La Chiesa crede ancora di dover educare?
Leone XIV ha parlato agli insegnanti di religione cattolica, facendo un discorso ricco di osservazioni educative e spirituali. Ma bisogna ricordare anche la problematica di fondo, cioè l’IRC all’interno della scuola di Stato.
Sabato scorso, 25 aprile, Papa Leone XIV ha parlato agli insegnanti di Religione Cattolica in occasione del Meeting a loro dedicato, organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana. Si tratta di un bel discorso ricco di osservazioni educative e spirituali. Chi vi ha partecipato e gli insegnanti che lo leggeranno ne troveranno nutrimento. Tuttavia, se si vuole andare alle fonti delle problematiche e delle necessità dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) nelle scuole statali occorre considerare il quadro strutturale, che viene prima (e condiziona) le singole esperienze portate avanti dagli insegnanti di questa materia. Bene, quindi, dare loro sostegno e conforto, ma senza dimenticare il contesto in cui questo insegnamento avviene.
L’IRC è collocato dentro la scuola di Stato come una componente che deve muoversi secondo le sue direttive. Ciò comporta l’accettazione del primato dello Stato nell’educazione e la subalternità della Chiesa nei suoi confronti. La Chiesa sembra oggi rinunciare ad un compito educativo unico e proprio e si accontenta di partecipare ad un progetto altrui. Infatti, le scuole paritarie cattoliche chiudono e nessuno se ne preoccupa mentre vengono osteggiate le scuole parentali cattoliche: tutti segni che è stata fatta la scelta univoca per la scuola di Stato. Un tempo, come si sa, la Chiesa, soprattutto tramite l’opera dei vari ordini religiosi, riteneva di avere un proprio compito educativo ineludibile. Se oggi non pensa più così vuol dire che ritiene di avere sbagliato in passato. La tesi maggiormente sostenuta è che si era trattato di un’opera di supplenza fino a che lo Stato non si fosse messo in grado di fare da sé. Con la qual posizione si finisce per delegittimare secoli di civilizzazione tramite l’educazione.
Facendo questa scelta di insegnare la religione cattolica secondo le regole della scuola di Stato e non secondo le regole proprie, la Chiesa produce diversi danni educativi, che non possono essere compensati dalla buona volontà dei docenti e nemmeno dai consigli educativi dei Pastori. La scuola di Stato non ha un progetto educativo organico, perché deve ammettere al proprio interno, laico e pluralistico, diverse visioni dell’uomo, della vita e della morale. Essa non sa produrre una vera interdisciplinarità dentro un “universo del sapere” perché deve ammettere al proprio interno le più diverse visioni del sapere del sapere stesso. Infine, essa non può ammettere un riferimento a Dio nel rapporto con le discipline, mantenendo Dio al massimo come una ipotesi o come un pericolo per la laicità della cultura. Da tutto ciò deriva che l’insegnamento della religione deve adattarsi a questo contesto e, per essere accettato, deve smussare le proprie caratteristiche e tradursi in altro.
Nel discorso di Papa Leone da cui siamo partiti non abbiamo trovato nessun accenno a questa dimensione strutturale dell’insegnamento della religione cattolica che trasforma la Chiesa in una delle tante agenzie educative ammesse nel recinto educativo governato dallo Stato con i propri criteri. Questa sembra essere la scelta della Chiesa italiana e non era forse il caso di sollevare il problema in quel frangente. Se però ci si vuole appellare in modo convincente alla Dottrina sociale della Chiesa, bisogna non solo dire che il primo compito di educare spetta ai genitori – che già di per sé smonterebbe il principio della scuola di Stato – ma che spetta anche alla Chiesa in virtù della sua “maternità soprannaturale”.
Stefano Fontana

