• 1 LUGLIO

Hong Kong, un'agonia che ci coinvolge

Le celebrazioni per il 25esimo anniversario del ritorno di Hong Kong alla Cina popolare mettono in evidenza l'aggressività e l'inaffidabilità della Cina, che ha di fatto stracciato gli accordi che regolavano il passaggio alla Cina dell'ex colonia britannica. Ed emerge anche la debolezza dell'Occidente, incapace di contrastare efficacemente certe derive.

Il modello “Un paese, due sistemi” con cui la Cina ha governato Hong Kong ha funzionato nel proteggere la città e deve quindi continuare nel lungo periodo. Il presidente cinese Xi Jinping lo ha detto ieri, 1° luglio, parlando a Hong Kong nel 25esimo anniversario del ritorno dell’ex colonia britannica sotto la propria sovranità.

Se Xi davvero ci crede deve essere l’unico perché di quell’accordo firmato il 19 dicembre 1984 dalla premier britannica Margaret Thatcher e dal primo ministro cinese Zhao Ziyang è rimasto poco o nulla. La dichiarazione congiunta sino-britannica che regolava il passaggio di mano (handover) di Hong Kong dal Regno Unito alla Cina popolare il 1° luglio 1997, prevedeva che per 50 anni (quindi fino al 2047) sarebbe rimasto intatto il sistema politico ed economico e sociale dell’epoca coloniale, che aveva garantito il grande sviluppo di Hong Kong. La Cina avrebbe avuto competenza soltanto sulla politica estera e sulla difesa.
In pratica era prevista una Regione autonoma speciale con un sistema capitalistico e una sostanziale libertà politica, circondata dal gigante comunista che, dopo il disastro del periodo maoista, stava liberalizzando (in parte) l’economia per uscire dal sottosviluppo, pur mantenendo un rigido controllo politico e sociale. Da qui la formula “Un paese, due sistemi”.

Contrariamente a quanto affermato dal presidente Xi, alla metà degli anni previsti dall’accordo siamo già passati al modello “Un paese, un sistema”: quello comunista cinese. L’iniziale intenzione ha resistito ben pochi anni, dopodiché è stato un crescendo di ingerenze di Pechino nella vita di Hong Kong, ingerenze che sono diventate insostenibili negli ultimi anni. Un passaggio fondamentale si è avuto già nel 2014 quando Pechino ha dichiarato non più applicabili le disposizioni previste nella Dichiarazione congiunta del 1984. Quindi ecco un moltiplicarsi di iniziative liberticide e di repressioni del dissenso. Nello stesso anno infatti le proposte di Pechino per una riforma elettorale “patriottica” provocarono numerose proteste di piazza tra il settembre e il dicembre.

Da quel momento le manifestazioni di protesta, soprattutto dei giovani, sono diventate regolari, accompagnando tutti i tentativi di Pechino di stringere il cappio attorno al collo di Hong Kong. La legge sulla sicurezza nazionale del 2020, con cui le autorità reprimono qualsiasi espressione di dissenso nei confronti della Cina popolare, e la riforma elettorale del 2021 (che di fatto impone solo candidati legati a Pechino) sono poi stati i passaggi decisivi per soffocare qualsiasi libertà.

È un fatto dunque che gli abitanti di Hong Kong hanno perso autonomia e libertà. E anche la Chiesa sta pagando per questa evoluzione: l’arresto e il processo al cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ne è un esempio eclatante.

E il Regno Unito, si dirà? Qualche protesta formale in questi anni, una facilitazione per l’accesso al passaporto britannico per i cittadini di Hong Kong, da ultimo parole di dissenso per l’intervento di Xi Jinping il 1° luglio, ma nulla che possa davvero far tornare Pechino sui suoi passi. Paradossalmente in questi anni si sono sentite più forti le proteste degli Stati Uniti, ma la cruda realtà è che non solo nessuno ha intenzione di morire per Hong Kong, ma neanche si vuol rischiare un raffreddore.
Hong Kong si avvia così a una lenta agonia, in attesa che Pechino soffochi anche l’ultimo respiro di libertà.

Si potrebbe dire che tutto sommato quella di Hong Kong è una questione lontana, che non ci riguarda più di tanto. In fondo di ingiustizie al mondo ce ne sono molte, che una piccola città venga azzannata dal gigante vicino non sembra così illogico.

Ma è un errore sottovalutare il significato di questi avvenimenti, che invece ci interessano molto da vicino. Il destino di Hong Kong infatti ci dice molto del regime cinese: aggressivo quanto inaffidabile, sicuramente; ma anche con una concezione di diritti umani, di sicurezza nazionale e di stabilità sociale che è totalmente soggettiva e dipendente dal potere di turno. La Cina è un attore globale, la sua politica e la sua economia interferiscono non poco anche con l’Europa, impossibile sfuggire a un confronto. E nella guerra in Ucraina è passata da una sostanziale neutralità a un sostegno aperto alla Russia, anzi a una ostilità feroce nei confronti della NATO. E anche la Santa Sede dovrebbe trarre qualche lezione, visto che non le sono bastati questi quattro anni di applicazione dell’accordo segreto per la nomina dei vescovi.

Dall’altra parte, però il caso Hong Kong mette a nudo anche la debolezza dell’Occidente, incapace di far rispettare gli accordi internazionali con le armi della diplomazia e con il peso della propria influenza. La Cina ha ormai capito di potersi permettere molto, se non tutto. Il che è una pessima notizia.

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