Il cardinale Brandmüller indica la via per la pace liturgica
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Il porporato invita a porre fine al «malsano conflitto» seguito alla riforma deponendo le accuse reciproche, studiando con imparzialità e lasciando convivere serenamente antico e nuovo. Non un compromesso a buon mercato ma il ritorno alle fondamenta.
- I cardini della "riforma della riforma", di don N. Bux e S. Gaeta
Per l’amor di Dio: abbassate le armi!, è il vigoroso titolo dell’appello del quasi centenario cardinale Walter Brandmüller per porre fine al conflitto liturgico e ritrovare la strada di un servizio alla Chiesa nella liturgia, pubblicato su Settimo Cielo di Sandro Magister. Che con la riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II si sia aperto un «malsano conflitto» non deve stupire: ogni volta che, nella storia della Chiesa, si è messo mano alla liturgia, gli animi si sono prontamente scaldati e non di rado con estrema veemenza.
E la ragione non è difficile da cogliere: rispetto alle modifiche, o persino al sovvertimento dei dogmi, la liturgia, spiega il cardinale, «tocca l’esperienza vitale», penetrando così «più in profondità di una formula teologica astratta». Il “cattolico normale” non ha a che fare tutti i giorni con la teologia dogmatica, ma quotidianamente (o quasi) è chiamato a unirsi alla preghiera pubblica della Chiesa e questa stessa preghiera forgia la sua fede. Per questa ragione, come più volte Benedetto XVI aveva sottolineato, bisognerebbe evitare di apportare continui cambiamenti nella preghiera liturgica, fenomeno a cui siamo sottoposti di frequente, anche solo per offrire “migliori traduzioni” del Messale e della Sacra Scrittura (con conseguente ristampa dei correlati costosi libri liturgici).
Una pacificazione liturgica non può prescindere dal riconoscimento di quanto avvenuto dopo il Concilio: «Arbitrio, proliferazione, individualismo sfrenato condussero, in non pochi luoghi, alla sostituzione della Messa con elaborati personali, raccolti addirittura in quaderni ad anelli preparati dai celebranti. Il risultato fu un caos liturgico e un esodo dalla Chiesa senza precedenti, che nonostante la riforma paolina perdura ancora oggi». La situazione fuori controllo provocò una comprensibile reazione: di fronte all’evidente naufragio, alcuni gruppi si aggrapparono a quel Messale che li aveva fin lì degnamente traghettati, e non risparmiarono «critiche e resistenze» alla «riforma del messale di Paolo VI – che pure non mancava di difetti […]. E sebbene tali obiezioni fossero spesso motivate, esse non erano tuttavia giustificate. Il Novus ordo era stato promulgato dal Papa: pur con le critiche legittime, doveva essere accolto nell’obbedienza».
Alla forza centrifuga della creatività liturgica, giunta, come aveva ricordato Ratzinger, al limite della sopportazione, si contrappose un’altra non meno virulenta «fedeltà alla “Messa di sempre”», dando così origine ad una lotta che «continua fino ai nostri giorni». «È dunque necessario – se si vogliono evitare o sanare fratture fatali dell’unità ecclesiale – giungere a una pace, o almeno a una tregua, sul fronte liturgico».
Il cardinale Brandmüller chiede che si abbandonino atteggiamenti di accusa reciproca e polemica, e si torni a «studiare con imparzialità il capitolo II della costituzione conciliare Sacrosanctum concilium e valutare alla sua luce gli sviluppi successivi. Risulterebbe allora evidente quanto la prassi postconciliare si sia allontanata dalla costituzione, alla quale, non va dimenticato, aderì anche l’arcivescovo Marcel Lefebvre». Nello stesso tempo «entrambe le parti dovrebbero garantire una liturgia che rispetti scrupolosamente le rispettive norme». Basta sperimentazioni, libere interpretazioni, esperimenti.
Non si tratta di una resa, di un compresso a buon mercato, o di congelare la situazione nello status quo, bensì di creare un clima idoneo, «nel silenzio e con grande pazienza», per «lavorare a una riforma della riforma, che corrisponda realmente alle disposizioni della Sacrosanctum concilium. Potrà allora giungere il momento in cui verrà presentata una riforma capace di onorare le istanze di entrambe le parti». Forse la critica formale che si può muovere alla riforma liturgica – e che di fatto è stata mossa da più parti, incluso Ratzinger –, è proprio quella di essere stata piuttosto frettolosa, ideologica, fatta a tavolino, con mons. Bugnini che dettava scadenze di consegna, quasi si fosse in una catena di montaggio di utensili. Non si deve commettere lo stesso errore anche per la riforma della riforma.
La linea saggia tracciata dal cardinale Brandmüller è quella di lasciar convivere i due riti correttamente, esemplarmente celebrati, fianco a fianco, mentre la riflessione deve ritornare alle origini della riforma liturgica, ossia alla comprensione approfondita ed onesta della costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, senza un discredito preconcetto nei confronti del Vetus ordo, e senza una chiusura altrettanto preconcetta verso le riforme richieste dal Concilio. A chi scrive, sembra non meno importante recuperare anche l’anima più genuina del movimento liturgico, che non mirava ad una nuova liturgia, ma alla stessa liturgia (non senza alcuni accorgimenti), nuovamente riscoperta, ammirata, celebrata.
In consonanza con l’auspicio del cardinale Brandmüller, ci sembrano anche i tre cardini di questa “riforma della riforma” che don Nicola Bux, insieme a Saverio Gaeta, aveva proposto in chiusura del libro La liturgia non è uno spettacolo (Fede&Cultura, Verona 2025), e che per gentile concessione dello stesso don Bux mettiamo a disposizione dei lettori: far rispettare l’Istruzione Redemptionis sacramentum (25 marzo 2004) per mettere fine agli abusi e alle “creatività” nella celebrazione della Messa secondo il messale riformato; porre fine alla persecuzione del rito antico, restituendo la libertà di utilizzo dei libri liturgici anteriori alla riforma (in aggiunta, ci sembra importante anche rilanciare la proposta di padre de Blignières riguardo alla creazione di una “circoscrizione ecclesiastica” per i fedeli legati al rito romano antico); restituire al Novus Ordo alcuni di quegli elementi che con troppa precipitazione e non sufficiente supporto storico-liturgico sono stati eliminati, depauperando così i fedeli di tesori inestimabili.
Questi tre aspetti appaiono come il passo fondamentale per rasserenare gli animi, trovare una collaborazione tra le parti, ridonare ai fedeli della Chiesa la sicurezza di attingere a dei riti che non vengano distorti, ideologizzati, “personalizzati” dalle sensibilità di singoli o gruppi. Nella celebrazione liturgica devono tornare ad essere centrali concetti come tàxis, ritus, ordo. Perché, anche nell’ambito liturgico, vale l’insegnamento di sant’Agostino: «la pace dell’universo è la tranquillità dell’ordine» (De Civitate Dei, XIX, 13. 1).
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