Harasa, alberi come frontiera contro l'avanzata dei coloni
Per rivendicare la proprietà dei terreni sulla collina contesa a est di Beit Sahour le famiglie cristiane hanno piantato alberi, sradicati dai coloni spalleggiati dall'esercito israeliano. Si rischia una nuova intifada pronta a travolgere quel che resta di una convivenza già devastata.
Un ministro del governo di Benjamin Netanyahu che chiede di uccidere ogni notte 30-40 abitanti della Striscia di Gaza; palestinesi marchiati come i prigionieri dei campi di concentramento tedeschi o nei lager russi; ogni giorno azioni punitive da parte dei coloni contro gli abitanti della Cisgiordania.
In Palestina, stretta nella morsa dei coloni e dell’esercito israeliano che li affianca, è pronta a esplodere una nuova intifada. Una rivolta che potrebbe travolgere quel poco che resta di una convivenza già devastata dalla guerra, dalla violenza e dall’assenza di una prospettiva politica. Il rischio è che, ancora una volta, alla spirale della repressione e della vendetta si risponda con altra violenza, in un conflitto nel quale a pagare il prezzo più alto sono soprattutto i civili. Ma la tensione non si misura soltanto negli scontri e nella minaccia di una nuova intifada. Ha anche un fronte più silenzioso e quotidiano: quello della terra, della sua occupazione e della progressiva sottrazione del territorio.
In Palestina, anche un albero può diventare una frontiera. Piantarlo significa confermare le proprie radici in una terra che i coloni vogliono prendersi. Difenderle può diventare un atto di resistenza. Harasa è uno di questi luoghi. Una collina nell’area di Ush al-Ghrab, a est di Beit Sahour, il «Campo dei pastori» della tradizione biblica, alle porte di Betlemme. Qui, nelle ultime settimane, la disputa per la terra si è fatta sempre più aspra. Coloni armati hanno issato bandiere e minacciato gli abitanti con pistole e fucili d’assalto M16. Poi sono arrivati i militari, trasformando questa porzione di collina in un nuovo avamposto nella lotta per il controllo del territorio.
Al centro della contesa ci sono le famiglie cristiane di Beit Sahour, che rivendicano la proprietà di quei terreni sulla base di documenti risalenti al periodo del Mandato britannico e considerano Harasa parte della propria storia familiare e della propria identità. Dall’altra parte, negli ultimi mesi, i coloni hanno consolidato la loro presenza con la comparsa di un piccolo insediamento, «Yatziv», che potrebbe diventare il nucleo di una nuova colonia, accanto alla già esistente caserma militare di Shdema, nell’area di Ush al-Ghrab. Secondo la Società di San Yves, organizzazione cattolica per i diritti umani e l’assistenza legale con sede a Gerusalemme, e i proprietari locali, l’espansione avrebbe anche l’obiettivo di creare una continuità territoriale tra gli insediamenti della zona e il blocco di Gush Etzion, i cui insediamenti sono considerati illegali secondo il diritto internazionale.
La tensione sulla collina è cresciuta dall’aprile 2026, quando i coloni sono entrati nell’area, hanno issato bandiere israeliane e successivamente preso possesso di un vecchio edificio situato sul terreno di proprietà privata dalle famiglie cristiane di Beit Sahour. Sull’edificio sono state installate apparecchiature di comunicazione, esposte bandiere israeliane e collocata una Stella di Davide, rendendo la struttura un segno visibile della nuova presenza e delle rivendicazioni territoriali. La risposta dei proprietari è stata quella di tornare a coltivare la propria terra. Due mesi prima dell’ultimo episodio, sulla collina erano stati piantati alcuni alberi, un gesto semplice ma dal forte valore simbolico: riaffermare attraverso il lavoro e la coltivazione il diritto di possesso. Quegli alberi sono stati poi sradicati e i coloni sono tornati a occupare l’area.
Nei giorni scorsi, circa settanta residenti e attivisti sono tornati ad Harasa per piantare nuovamente degli alberi. Tra loro vi era anche una persona direttamente coinvolta nella vicenda, presente volontariamente per esprimere solidarietà alla comunità cristiana e alla propria famiglia, proprietaria di un terreno nella zona. Sul posto è emerso che alcuni attivisti israeliani di Combatants for Peace, Combattenti per la pace, intendevano compiere anche un’azione ulteriore, rimuovendo le bandiere israeliane e la Stella di Davide collocate sul vecchio edificio. Le bandiere sono state tolte e sostituite con quelle palestinesi, mentre anche la Stella di Davide è stata rimossa. La tensione è salita rapidamente quando sono arrivati tra gli otto e i dieci coloni, alcuni dei quali armati.
Secondo la testimonianza diretta raccolta sul posto, sono stati esplosi colpi in aria e ai presenti è stato intimato di andarsene. Gli spari si sono fermati quando alcuni attivisti hanno iniziato a rivolgersi ai coloni in ebraico, ma il confronto verbale è proseguito. Tra le frasi pronunciate vi sono state «Andatevene da qui» e «State aiutando le persone sbagliate». Secondo la stessa testimonianza, ai palestinesi sarebbe stata inoltre rivolta una minaccia esplicita: «È la terza volta che venite qui. La prossima volta molti di voi non torneranno nelle proprie abitazioni, ma saranno sepolti in questo luogo».
Poco dopo sono arrivati circa dieci soldati israeliani. La loro presenza ha segnato una nuova fase della vicenda. I militari hanno circondato i proprietari dei terreni e gli attivisti, tenendo le armi puntate contro di loro per circa mezz’ora e ordinando a tutti di rimanere fermi e di non muoversi. Tra le persone presenti vi erano anche cittadini israeliani e uno degli attivisti ha contestato apertamente il comportamento dei soldati, chiedendo perché le armi fossero puntate contro il gruppo e sottolineando proprio la presenza di israeliani tra i partecipanti. Gradualmente, la tensione si è smorzata, fino a quando i soldati hanno comunicato che l’area era stata dichiarata zona militare chiusa. Residenti e attivisti hanno quindi lasciato pacificamente la collina, in una sorta di resa dettata dall’impotenza. I coloni, invece, sono rimasti sul posto. Sotto lo sguardo vigile dei soldati.
È questo il paradosso che più di ogni altro racconta ciò che sta accadendo ad Harasa: i proprietari che arrivano sulla propria terra per piantare alberi vengono costretti ad andarsene, mentre chi cerca di appropriarsene occupandola abusivamente rimane sulla collina. Una comunità che rivendica la proprietà dei terreni torna per coltivarli; arrivano coloni armati, vengono esplosi colpi in aria, intervengono i soldati e alla fine l’area viene dichiarata zona militare chiusa. Per le famiglie cristiane di Beit Sahour, Harasa non è soltanto un appezzamento di terreno. È memoria familiare, lavoro, patrimonio e appartenenza. La contesa non passa soltanto attraverso mappe, documenti e rivendicazioni: passa anche attraverso una bandiera, un edificio, un albero. Sono i segni attraverso cui una presenza sulla terra viene affermata, contestata o difesa.
Sulla collina di Harasa, gli alberi non sono stati ripiantati. La terra, però, resta al centro della contesa: per chi ci vive, piantare significa mantenere le radici; per chi vuole prendersela, significa impedire che quelle radici attecchiscano.
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