I “patentini” antifascisti e i cortocircuiti della democrazia liberale
La democrazia liberale dovrebbe garantire liberamente il pubblico dibattito, invece lo condiziona e lo determina sia in modo evidente che in modo nascosto. E per sopravvivere costruisce una sorta di religione civile democratica.
Della richiesta della fiera Più libri più Liberi di un “patentino” antifascista per gli espositori la Bussola si è già occupata. Qui ci permettiamo un supplemento di riflessione sull’incapacità della democrazia liberale di difendersi dalle forme di totalitarismo, come dimostra anche questa vicenda.
La democrazia liberale è quella che non ammette nessun principio o presupposto che non sia stabilito democraticamente. Al suo inizio ci deve essere un’assemblea e un voto, una Carta stabilita con questi stessi criteri, e poi tutte le decisioni collettive vanno prese nello stesso modo. Alla sua base c’è quindi un “consenso” di una certa parte di cittadini che, tramite una finzione politica e giuridica, viene ritenuta valida per l’intero.
Storicamente parlando, è avvenuto più volte che la democrazia abbia scelto (democraticamente) la propria fine, trasformandosi in un regime totalitario. Le elezioni politiche in Italia nel 1922 e in Germania nel 1933 lo hanno dimostrato. A dire il vero, già Platone aveva previsto che la democrazia, come governo dei molti, sarebbe finita nel dispotismo perché incapace di governare l’anarchia da essa permessa. Ma quella non era ancora la democrazia “liberale” moderna, la quale ha accentuato l’incapacità della democrazia di difendersi. Infatti, se l’espressione del voto dei cittadini decidesse di farla finita con la democrazia, questa, che proprio su quella espressione di volontà si fonda, quali argomenti avrebbe per dire di no? Certamente, potrebbe opporvisi con lo stato d’assedio, con uno stato di polizia, con la violenza, ossia in modo non democratico, basandosi sullo “stato di eccezione” (C. Schmitt). Ma la democrazia liberale non riconosce nessuno stato d’eccezione non democratico.
I casi ora visti riguardano situazioni-limite, ma il principio vale anche durante la vita quotidiana di una nazione democratica in senso liberale. Dato che la democrazia assegna un valore pubblico solo a quanto deciso democraticamente, essa deve fondarsi sulla libera circolazione delle idee, sul confronto nella pubblica piazza, sul dialogo tra i cittadini e le forze sociali. Un confronto che deve essere illimitato dal punto di vista tematico, senza alcuna censura. Così facendo, però, essa si scava la fossa da sola, perché dovrebbe permettere di parlare liberamente anche a chi critica la democrazia nella forma liberale e non accetta in toto o in parte la Carta costituzionale. Riconoscendo a tutti la libertà di parola, la democrazia coltiva nel proprio seno i propri nemici. Per evitare questo suicidio, essa deve, in misura maggiore o minore, assumere atteggiamenti antidemocratici.
Di solito questo avviene mediante la costruzione di una specie di religione civile democratica, un insieme di atteggiamenti mentali che creano nei cittadini un “pensiero comune” di autocensura, un decalogo pubblico condiviso da tutti, o almeno da molti, una narrazione ufficiale del proprio passato che giustifichi il suo presente, un insieme di simboli, di slogan, di cerimonie e… di nemici, che facciano da collante protettivo della democrazia stessa dalle sue possibili degenerazioni. Solo che tutto questo è già una degenerazione della democrazia liberale. Essa dovrebbe garantire liberamente il pubblico dibattito, invece lo condiziona e lo determina sia in modo evidente che in modo nascosto.
Bisogna allora concludere che non solo la democrazia può trasformarsi volontariamente in una qualche forma di totalitarismo, ma anche che quando cerca di difendersi da questo possibile esito finisce per non essere più democrazia nel senso liberale del termine. Proprio questo sembra stia avvenendo da noi con la richiesta dei vari “giuramenti” antifascisti.
Stefano Fontana
