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Il segreto della gioia di Pier Giorgio Frassati

Nella biografia Pier Giorgio Frassati. La gioia non avrà misura, Vincenzo Sansonetti scrive sul giovane «delle otto beatitudini» andando alle radici della sua gioia profonda: una fede granitica vissuta e testimoniata nel quotidiano.

Cultura 30_08_2025

«Un ragazzo aperto, gioviale, sportivo, abile alpinista, impegnato politicamente, esempio di freschezza e gioia di vivere, amato da tutti per la sua generosità e per la dedizione eroica ai più poveri». Vincenzo Sansonetti tratteggia così la figura del beato Pier Giorgio Frassati (1901-1925), che sarà canonizzato il prossimo 7 settembre, nella recente biografia Pier Giorgio Frassati. La gioia non avrà misura (Ares 2025, pp. 216) particolarmente documentata anche sotto il profilo storico.

«Vivace e attivissimo, ma capace di stare ore in adorazione davanti al Santissimo, ha testimoniato con la sua vita, breve ma intensa, cosa significhi avere fiducia completa e senza limiti in Dio e nei disegni della Provvidenza», osserva Sansonetti, il quale dà particolare rilievo alle radici familiari e al contesto storico della Torino di inizio Novecento, nella quale Pier Giorgio nasce e cresce. Una metropoli industriale e borghese che, come il resto del Paese, osteggia apertamente la presenza dei cattolici nella vita sociale e politica, i quali non sono graditi al governo postunitario. Basti ricordare la carica delle guardie regie a cavallo nei confronti di un corteo pacifico di 30.000 giovani giunti nel 1921 a Roma per recarsi dal Papa, in occasione del cinquantenario della nascita della Gioventù Cattolica. «Libererete me quando avrete liberato anche tutti i miei amici», afferma perentoriamente il giovane Frassati alle guardie dopo esser stato arrestato, laddove il suo lignaggio gli avrebbe offerto la possibilità di essere prontamente rilasciato. Il giorno seguente quegli stessi giovani sarebbero ritornati in piazza coraggiosamente col gonfalone della Fuci che era stato spezzato: non hanno paura di testimoniare pubblicamente la loro fede.

Quella di Pier Giorgio è una fede granitica che matura gradualmente; è la consapevolezza profonda che «da te non farai mai nulla, ma se Dio avrai per centro di ogni tua azione, allora sì arriverai fino alla fine». È nel contempo la fede dei semplici, quella che gli fa replicare con serenità – mentre viene sorpreso con la corona del Rosario tra le mani – a chi gli domanda provocatoriamente se sia diventato bigotto: «No, sono rimasto cristiano».

Per vivere concretamente la sua fede nel servizio ai poveri, Pier Giorgio non ha bisogno di fare tanta strada, né di andare a cercarli nelle periferie. Le soffitte delle case dei ricchi di Torino pullulano infatti di povera gente, come nota Sansonetti. Sono il suo prossimo, al quale egli fa visita in maniera sistematica in particolare con le Conferenze di San Vincenzo. Oltre a quelli che giacciono in soffitte nauseabonde, talvolta conosce intere famiglie che hanno bisogno magari di traslocare senza avere i soldi per farlo. E allora il giovane s’inventa la “Frassati Impresa Trasporti” e affitta per loro un carretto a sue spese. Sono i poveri che incontra occasionalmente per strada, ai quali dona il cappotto nuovo o i soldi del suo biglietto per il tram rientrando a casa a piedi. Sono una madre col figlio neonato in braccio che bussa alla sua porta e alla quale dona segretamente calze e scarpe in un impeto di intima compassione. Sul suo taccuino annota prontamente nome, indirizzo e necessità di ogni povero che incontra. Pier Giorgio scorge infatti nel volto dei poveri la luce di Cristo, quella stessa che riconosce nell’Eucarestia, dove «Gesù mi fa visita». La Comunione frequente, l’adorazione eucaristica anche notturna (all’epoca pratiche tutt’altro che scontate) e la preghiera del Rosario sono il motore che ne alimenta la carità fino alla morte.

Pier Giorgio soffre molto nel corso della sua esistenza terrena, sia a causa della crisi del rapporto tra i suoi genitori, sia per l’esigenza di rinunciare all’amore per Laura proprio per amore degli stessi, oltre che per i dolori atroci legati alla poliomielite fulminante di cui s’ammala. Eppure distingue nettamente la sofferenza dalla tristezza di chi vive un dolore in maniera disperata. Sa bene che ogni croce è preziosa nella misura in cui essa lo unisce ancor di più al suo Gesù. Ecco il segreto della sua letizia, quella gioia cristiana che non taglia fuori il dolore: «Che cosa sono questi pochi anni passati nel dolore in confronto all’eternità felice, dove la gioia non avrà misura e fine».

Stare insieme allegramente e «servire Dio in perfetta letizia» costituiscono anche lo scopo della Società dei Tipi Loschi, una compagnia che desidera vivere in Cristo l’amicizia, tra passeggiate in montagna e Rosari recitati durante una gita mentre si sale insieme verso l’alto.

La biografia di Sansonetti ha infine il pregio di approfondire «l’uomo delle otto beatitudini» (così lo definì san Giovanni Paolo II), anche alla luce di quanto hanno detto di lui intellettuali, cardinali e soprattutto gli ultimi pontefici, da san Paolo VI a Leone XIV. Ne emerge il profilo di «un Santo appassionato della realtà», come scrive l’autore, che merita di essere additato in special modo quale patrono di quanti desiderano vivere pienamente e compiutamente, e dunque in Cristo, la propria giovinezza. Come? Per dirla con Benedetto XVI: «Tenendo fisso lo sguardo alla vita eterna».



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