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REPRESSIONE ISLAMICA

Iran, oltre il buio di Internet e dell'informazione

Continua il buio informativo in Iran, dove Internet è censurata. In assenza di testimoni, il regime islamico sta scatenando il massimo della sua violenza contro manifestanti e insorti. Ma non è escluso ancora un intervento americano.

Esteri 23_01_2026
Protesta (in Germania) contro il blackout di Internet in Iran (AP)

Da ieri doveva essere ripristinata la normale connessione Internet in Iran. Ma nella rete iraniana è ancora buio pesto. Il blackout delle informazioni è totale, con tutte le conseguenze del caso (niente pagamenti elettronici e nessun prelievo possibile) anche per chi obbedisce e non intende connettersi a Internet. Il buio delle informazioni sta permettendo al regime islamico di scatenare tutta la sua violenza contro le manifestazioni, giunte alla loro quinta settimana. Nelle settimane scorse pareva quasi che il regime fosse sul punto di cadere, già circolavano voci di una prossima fuga dell’ayatollah Alì Khamenei. Il regime, però, ha la pelle dura, non solo perché è fanatico, ma perché non si fa scrupolo a usare la forza contro la popolazione. Resta però l’incognita del possibile intervento americano, al fianco degli insorti. Ipotesi non ancora del tutto da scartare.

La battaglia tecnologica per le informazioni è fondamentale per capire la natura dello scontro. Ai tempi della televisione, la prima mossa che si doveva compiere era l’occupazione delle sedi televisive. Ai tempi di Internet è più difficile fermare video e dirette social che chiunque può mandare online in tempo reale. A meno che non si ricorra a metodi veramente drastici. Ed è quel che il regime islamico di Teheran ha fatto, forte delle esperienze precedenti. Ha letteralmente “spento” Internet. Le analisi del traffico di dati iraniano sono impressionanti: dall’8 gennaio in poi è un encefalogramma piatto. Gli insorti hanno fatto ricorso a tattiche alternative per trasmettere, aiutati, in questo, anche da Elon Musk, che ha messo loro a disposizione la rete satellitare Starlink. Ma il regime iraniano ha previsto anche questo piano B e lo ha stroncato con un misto di minacce (fino a dieci anni di carcere per chi si connette con Starlink) e tecnologia (disturbo e interruzione del segnale). Nel lungo periodo, il regime islamico mira a isolare gli iraniani dal resto del mondo, non solo con la repressione capillare e con filtri (firewall) per censurare le informazioni all'origine, ma con la creazione di una vera e propria rete Internet interna all'Iran. 

Nel vuoto di informazioni ci sono pochissime eccezioni. Una è Al Jazeera: la Tv del Qatar trasmette però quel che non dà fastidio al regime. L’altra è il coraggio dei testimoni che, a voce o con connessioni di fortuna, riescono ancora a raccontare cosa avviene nelle strade e delle piazze iraniane. E sono scene da film dell’orrore. Prima di tutti, riferiscono di una militarizzazione totale delle città: militari, guardie rivoluzionarie, paramilitari Basij e milizie sciite arrivate dall’Iraq e dall’Afghanistan sono ovunque, non hanno limiti nell’uso della violenza e intervengono anche solo se vedono un gruppo di più di due persone che parlano per strada. La raccomandazione del regime è di restare a casa e mai fare uscire i propri figli. La rivolta si è infatti trasferita dalle strade ai balconi. Slogan anti-regime, come “morte al dittatore” sono urlati dalle finestre, stando attenti a non essere scoperti da qualche pattuglia di paramilitari.

Il numero dei morti era già nell’ordine delle migliaia nella seconda settimana di repressione ed è indubbiamente salito. Le varie fonti che si stanno occupando della raccolta dati stimano, in media, circa 4mila vittime della repressione. Hanno fatto scalpore le immagini delle distese di sacchi con i corpi degli uccisi. Ma è solo una parte dello scandalo: i genitori, i parenti dei defunti, devono pagare per riavere indietro la salma del loro caro e poterla seppellire. Si deve pagare l’equivalente di una cifra che va da 800 a 3500 dollari, a discrezione dell’aguzzino. Stiamo comunque parlando di cifre altissime, se commisurate agli stipendi locali. Altrimenti si deve mentire: un altro modo per riavere il corpo è firmare una dichiarazione in cui si conferma la sua appartenenza a un corpo paramilitare. In questo modo, le autorità possono alzare il numero dei caduti fra le forze dell’ordine e ridurre quello dei caduti fra gli insorti.

I vivi non se la passano meglio. Secondo le testimonianze raccolte, chi viene arrestato rischia di essere condannato a morte da tribunali volanti che impiegano anche solo 5 minuti per emettere una sentenza. Siccome Teheran aveva promesso a Trump di sospendere le esecuzioni per motivi politici, le condanne sono motivate da altri reati comuni, attribuiti arbitrariamente alle vittime. Chi viene incarcerato subisce sistematicamente torture. Sono state raccolte ormai numerose testimonianze di torture fisiche e psicologiche, abusi sessuali su maschi e femmine indistintamente e condizioni carcerarie ancora peggiori del solito.

In questo scenario da incubo, molti iraniani (specialmente nella diaspora) ripongono le speranze in un intervento esterno e in particolare americano. Donald Trump è infatti il primo presidente che ha apertamente preso posizione per gli insorti. Lo ha ribadito anche nel fine settimana, quando ha dichiarato alla stampa: «l’Iran è il posto peggiore al mondo in cui vivere a causa della leadership di Khamenei», auspicando un cambio di leadership. Parole dure, pronunciate in risposta alle condanne continue di Khamenei nei confronti di Trump. Per la Guida Suprema iraniana è infatti il presidente americano il “responsabile di migliaia di morti”.

Occhi aperti, dunque, sul movimento di forze americane che sono presenti nella regione. Nel Golfo è giunta una nuova squadriglia di vecchi F15 Strike Eagle, adatti a missioni di bombardamento, sono aumentati sia gli aerei cisterna (per il rifornimento in volo) e i viaggi degli aerei cargo, che evidentemente portano uomini e materiali nella regione. Gli Usa stanno anche rafforzando la base di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, solitamente usata come trampolino di lancio per i bombardieri che operano nel Golfo. Infine, soprattutto, sta arrivando la task force della portaerei Uss Lincoln. E quando una portaerei arriva in zona, vuol dire che si sta preparando qualcosa. Per ora è solo pressione. In futuro non è da escludere che la guerra con l’Iran ricominci dopo che era stata interrotta a giugno.