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Gli ottocento anni di san Francesco / 2

Il Sole d’Assisi e la sua Sposa

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Nella Divina Commedia, Dante Alighieri fa raccontare a san Tommaso d’Aquino la vita del fondatore dei francescani. Il lettore del Paradiso è sorpreso dal linguaggio audace...

Cultura 08_06_2026

Secondo il cerimoniale medioevale il 4 ottobre, festa di san Francesco, era un domenicano a tessere l’elogio del santo, mentre il 7 agosto, commemorazione di san Domenico, un francescano ne celebrava l’opera e la grandezza. Questa reciprocità rituale introduce immediatamente il tema centrale dell’umiltà, che costituisce la chiave di lettura dell’intero racconto. Questa è la ragione per cui nella Divina Commedia il domenicano san Tommaso racconta la vita del fondatore dei francescani, mentre in maniera speculare il francescano san Bonaventura da Bagnoregio esalterà nel canto successivo il fondatore dell’ordine domenicano. Tommaso, dunque, non compie un semplice esercizio encomiastico, ma un atto teologico che riconduce ogni santità alla stessa sorgente.

Raccontare la storia di un santo – sottolinea san Tommaso – equivale anche a ricordare quella dell’altro, perché la loro vita è stata spesa per lo stesso fine: la gloria di Cristo. In questo consiste l’umiltà, sintetizzabile nell’incipit del Salmo 115: «Non nobis, Domine, non nobis, Domine sed nomini tuo da gloriam» ovvero «Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria». Ogni grazia e bene provengono dalla misericordia e dalla grandezza di Dio: ogni azione sia perché trionfino la verità e lo splendore di Dio nel mondo sulla morte e sul male.

La chiamata di Dio

Dopo aver definito l’umiltà come principio teologico, Tommaso ne mostra subito la forma concreta: la risposta alla chiamata divina.

L’umiltà si traduce in un «sì» alla chiamata di Dio. La provvidenza ha scelto e chiamato due capi che fossero da guida alla Chiesa, perché questa si dirigesse verso il suo sposo Gesù: uno fu san Francesco, ardente di carità come i Serafini; l’altro, san Domenico di Guzman, fu splendente per sapienza come i Cherubini.

I luoghi francescani

Per comprendere la grandezza della vocazione di Francesco, Tommaso parte dal luogo in cui essa si è incarnata: la sua città.

San Tommaso, nell’opera di Dante, seleziona soltanto pochi aspetti dell’immane mole di aneddoti, storie, miracoli che hanno accompagnato il santo assisiate. Ci offre una breve descrizione geografica e pochi fotogrammi della vita. Innanzitutto, san Tommaso descrive con dettaglio l’ubicazione della città natale di san Francesco, Assisi, collocata sulla costa meno ripida del monte Subasio, tra i fiumi Topino e il Chiascio. Il santo è stato per il mondo un nuovo Sole, ragione per cui sarebbe opportuno ribattezzare quel paese con il nome di «Oriente» (luogo di nascita del Sole), non più «ascesi» (salita, ovvero Assisi). In questo modo il nome della città rispecchierebbe meglio la sua natura. San Tommaso ci vuole descrivere san Francesco simile a Gesù, Sole per l’umanità. La stessa data di nascita del Signore (25 dicembre) coincide, anche se non sempre, con la festività del Sol invictus per i Romani, celebrata sia il 25 dicembre che in altre date.

Il matrimonio di san Francesco

Dopo aver collocato Francesco nel suo «orizzonte di luce», Tommaso introduce l’episodio più sorprendente, che rivela la radicalità della sua imitazione di Cristo.

San Tommaso si sofferma sulla lotta del giovane Francesco con il padre a causa della donna amata. Il lettore del Paradiso è sorpreso dal linguaggio audace utilizzato da san Tommaso, appartenente da un lato alla sfera cavalleresca, dall’altro alla dimensione erotico-carnale. San Francesco ha combattuto per una donna che si era già sposata più di millecento anni prima e che non aveva più ricevuto un invito. Si è unito carnalmente con lei di fronte al vescovo e al padre. Nessuna scena potrebbe essere più scandalosa, provocatoria e vergognosa. Scopriamo, poi, che il primo marito fu Gesù Cristo.

L’audacia di san Tommaso non si arresta qui: quella donna andò in croce con Cristo laddove anche la Madonna era rimasta ai piedi del legno. San Tommaso comprende di avere generato scalpore e dubbio nella mente dell’interlocutore Dante, così come certamente tutti i lettori sono rimasti scioccati da quanto hanno letto. Per questo sente la necessità di togliere ogni mistero o possibile fraintendimento e rivela l’identità della donna: Madonna Povertà.

Così san Francesco divenne sempre più simile a Cristo. Non solo fu un Sole così come il Signore in Terra, ma sposò anche la stessa donna, disprezzata e reietta da tutti.

Il fascino di san Francesco

A questo punto Tommaso mostra come l’unione con Povertà non sia solo simbolica, ma generi una forza attrattiva capace di trasformare chiunque incontri Francesco.

Anche nella presentazione delle tappe fondamentali della vita del povero d’Assisi, san Tommaso sceglie episodi che rappresentino il santo come figura di Cristo, immagine luminosa di Cristo in Terra. Rendendosi imitatore della Bellezza incarnata, san Francesco brillò dello splendore del Bello e conquistò affascinando tutti coloro che incontrava. Attratti dall’amore, dalla letizia, dalla speranza e dall’ardore di carità, molti lo seguirono.

San Tommaso spiega che i seguaci di san Francesco aumentavano sempre più, perché piaceva la sua sposa. È come se qualcuno uscisse con un amico, perché è attratto da sua moglie. Lo seguì dapprima, nel 1209, Bernardo di Quintavalle, che fondò nel 1211 a Bologna il primo convento francescano. Poi fu la volta di Egidio e di Silvestro.

Le conferme della regola

Dopo aver mostrato la forza carismatica di Francesco, Tommaso passa a illustrare come la sua scelta sia stata riconosciuta e sigillata dalla Chiesa e da Cristo stesso.

San Tommaso racconta che san Francesco ricevette tre conferme alla sua regola. La prima fu ad opera di papa Innocenzo III che nel 1209 conferì un’approvazione orale. Nel 1223 fu papa Onorio III a riconoscere per iscritto la regola. La terza e ultima conferma venne direttamente da Cristo attraverso le stimmate che il santo ricevette sul Monte Verna nel 1224, dopo essersi recato in Terrasanta a predicare («per la sete del martirio») ed essere tornato in Italia poco più tardi, poiché non trovò il terreno adatto. San Tommaso si riferisce al viaggio di san Francesco in Oriente nel 1219, in cui tentò di convertire addirittura il sultano d’Egitto. Le stimmate che san Francesco portò sul corpo per ben due anni fino alla morte lo resero del tutto simile a Cristo nella sofferenza della Passione. Per questo il santo d’Assisi è figura di Cristo.

Prima di morire san Francesco dispose che il suo corpo venisse disteso nudo per terra alla Porziuncola e chiese ai suoi confratelli di amare la sua donna (Madonna Povertà).

Il confronto con san Domenico

Dopo aver delineato la figura di Francesco, Tommaso torna al proprio ordine, completando così il parallelismo iniziale. A questo punto san Tommaso ricorda la grandezza del fondatore, san Domenico di Guzman, scelto da Dio per mantenere la barca della Chiesa sulla giusta rotta. Egli fu degno compagno di san Francesco. Chi lo segue carica buona merce nella barca. Purtroppo molti domenicani hanno deviato dalla regola e non seguono le orme del fondatore.

Il domenicano san Tommaso non sottolinea, com’è giusto che sia, la corruzione dei francescani, ma quella del proprio ordine. Si guarda il proprio male per correggerlo, prima che il male altrui. L’immagine utilizzata è evangelica: le pecore si allontanano dal pastore, attirate dai beni terreni, e ricercano pascoli diversi da quelli indicati dal fondatore, tornando così all’ovile prive di latte. Poche sono le pecore che seguono il pastore. Così, in perfetta coerenza con il principio iniziale dell’umiltà, Tommaso chiude il cerchio del suo discorso. Ora, conclude san Tommaso, Dante deve aver capito perché l’albero (ovvero l’ordine) domenicano si spezza in schegge e perché ci si arricchisce seguendo la regola di san Domenico purché non si corra dietro al vano («“U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”»).



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