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CHIESA

La morte del cardinal Ruini, interprete dell'epoca wojtyliana

Presidente della Cei, Vicario del Papa per la diocesi di Roma, presidente del Progetto culturale della Chiesa italiana, il cardinale Camillo Ruini ha accompagnato fedelmente il pontificato di Giovanni Paolo II chiudendo con la "scelta religiosa" e spingendo la Chiesa italiana a un ruolo più attivo nella società.

Ecclesia 17_06_2026

Lo storico Guido Formigoni, sul numero attualmente in distribuzione della rivista Il Mulino, ha parlato dell’”epoca Wojtyla-Ruini” come di un tutto unitario, caratterizzato da precise dinamiche di politica ecclesiastica e da una visione su come guidare in modo indiretto la politica.

Alla morte, avvenuta ieri, del Cardinale Camillo Ruini, possiamo dire che questo schema interpretativo sia valido. Dal punto di vista cronologico i conti tornano perfettamente e parlare di un’”epoca Wojtyla-Ruini” è fondato. Dal 1991 fino alla morte di Giovanni Paolo II, il cardinale Ruini è stato Vicario del Papa per la Diocesi di Roma, Presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) e del Lazio, e presidente del Progetto culturale della Chiesa italiana. A dire il vero, in queste vesti, ha anche accompagnato per alcuni anni Benedetto XVI, sicuro di continuare a percorrere la medesima strada. L’espressione di Formigoni è condivisibile non solo per le coincidenze delle date, ma anche per i contenuti.

Gli anni Novanta del secolo scorso furono caratterizzati da due macrofenomeni di cambiamento che avevano interessato sia la Chiesa che la società italiana e, naturalmente, anche i loro rapporti reciproci. Dal lato della Chiesa, giungeva a maturazione il progetto di Giovanni Paolo II di rilanciare la Dottrina sociale della Chiesa, soprattutto con l’enciclica Centesimus annus (1991) dedicata alla svolta storica del crollo del comunismo nell’Europa orientale. Per quanto riguarda la Chiesa italiana questo rilancio era stato preparato dalla svolta manifestata da Giovanni Paolo II al Convegno ecclesiale di Loreto del 1985: la Chiesa aveva qualcosa di proprio da dare alla società italiana anche dal punto di vista culturale e politico, con il che veniva superata la precedente linea di una “scelta religiosa” non più impegnata nel campo del giudizio sulla realtà.

Mentre avveniva questo nella Chiesa, nella società italiana scoppiava la crisi del sistema dei partiti, la fine della Democrazia cristiana come collettore dei voti cattolici, l’aumento della dispersione politica dei cattolici, la rinascita del Partito Popolare e la sua emarginazione. Serviva un quadro nuovo da pensarsi in collegamento con le encicliche wojtylane che tendevano a ridare compattezza alla missione evangelizzante della Chiesa anche nella forma di una sua presenza pubblica. Di quest’epoca, così complessa, fu esponente principale il cardinale Ruini, che cercò si organizzare questa nuova presenza sulla linea concettuale e programmatica del papa polacco, senza però produrre eccessivi sconvolgimenti, anzi mantenendo l’unità. Egli sapeva bene che le frange contestatrici erano molte, sia dentro la Chiesa che tra i politici cattolici di area democratica.

Nel 1991 il Cardinale Ruini firma la prefazione al Direttorio di pastorale sociale “Evangelizzare il sociale” che, per struttura e contenuti era pienamente wojtyliano. Il Direttorio dava precise indicazioni su come ogni componente della Chiesa, dal vescovo al laico, dovesse agire per servire la Dottrina sociale della Chiesa: una cosa pressoché impensabile ai nostri giorni. Sulla scia di questo nuovo entusiasmo di fronte alle nuove sfide, la Chiesa italiana finanziò presso l’Università cattolica di Milano il Centro di studio sulla Dottrina sociale della Chiesa, promosse in ogni diocesi le SFISP, Scuole di formazione all’impegno sociale e politico, spinse per la formazione di nuove aggregazioni laicali  attive anche nell’azione di lobby come il Forum nazionale delle associazioni familiari guidato per molto tempo da Luisa Santolini, e poi, presieduto dallo stesso Cardinale Ruini, istituì e finanziò il Progetto culturale della Chiesa italiana. Come si vede, rilancio della Dottrina sociale e convinzione che la Chiesa dovesse svolgere un ruolo non di semplice animazione ispirarono quell’epoca ruiniana, pur nelle prevedibili difficoltà.

Tra queste ricordiamo quanti aderivano alla linea alternativa guidata dal cardinale Martini, oppure quanti accusavano questa nuova “presenza” di aver abbandonato lo spirito del Concilio come per esempio padre Bartolomeo Sorge, quanti nonostante i nuovi insegnamenti, continuavano a considerare ideologica la pretesa di una compatta dottrina cattolica che doveva guidare la pastorale e non viceversa. Si deve riconoscere al cardinale Ruini di aver guidato la nave nella burrasca, di aver condiviso la prospettiva di Giovanni Paolo II e di aver lottato per metterla in atto nel nostro Paese. Forse avrebbe potuto evitare di voler mantenere l’unità con tutti. Se osserviamo la organizzazione dei numerosi Convegni del Progetto pastorale o le iniziative da esso promosse, scopriamo che non tutte andavano coerentemente secondo la linea del Cardinale.  

Sul piano dei rapporti con la politica il cardinale Ruini giocò molte sue carte. Egli aveva il progetto di influire indirettamente sulla politica tramite politici cattolici presenti in tutti i partiti. Uomini dalle diverse visioni politiche ma uniti su quanto in seguito saranno chiamati i “principi non negoziabili”. In sé l’idea bene si collegava con il rilancio della Dottrina sociale della Chiesa, ma la formazione avveniva ancora in modo disomogeneo, permanevano molte resistenze sotterranee e la presenza in tutti i partiti favoriva la dispersione anche sui valori da difendere. L’ultimo suo tentativo su questo punto fu il suo invito a disertare le urne in occasione del referendum sulla fecondazione artificiale del 2004. Ebbe successo nell’immediato, ma il cardinale fu anche accusato di aver passato i limiti concessi ad un ecclesiastico. L’evento, comunque, bene testimoniò l’idea che egli aveva di una presenza cattolica indiretta.

Il cardinale Ruini si trovò a proprio agio anche con Benedetto XVI, ne sposò la linea e con il Progetto culturale organizzò il convegno, poi diventato libro, “Con Dio o senza Dio tutto cambia”, un percorso questo che interessò anche molti pensatori laici – allora spregiativamente detti “devoti” – interessati ad un rinnovato discorso sulla verità.

Non sembra invece che il nostro cardinale – ormai “pensionato” - si sia sentito a proprio agio durante il pontificato di Francesco. Alla sua morte, nella primavera del 2025, egli espresse quattro condizioni che il nuovo Papa avrebbe dovuto avere: dottrina salda, attitudine di governo, spirito di comunione, consolidamento della fede. Non pochi videro in questi auspici delle esigenze contrarie a quelle incarnate nel pontificato allora appena finito.



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