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L'INTERVISTA/ Pejman Abdolmohammadi Bijan

Guardare al futuro dell'Iran con un ottimismo realista

Il professor Pejman Abdolmohammadi Bijan, docente a Trieste, è cautamente ottimista sul futuro dell'Iran. Giudica probabile un cambio di regime e non ritiene possibile una guerra civile. 

- Contro la guerra, la Chiesa dovrebbe richiamare il diritto naturale di D.B. Panetta

Esteri 06_03_2026

Il professor Pejman Abdolmohammadi Bijan, iraniano, ma nato a Genova, parla in perfetto italiano ed è uno dei rari casi di ottimismo in un periodo di guerra. È infatti convinto che il cambio di regime in Iran sia più vicino di quanto si creda e che non sia probabile lo scoppio di una guerra civile se il regime islamico dovesse collassare. Dopo tutte le pessime esperienze in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, ormai abbiamo dato per scontato che la caduta di una dittatura, per quanto fosse terribile, preceda una fase ancora peggiore, fatta di guerra, crescita dell’estremismo e frammentazione territoriale.

Visiting professor dell’università di Berkeley e docente di Relazioni internazionali del Medio Oriente all’università di Trento, ci spiega come l’Iran sia un caso diverso rispetto alle altre realtà mediorientali collassate nell’ultimo decennio. «Gli iraniani sono compatti, contrariamente a quanto si legge su una stampa italiana che non sempre conosce il paese. L’Iran è prima di tutto uno Stato-nazione. Il popolo iraniano ha mostrato al mondo intero che vuole ribellarsi al regime. È un popolo unito, pronto per la libertà e la democrazia. Manca la forza militare per realizzarle, ma in questo Stati Uniti e Israele stanno aiutando». Abdolmohammadi non esita a chiamare il conflitto in corso “una guerra di liberazione”. Respinge al mittente l’accusa di far propaganda e non ritiene corretto affermare che gli iraniani che si ribellano al regime siano “occidentalizzati”: «Non sono influenzati dall’Occidente, sono iraniani che vogliono la libertà». Si ritrovano «come una persona in una stanza al buio, assieme all’aguzzino che li sta torturando». Usa e Israele sono una necessità: gli unici che hanno risposto al grido di aiuto.

Nel presentare la tesi del suo ultimo saggio, Il nuovo Medio Oriente, il professor Abdolmohammadi spiega quanto sia cambiato lo scenario mediorientale e anche l’approccio degli Stati Uniti. «L’impostazione neocon, nel passato, puntava a radere al suolo il regime e ricostruirlo da capo. Come abbiamo visto in Venezuela, invece, Trump mira a preservare la macchina dello Stato. Non è vero che resti tutto come prima, si tratta di un cambiamento più lento, più pragmatico, ma qualcosa sta cambiando e diamo tempo al tempo. Il regime iraniano, chiaramente, è più sofisticato di quello iraniano e richiederà un’operazione più complessa».

Ci sono quattro circostanze che precedono un cambio di regime, secondo il professore iraniano: la prima è l’impopolarità del regime e, qualunque sondaggio si guardi, la stragrande maggioranza degli iraniani è contro la Repubblica Islamica. La seconda è l’appoggio di almeno una grande potenza esterna. E in questo caso l’appoggio c’è: «Per la prima volta – spiega Abdolmohammadi – c’è un presidente americano, Trump, che ha promesso aiuto al popolo iraniano represso e sta mantenendo la promessa. Né Biden, né Obama avevano preso posizione al fianco del popolo iraniano insorto, Trump lo sta facendo». La terza circostanza è l’organizzazione e la coesione dell’opposizione sotto un’unica leadership. Se nella rivolta contro il velo del 2022-23 questa coesione sotto una leadership mancava, oggi non manca. «Che lo si voglia sentire o no, le masse iraniane in rivolta urlano una sola cosa: Javid Shah! Lunga vita all’imperatore. Non tanto per il ritorno della casa reale, ma perché l’impero, oggi, viene ricordato come un periodo di benessere, di dignità e di libertà, l’opposto dell’oscurantismo della Repubblica Islamica». Il professore ritiene che questo sia l’aspetto della ribellione iraniana che i media italiani accettano meno. Gli è anche capitato anche di essere censurato mentre sosteneva questa tesi. La quarta circostanza è la divisione interna al gruppo di potere. E questa non si è verificata, non ancora per lo meno. Ma secondo Abdolmohammadi, l’attacco di Usa e Israele potrebbe facilitarla.

Di solito, però, in Iran il popolo si è unito al regime contro un nemico esterno, come era avvenuto nei dieci anni di guerra contro l’Iraq. «In questo caso no – ci risponde il professore – perché il nemico interno è molto più importante ed è la Repubblica Islamica. Gli iraniani sono contro il regime e semmai vedono Usa e Israele come alleati». Ma se gli americani armassero i curdi, non ci sarebbe il rischio di una frammentazione su base etnica? «Non abbiamo ancora conferme. Qualora dovesse succedere, creerebbe non poche difficoltà. E non credo che questa sia la tattica migliore per portare al cambiamento. Oggi c’è speranza di un cambiamento dal centro, nell’esercito regolare, non ad opera di milizie periferiche».

E se Trump facesse come in Venezuela? Accettasse di lasciare in piedi quel che resta del regime per accordarsi con quello? «Potrebbe farlo. Potrebbe rimanere in piedi una parte di regime, ma sempre in vista di una transizione verso libertà e democrazia, come sta accadendo in Venezuela. Il paradigma è cambiato, non siamo più nel vecchio mondo e gli iraniani non accetterebbero più di stare sotto una dittatura. Si va fino in fondo, verso la libertà». Monarchia o repubblica? «Quello si vedrà dopo. Saranno gli iraniani a scegliere».