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INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Il robot che ci "ascolta". Il nuovo mercato della solitudine

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OpenAI sta per lanciare il suo primo dispositivo hardware: un assistente robotico che impara a conoscerci e ci fa compagnia, non solo per i lavori domestici. Il presupposto è che siamo così soli da avere bisogno di un compagno artificiale. E non saranno rose e fiori.

Economia 25_08_2026
Sempre più umano, un assistente virtuale con ologramma (AP)

OpenAI sta per lanciare il suo primo dispositivo hardware. Al modo in cui nel 2014 Jeff Bezos, patron di Amazon, aveva lanciato sul mercato Amazon Echo, il primo smart speaker commerciale impersonato da Alexa, oggi le prime indiscrezioni parlerebbero di uno speaker senza schermo, a forma di ciambella, pensato per essere trasportato di stanza in stanza, senza fili e con l’IA di OpenAi, estremamente intelligente e capace di porsi secondo i desideri e le consuetudini del suo proprietario. Un vero e proprio compagno domestico, quindi, e non semplicemente un assistente vocale che risolve problemi pedanti e limitati (“Alexa, fai partire un po’ di musica” o “Alexa, aggiungi ‘pasta’ alla lista della spesa”).

Le indiscrezioni raccolte da Bloomberg parlano di un hardware che abbia l'obiettivo dichiarato di sembrare "vivo", con parti meccaniche che si muovono per dare l'impressione di reagire emotivamente e una personalità che si affina nel tempo studiando abitudini, email, conversazioni e contenuti del proprietario.

La domanda che sottende il prodotto, fin dietro il suo packaging elegante e minimalista firmato Jony Ive, è perché OpenAi, e non solo, stiano investendo miliardi per costruire compagni artificiali destinati alle nostre case. E la risposta, purtroppo, non si limita a semplici chart e trend di bilanci proiettati nello Stato Maggiore di San Francisco, ma si amplia ad abbracciare un vuoto sociale che gli Stati non riescono a colmare e che le aziende vogliono colonizzare e monetizzare. Il prodotto venduto non è uno smart speaker, ma l’illusione della compagnia.

Non è una novità, tantomeno un caso isolato. Alexa nel 2014 aveva intercettato la domanda della solitudine domestica, ma era ben lungi da essere interpretata come un compagno umano, ma più come un vero e proprio assistente nello sbrigare le faccende domestiche, tutto al più come una radio intelligente capace di assecondare i gusti musicali. La nuova generazione di dispositivi si spinge oltre: promettendo un legame. E si è già visto come questa illusione, condita da un algoritmo di acritica comprensione e laissez-faire, possa avere conseguenze nocive e fatali: basti ricordare il caso Sewell Setzer III, quattordicenne della Florida che, su spinta di un chatbot di Character.AI, si è convinto a mettere volontariamente fine alla propria vita.

Nella migliore delle ipotesi, un compagno robotico altro non è che un simulacro, ma è un sostituto che disabitua alla fatica, al rischio e alla bellezza del rapporto con l’alterità, cosa che non possiamo barattare facilmente con semplici task da risolvere con un AI. Tuttavia, una società che parcellizza il bene comune al relativismo dei fini vede come legittima la delega della propria vita affettiva a un oggetto programmato da una grande azienda. Il rischio di essere noi uomini a diventare robot incapaci di relazione è evidente, specialmente per chi è più vulnerabile. La concordanza tra lo sviluppo dell’IA e la mancanza di empatia tra uomini e donne che troviamo leggendo le cronache sui quotidiani non è una causalità, ma un rapporto di causa-effetto.

Potrebbe essere comunque da considerarsi un problema privato, di libertà personale, se non fosse sia un male personale sia un costo collettivo. Se le persone si abituano a colmare la propria solitudine con un dispositivo invece che con la famiglia, con il vicinato, con i colleghi, con le reti di mutuo soccorso, il tessuto sociale si sfilaccia ancor di più, e chi ne paga il conto, alla fine, è lo Stato sociale. Meno legami informali comportano più domanda di assistenza pubblica per anziani soli, per persone fragili e per famiglie disgregate. Il welfare, già sotto pressione, si troverà a dover sostituire con risorse pubbliche ciò che un tempo veniva offerto gratuitamente dalla prossimità umana.

Il terzo elemento, ancor più insidioso: un dispositivo che impara a conoscerci intimamente attraverso mail, abitudini, stati d'animo, diventa uno strumento perfetto per orientare i consumi. Altro che libertà personale: l’uomo diventa previsione di acquisto e consumo. Alcuni commentatori online hanno già sollevato il sospetto che lo smart speaker altro non sia che un hub di raccolta dati, al modo in cui già lo fanno Meta, Amazon e Google. Dati poi rivenduti ad agenzie pubblicitarie, assicurazioni e aziende per sviluppare ulteriori acquisti. Proviamo a immaginare un’IA che ci conosce al meglio, e meglio di chiunque può “spingerci gentilmente” verso prodotti, servizi o abbonamenti, esattamente come un amico ma con il fine sotteso di manipolarti, e nel momento di maggiore vulnerabilità emotiva. Si chiama nudging (la "spinta gentile" ndr) mascherato da premura, ed è ciò che sostituirà i rapporti umani, se continuiamo a delegare alle aziende la libertà di una scelta collettiva.