Il caso Ranucci e le porte girevoli giornalismo-politica
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Ogni passaggio dalla scrivania o dallo studio televisivo ai banchi delle istituzioni rischia di alimentare il sospetto che la notorietà costruita raccontando la politica possa essere utilizzata, prima o poi, per fare politica. Considerazioni sul caso Ranucci.
Da decenni il rapporto tra televisione e politica in Italia è caratterizzato da un continuo intreccio. Non è una novità che giornalisti e conduttori, dopo aver costruito una carriera davanti alle telecamere, decidano di fare il salto nelle istituzioni. È una scelta legittima, garantita dalla Costituzione, ma che inevitabilmente apre una riflessione sulla neutralità del lavoro svolto fino a quel momento e sulla percezione che il pubblico può averne.
La storia della televisione italiana offre numerosi esempi. Piero Badaloni lasciò il giornalismo per candidarsi alla guida della Regione Lazio, diventandone presidente tra il 1995 e il 2000, prima di rientrare successivamente in Rai. Un percorso analogo è stato quello di Piero Marrazzo, anch'egli giornalista Rai, eletto presidente della Regione Lazio nel 2005 dopo una lunga esperienza televisiva.
Altri casi sono diversi ma ugualmente significativi. Lilli Gruber ha lasciato il giornalismo televisivo per essere eletta al Parlamento europeo, salvo poi tornare alla conduzione televisiva. Lucia Annunziata è stata giornalista e conduttrice tv, presidente della Rai e successivamente parlamentare europea. Michele Santoro non ha mai ricoperto incarichi di governo, ma negli ultimi anni ha scelto di candidarsi alle elezioni europee, trasformando un lungo percorso giornalistico in un impegno politico diretto.
Sul versante opposto dello schieramento politico troviamo Giovanni Toti. Dopo una lunga esperienza da direttore del TG4 e volto di Mediaset, è entrato in politica con Forza Italia, è stato eletto presidente della Regione Liguria per due mandati consecutivi e, conclusa quell'esperienza, è tornato a occuparsi di comunicazione. Porte girevoli tra politica e giornalismo anche per Mario Sechi, che ha diretto varie testate giornalistiche ma nel 2013 si è candidato al Senato per Scelta civica, partito fondato dal senatore a vita Mario Monti, senza risultare eletto. Prima di diventare direttore di Libero, incarico che ha ricoperto fino a qualche mese fa, ha lavorato come capo ufficio stampa di Palazzo Chigi con Giorgia Meloni. Sono percorsi che dimostrano come il fenomeno attraversi indistintamente centrodestra e centrosinistra.
Ogni volta che un giornalista sceglie la politica, inevitabilmente si riapre lo stesso interrogativo: quanto delle sue convinzioni personali era già presente nella precedente attività professionale? È una domanda inevitabile, anche se spesso impossibile da dimostrare con elementi oggettivi. Il giornalismo non è una scienza esatta e ogni scelta editoriale, dalla selezione delle notizie agli ospiti invitati fino al linguaggio utilizzato, può essere letta attraverso sensibilità culturali e politiche differenti.
Il tema torna oggi d'attualità per il caso che coinvolge Sigfrido Ranucci. Nelle ultime settimane sono emerse indiscrezioni secondo cui Valter Lavitola avrebbe commissionato un sondaggio per misurare il gradimento del conduttore di Report come possibile candidato alla guida del cosiddetto "campo largo". Si tratta di una circostanza che, qualora confermata, testimonierebbe semplicemente l'interesse di qualcuno a verificarne l'appeal elettorale. Non costituisce però una prova dell'esistenza di un progetto politico condiviso né tantomeno dimostra la volontà di Ranucci di candidarsi.
Ed è proprio qui che si colloca il punto più interessante della vicenda. Non tanto il sondaggio in sé, quanto le conseguenze che produce sul piano della percezione pubblica. Per anni Report è stato uno dei programmi di inchiesta più incisivi della televisione italiana. Tuttavia, spesso ha dato l’impressione di essere particolarmente severo nei confronti di alcuni schieramenti politici, soprattutto del centrodestra e, negli ultimi anni, di Fratelli d'Italia.
Finché un giornalista resta esclusivamente tale, queste critiche fanno parte del normale confronto sul pluralismo dell'informazione. Ma se anche solo prende corpo l'ipotesi di un futuro impegno politico, il giudizio sull'attività giornalistica cambia inevitabilmente prospettiva. Lo spettatore potrebbe domandarsi se determinate inchieste fossero motivate esclusivamente dall'interesse giornalistico oppure se abbiano contribuito, volontariamente o meno, a costruire nel tempo il profilo pubblico di un possibile futuro leader politico.
Resta però una questione più generale, che riguarda tutti i giornalisti e non soltanto Ranucci. La credibilità dell'informazione si fonda non solo sull'effettiva indipendenza, ma anche sulla sua apparenza. Se un cronista o un conduttore televisivo decide, a un certo punto della propria carriera, di entrare nell'agone politico, inevitabilmente il pubblico rileggerà anche il lavoro svolto negli anni precedenti alla luce di quella scelta. È un effetto forse ingeneroso, ma inevitabile.
Per questo motivo sarebbe auspicabile mantenere un confine il più possibile netto tra informazione e politica. Non perché un giornalista debba rinunciare ai propri diritti civili e politici, ma perché il patrimonio più prezioso del giornalismo è la fiducia dei cittadini. Ogni passaggio dalla scrivania o dallo studio televisivo ai banchi delle istituzioni rischia di alimentare il sospetto che la notorietà costruita raccontando la politica possa essere utilizzata, prima o poi, per fare politica. È un sospetto che non equivale a una prova, ma che basta da solo a rendere più fragile il rapporto di fiducia tra informazione e opinione pubblica.
Resta però una questione più generale, che riguarda tutti i giornalisti e non soltanto Ranucci. La credibilità dell'informazione si fonda non solo sull'effettiva indipendenza, ma anche sulla sua apparenza. La deontologia professionale richiede ai giornalisti di esercitare il proprio lavoro con imparzialità, evitando di trasformarsi in sostenitori di una parte politica contro un'altra. Per certi versi il principio è analogo a quello che vale per i magistrati: nessuno pretende che siano privi di convinzioni personali, ma l'esercizio della loro funzione impone equilibrio, autonomia e una distanza visibile dalla competizione politica. Quando questa distanza viene meno, inevitabilmente si incrina la fiducia del pubblico.
Eppure, paradossalmente, negli ultimi decenni sono spesso proprio i giornalisti più apertamente schierati ad aver ottenuto maggiore visibilità, influenza e, in diversi casi, anche le opportunità di carriera più rilevanti. Se un cronista o un conduttore televisivo decide, a un certo punto della propria carriera, di entrare nell'agone politico, inevitabilmente il pubblico rileggerà anche il lavoro svolto negli anni precedenti alla luce di quella scelta. È un effetto forse ingeneroso, ma inevitabile. Toccherebbe anche a Ranucci se decidesse di scendere in campo.
