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TECNOCRAZIA

Il Rhine Group di Draghi, la solita ricetta sbagliata per la crisi dell'Ue

Il gruppo economico di Mario Draghi, il Rhine Group, si ripromette di risolvere la crisi dell'Ue. Ma è composto dalle stesse figure d'élite che quella crisi l'hanno creata con le loro ricette tecnocratiche e dirigiste. 

Economia 28_08_2026
Mario Draghi e Ursula von der Leyen (ImagoEconomica)

Mario Draghi torna in campo alla guida di un think tank costituito in questo mese di agosto 2026 che riunisce economisti, grandi manager, accademici ed ex uomini di governo. Si tratta del Rhine Group, copresieduto insieme a Patrick Collison, imprenditore irlandese cofondatore e amministratore delegato di Stripe.  L’obiettivo dichiarato sul sito è quello di salvare l'Europa dal declino: «Non è troppo tardi per cambiare la traiettoria dell’Europa, se noi facciamo i passi giusti adesso». Il punto critico sta proprio in quel “noi”: chi ha contribuito a costruire il modello europeo degli ultimi vent'anni, oggettivamente fallimentare, può presentarsi oggi semplicemente come colui che dovrà correggerlo? È lecito dubitarne.

Il manifesto del gruppo parte da dati difficilmente contestabili, ponendosi tematicamente in continuità con il Rapporto Draghi, The Future of European Competitiveness, presentato nel 2024 su incarico della Commissione europea, con oltre 170 proposte su energia, industria, difesa, digitale e mercati finanziari. Fra le cinquanta maggiori imprese tecnologiche mondiali appena quattro sono europee, e nelle tecnologie emergenti il continente occupa una posizione di debolezza. Se la stagnazione dovesse continuare, avverte il Rhine Group, l'Europa rischierebbe di non riuscire più a finanziare adeguatamente difesa, sanità, pensioni, istruzione e protezione sociale. Il declino non sarebbe inevitabile, ma diventerebbe probabile se l'Unione non tornerà a «competere, costruire e crescere nuovamente».

Che l’Europa sia in grave difficoltà non ci sono dubbi: cresce poco, invecchia rapidamente, è sottoposta a crescenti tensioni sociali causate da un’immigrazione incontrollata, perde terreno tecnologico rispetto a Stati Uniti e Cina, soffre di costi energetici elevati, vede indebolirsi parte della propria base industriale e sta diventando sempre più irrilevante sullo scenario internazionale. Il progetto viene presentato come un luogo di dialogo fra mondi diversi — grande impresa, finanza, accademia, istituzioni — con l'ambizione di trasformare l'analisi del declino europeo in proposte operative. L’impostazione è di matrice socialista-liberale e ricorda la partnership pubblico-privata del World Economic Forum di Davos, che negli ultimi tempi appare decisamente in affanno nel dettare le agende globali e settoriali.

Il Rhine Group appare così come il passaggio dalla diagnosi alla costruzione di una rete capace di promuoverne l'attuazione, dopo due anni in cui molte raccomandazioni sono rimaste sulla carta. Qui si presenta il vero problema politico. Le autodichiaratesi élite che oggi denunciano la crisi europea sono in buona parte le stesse che hanno guidato il continente negli ultimi decenni. Draghi ne è inevitabilmente un simbolo: governatore della Banca d'Italia, presidente del Financial Stability Board, presidente della BCE per otto anni, presidente del Consiglio italiano e infine autore, su incarico della Commissione, del rapporto sulla competitività.

La presenza italiana nel Gruppo è significativa: accanto a Draghi figurano Vittorio Colao, già amministratore delegato di Vodafone e ministro dell'Innovazione nel governo Draghi, oggi vicepresidente EMEA di General Atlantic (e già collaboratore del rapporto Draghi del 2024); Francesco Giavazzi, professore emerito alla Bocconi ed ex consigliere economico di Draghi a Palazzo Chigi; Lucrezia Reichlin, della London Business School ed ex direttrice generale della ricerca della BCE; Francesco Decarolis della Bocconi; Andrea Pignataro di ION Group; Luca Ferrari, fondatore e CEO di Bending Spoons.

La componente internazionale è ancora più rilevante: il Nobel per l'economia Philippe Aghion, l'economista Bengt Holmström, l'ex membro del board BCE Benoît Cœuré, l'ex ministro francese Bruno Le Maire, l'ex ministro delle Finanze tedesco Jörg Kukies, il presidente di BBVA Carlos Torres Vila, il CEO di Mastercard Michael Miebach, imprenditori come Sebastian Siemiatkowski (Klarna), Tobi Lütke (Shopify) e Niklas Zennström (Atomico), oltre a direttori di testate come Roula Khalaf (Financial Times) e Zanny Minton Beddoes (The Economist).

Non siamo dunque di fronte a un circolo accademico, ma a una rete che unisce intenzionalmente finanza, tecnologia, grandi imprese, università e figure con lunga esperienza nelle istituzioni pubbliche. Le riunioni si svolgeranno secondo la Chatham House Rule: le informazioni emerse potranno essere utilizzate, ma non attribuite ai singoli partecipanti, seguendo una prassi diffusa e legittima nei consessi internazionali, pensata per favorire un confronto franco senza obbligare ciascuno a difendere pubblicamente le posizioni della propria istituzione. La riservatezza di per sé non è una prova di oscure trame, ma quando al tavolo siedono ex capi di governo, banchieri centrali, manager e grandi investitori, si pone comunque un problema di trasparenza democratica: quanto spazio resta, nella formazione delle decisioni, alla rappresentanza politica e alla volontà degli elettori e dei corpi intermedi?

L'impressione, infatti, è che il Rhine Group riproponga, ancora una volta, una risposta tecnocratica: più coordinamento dall'alto, più potere ai grandi centri decisionali, più debito comune, più spesa pubblica gestita da cabine di regìa centralizzate, più integrazione gestita da competenze specialistiche e reti transnazionali. Un’impostazione contraria al principio di sussidiarietà, l’ennesimo espediente per ridurre la sovranità nazionale verso gli Stati Uniti d’Europa? La crisi dell’Europa è anche il risultato di scelte compiute dalla classe dirigente: una gestione politica della crisi sanitaria improntata all'emergenza permanente, di cui a distanza di anni servirebbe un bilancio sereno sui costi economici, educativi e sociali; una transizione ecologica impostata troppo spesso su obiettivi ideologici fissati politicamente prima che fossero disponibili tecnologie e infrastrutture in grado di sostituire quelle esistenti senza compromettere la competitività; l'abbandono del gas russo dopo l'invasione dell'Ucraina, comprensibile nella sua logica di sicurezza ma gestito senza un'adeguata strategia di approvvigionamenti alternativi competitivi, con un costo pesante per la manifattura tedesca e italiana; un crescente orientamento al riarmo che, per quanto l'Europa debba assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza di fronte al ridimensionamento dell'ombrello americano, rischia di assorbire risorse necessarie alla coesione sociale o di trasformarsi in una nuova forma di politica industriale surrettizia finanziata dal contribuente.

C'è infine una questione sulla quale l'approccio, prevalentemente economico e tecnologico, del Rhine Group rischia di mostrare tutti i propri limiti: l'Europa non soffre soltanto di un deficit di intelligenza artificiale, venture capital o aziende tecnologiche. Soffre di un deficit di bambini. Senza una ripresa della natalità, la sostenibilità dei sistemi pensionistici e assistenziali diventerà sempre più difficile, la popolazione attiva continuerà a restringersi e crescerà inevitabilmente la pressione fiscale sulle generazioni più giovani. Il rilancio europeo dovrebbe partire innanzitutto dalla famiglia e dalla tutela della vita. Negli ultimi decenni, invece, una parte significativa delle istituzioni e delle pseudo-élite culturali europee ha privilegiato un'agenda antropologica improntata alle politiche di genere, mentre la crisi della famiglia e il crollo delle nascite assumevano dimensioni sempre più drammatiche. È difficile immaginare un vero rilancio del continente senza affrontare anche questa contraddizione, così come sarebbe necessario riconoscere la famiglia stabile e aperta alla vita come un bene pubblico essenziale, e non come una variabile marginale delle politiche sociali.

In conclusione, L’azione del Rhine Group non va inquadrata come quella di un presunto potere segreto, ma come l’ennesimo passaggio della progressiva sostituzione della politica con la tecnocrazia. Governare non significa soltanto individuare la soluzione tecnicamente più efficiente: significa scegliere tra beni differenti, stabilire priorità, distribuire sacrifici. In una parola, fare politica. E la politica, in democrazia, richiede consenso e responsabilità davanti agli elettori.

Il continente non uscirà dalla crisi soltanto con report, tavoli riservati e piani elaborati dall'alto: servirà restituire spazio alle famiglie, alle imprese, alle comunità, ai corpi intermedi e alle nazioni. La crisi dell'Europa non è soltanto una crisi di produttività: è economica e demografica, ma anche politica e culturale. E non è affatto scontato che possa essere risolta applicando, con maggiore determinazione e con strumenti tecnologici più potenti, la stessa concezione tecnocratica che ha già segnato una parte importante della sua storia recente. Anzi.