto XVI, morto il 31 dicembre 2022, ebbe la meglio sulle rigide temperature di inizio gennaio ma soprattutto su una certa "narrativa" sul Papa tedesco: timido e riservato, sì, ma tutt’altro che freddo e distante, tanto che la gente non lo aveva affatto dimenticato dopo quasi un decennio dalla rinuncia al soglio di Pietro. Da quella folla si levava anche il sensus fidelium che “annusava” l’odore di santità, magari auspicandone quella rapida beatificazione che lui stesso permise per il grande predecessore Wojtyla. Ma forse per Ratzinger non c’è bisogno di accelerare poiché quella che sta emergendo da allora è «una santità senza clamore ma soave e discreta come la sua personalità»: lo testimonia a La Bussola mons. Georg Gänswein, attualmente nunzio apostolico in Lituania, Estonia e Lettonia, e già segretario di Benedetto XVI prima, durante e dopo il pontificato.

Eccellenza, circa una possibile beatificazione di papa Benedetto lei stesso ha ricordato di lasciar fare ai tempi della Chiesa (che sono lunghi, salvo rare e giustificate eccezioni, come per san Giovanni Paolo II). La santità non segue i ritmi dell’attuale “civiltà della fretta”...?
Parlare di una “civiltà della fretta” rispetto alla fattispecie della santità è una contradictio in adiecto, una contraddizione in termini. Peggio ancora, la fretta è un avversario accanito della santità. Perciò lasciamo lavorare il tempo, non la fretta, perché il criterio dominante non sia quello di una popolarità mondana, ma appaia sempre di più la vera santità. La fama sanctitatis deve maturare e far emergere alla fin fine la sanctitas di vita.

Lei ha colto anche questa fama di santità nell’omaggio della folla a Benedetto XVI, che viveva nascosto al mondo da quasi dieci anni? 
Chi ha aperto gli occhi, gli orecchi e anche il cuore poteva percepire benissimo il sensus fidelium in quell’occasione, tre anni fa. Nel frattempo sta emergendo una santità senza clamore ma soave e discreta come la sua personalità.

Ha ricevuto anche testimonianze di grazie attribuite alla sua intercessione?
Le segnalazioni finora arrivate sono diverse. Ci sono lettere che testimoniano guarigioni per intercessione di Benedetto XVI; ci sono scritti che parlano di particolari grazie ricevute in seguito ad una preghiera a papa Benedetto e ci sono diversi tipi di ringraziamenti per preghiere esaudite in gravi difficoltà personali.

Come è cambiato il Suo rapporto con papa Benedetto ora che non si svolge più nella vita quotidiana ma nella comunione dei santi?
Il rapporto come tale non è cambiato, è cambiata la modalità del rapporto. La sua presenza fisica è stata sostituita da una presenza “metafisica”. Ogni giorno mi è vicino quando prego chiedendo il suo aiuto, o leggendo le sue omelie e studiando i suoi scritti. È un rapporto forte e gratificante.

Certamente Joseph Ratzinger non pensava a se stesso come un santo ma prendeva sul serio la vocazione alla santità. Cos’era per lui  la santità?
La santità è la realizzazione più alta e più radicale della meta della vita. Diventare santi significa prendere sul serio la chiamata del Signore. Le vie per raggiungerla sono varie, anzi innumerevoli.

L’allora card. Ratzinger affermò che «la vera apologia della fede cristiana (...) sono da un lato i santi, dall’altro la bellezza che la fede ha generato». Un’equiparazione che ricorda un po’ quella di Florenskij tra «atti buoni» e «atti belli». Possiamo parlare dunque di una dimensione “estetica” della santità?
Non soltanto si può, si deve parlare di una dimensione estetica della santità, a condizione però che non si confonda “estetica” con “cosmetica”. La fede crea una veste esteriore, cioè estetica, che è frutto della vita interiore nutrita della verità e dell’amore.

E questo implica molto di più di una profondità puramente intellettuale...
È assolutamente giustificato parlare di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI come fine intellettuale, ma non lo si deve ingabbiare in questa definizione: è un aspetto importante ma solo parziale, non è il Ratzinger “totale”. Si devono aggiungere, o meglio, anteporre all’intellettuale la sua fede profonda e cristallina e le sue doti umane come la bontà, la mitezza e la sincerità.



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