• EURO

Il mostro dell'inflazione torna in Europa

Gli istituti statistici rilevano il ritorno di un fenomeno inflazionistico, per la prima volta dal 2013. C'è che la festeggia come un segno che la crisi è finita. Ma non c'è nulla da festeggiare. L'inflazione abbatte il potere d'acquisto e soprattutto costringe a ragionare in termini di breve periodo: consumare tutto e subito.

Inflazione

Anche in Europa è tornato il “mostro” inflazione. Nello specifico l'indice Eurostat, che prende in esame i 19 Paesi con la moneta unica, ha segnato per la prima volta dal 2013 quota +2%; allo stesso tempo l'Istat ha appena comunicato che lo scorso febbraio l'inflazione in Italia ha raggiunto il +1,5% su base annua (+0,3% su gennaio). Per la precisione - riferisce l'istituto di statistica - “l'accelerazione dell'inflazione a febbraio 2017 è per lo più ascrivibile alle componenti merceologiche i cui prezzi sono maggiormente volatili e in particolare agli Alimentari non lavorati (+8,8%, era +5,3% a gennaio) e ai Beni energetici non regolamentati (+12,1%, da +9,0% del mese precedente). A rafforzare l'inflazione c'è poi l'accelerazione della crescita dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+2,4%, dal +1,0% di gennaio)”. Se escludiamo alimentari freschi ed energetici “l'inflazione di fondo” segna in un anno il +0,6%, che diventa +1,3% se scorporano dal calcolo solo i beni energetici.

I dati hanno sollevato l'entusiasmo di molti commentatori che hanno visto il fenomeno come un indizio dell'imminente fine della crisi. Tuttavia l'inflazione, di per sé, dovrebbe tutt'altro che entusiasmare. Basterebbe infatti guardare la sua definzione da manuale economico - “un rincaro di ampia portata, che non si limita a singole voci di spesa” (da sito Bce) – per capire come non sia certo un fenomeno auspicabile. Chi vorrebbe vivere in una realtà economica in cui, giorno dopo giorno, i prezzi dei beni di consumo aumentano di continuo rendendo sempre più difficile il loro acquisto? Sarà vero che la tendenza dei salari è quella di adeguarsi alle nuove richieste di spesa del mercato (processo che avviene comunque in modo lento e non lineare), ma lo stesso non avviene per i risparmi che invece perdono progressivamente valore. E lo stesso vale per i mutui a tasso variabile che, con l'inflazione, diventano sempre più onerosi da sostenere.

Sia chiaro: finché l'inflazione rimane entro il 2%, target massimo fissato dalla Bce, non succede nulla di grave specie se il moderato aumento dei prezzi è compensato da una moderata crescita dell'economia. Ma cosa succederebbe se la percentuale dovesse andare oltre? Per capirlo in maniera chiara si può fare affidamento all'ottima applicazione del Sole 24 Ore che permette di calcolare come è cambiato il potere d'acquisto fra 1861 al 2015. Usandolo scopriamo, ad esempio, che fra il 1970 e il 1980 l'inflazione ha mangiato il 70% del potere d'acquisto della moneta. Se nel '70 con 10mila lire si potevano comprare un videogioco, pizza e birra (come oggi con 90 euro) nel 1980 ci si doveva grosso modo limitare alla pizza, alla birra e magari a un antipasto o un dolce (come oggi con 24 euro).

L'inflazione, dunque, punisce il risparmio. Se un anziano signore avesse deciso di risparmiare 10mila lire ai tempi di “Se potessi avere mille lire al mese” di Gilberto Mazzi (1939), cifra che valeva come 8.700 euro oggi, si sarebbe trovato sessant'anni dopo, nel 1999, con un potere d'acquisto pari ad appena 6,95 euro. D'accordo, di mezzo c'è stata una Guerra Mondiale e una moneta ricreata da zero. Tuttavia anche se avesse risparmiato le 10mila lire nel 1949, quando valevano 185 euro, si sarebbe comunque trovato a fine secolo in tasca un potere d'acquisto pari ad appena un 26esimo di quella cifra. Una bella fregatura spiegata in modo più immediato e meno formale in un bel video sul “mostro inflazione” che la Bce ha ideato per le scuole.

Un altro effetto molto grave dell'inflazione è che costringe le persone a ragionare in un'ottica di breve periodo. Come ha scritto qualche giorno fa Carlo Lottieri, docente all'Università di Siena ed editorialista, su La Provincia di Lecco “quando la moneta diventa un'unità di misura che perde valore nel tempo è chiaro come i comportamenti di tutti i soggetti (investitori, imprese, consumatori etc) risultino distorti […]. Anche quanti – per ragioni culturali e morali – sarebbero maggiormente orientati ad accantonare e a essere previdenti tendono a consumare subito l'intero reddito: e questo perché accumulare risorse in tempi di prezzi crescenti significa perdere ricchezza”. La conseguenza è che “la società inizia a rinunciare a ogni prospettiva di medio-lungo termine, focalizzandosi sull'immediato. Il consumo ha la meglio sul risparmio e questo, nel tempo, finisce anche per indebolire i legami familiari”.

Il rischio, in concreto, è che peggiori ulteriormente la spirale negativa che abbiamo visto negli ultimi anni. Giusto qualche giorno fa il direttore de La Nuova Bussola Quotidiana Riccardo Cascioli ricordava come il 2016 abbia segnato un nuovo record negativo di nascite (appena 474mila) dopo una sfilza di record negativi negli anni passati. La denatalità non è solo “figlia dei tempi” e di una società secolarizzata, ma è anche frutto di una condizione economica che vede moltissimi italiani, soprattutto giovani, affrontare una grandissima difficoltà nel concepire e strutturare il proprio futuro. Se l'inflazione dovesse tornare a galoppare come negli anni '70 chi mette al mondo un figlio non potrebbe più neppure contare sui risparmi accumulati in anni di duro lavoro e rischierebbe ancora di più di finire sotto quella soglia di povertà che, già oggi, racchiude molti italiani.

Dona Ora