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Grecia sempre più povera e (forse) fuori dall'euro

Grecia sempre più giù: più di un terzo delle famiglie è a rischio povertà. In media, i cittadini greci hanno bruciato un quinto del loro reddito medio individuale. La "troika" pensa seriamente a un'uscita del paese dall'euro. Anche perché un nuovo pacchetto di aiuti in cambio di misure draconiane potrebbe risultare fatale.

Atene

Sempre più povera e forse a breve addirittura fuori dall'euro. Ogni volta che si torna a parlare di Grecia lo si fa per sottolineare, purtroppo, un peggioramento della sua condizione economica e sociale. E non parliamo solo dal punto di vista dei dati macroeconomici ma anche nell'ottica della situazione che, quotidianamente, vivono moltissimi greci che non riescono più a far fronte alle spese basilari come il cibo, l'alloggio o le spese sanitarie.

Sebbene la disoccupazione sia scesa dal 28% del 2013 al 23% di oggi e il Pil aumentato dell'1,8% fra il 2015 e il 2016 (dati Elstat), la condizione effettiva delle famiglie greche non accenna infatti a migliorare: sempre secondo l'ultimo rapporto Elstat disponibile infatti, riferito al 2015, il 35,7% delle famiglie greche vive in una situazione di rischio povertà ed esclusione sociale, una percentuale in linea con gli anni precedenti e addirittura più alta del periodo compreso fra il 2011 e il 2012, considerato il biennio più drammatico della crisi greca. Una percentuale che, se eliminiamo la componente esclusione sociale considerando la sola povertà, arriva comunque a toccare più di un greco su cinque, per la precisione il 21,4% dei cittadini. Moltissimi se consideriamo che la soglia di reddito per essere considerati poveri è davvero bassa: dai 4.512 euro (376 euro al mese) l'anno a persona fino ai 9.475 per una famiglia con due figli con meno di quattordici anni.

E ancor peggio va per i bambini e i ragazzi da zero a ventisei anni, per cui raggiunge il 26,6%, mentre va meglio per gli over 65 (13,7%), a dimostrazione di un Paese in cui gli anziani stanno economicamente meglio dei giovani, proprio come l'Italia. Non solo: un altro grafico dimostra come a fronte di un 21,4% di poveri ci sia un altro 30% di persone che vivono oltre la soglia di povertà solo grazie a pensioni e benefici sociali. Una pletora di percettori di sussidi senza i quali la povertà in Grecia schizzerebbe al 52,9%, coinvolgendo così più di una persona su due, e arrivando addirittura all'88,6% per le persone con più di 65 anni.

Come riporta la Bbc in un interessante grafico basato sui dati dell'Imf e di The Maddison Project la perdita di reddito dei cittadini ellenici è senza precedenti: dopo nove anni di crisi, infatti, i greci si sono “mangiati” all'incirca il 21-22% del proprio reddito (posto a 100 nel 2007, nel 2015 siamo arrivati a quota 78/79). In confronto il reddito dei cittadini americani è tornato rapidamente a crescere cinque anni dopo la Grande Depressione del 1929, mentre per la recente crisi europea la crescita, sebbene più modesta, si è osservata già dal quarto anno dopo il 2007. Lo stesso si dica per la disoccupazione a lungo termine che sfiora il 20% (oltre il 30% per quella giovanile) contro una media europea di poco superiore al 5%. Una condizione che, solo ad Atene, costringe circa 9mila persone a vivere per strada, quasi 2mila in più solo nel 2015 (21,7%).

Ed è un peccato pensare che della situazione greca si parli poco e, di solito, solo in occasione di qualche grande vertice internazionale in grado di decidere le sorti del Paese. L'ultimo è quello in programma per il prossimo 20 febbraio fra la rappresentanza greca e i ministri delle Finanze dell'Unione Europea per discutere dell'annoso problema della crisi del debito ellenico. Se non si arriverà a una soluzione si potrebbe, come accennavamo all'inizio, davvero arrivare alla Grexit. Una strada sostenuta per la prima volta, come racconta il quotidiano Bild, anche dal ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble e dal Fondo Monetario Internazionale che ha dichiarato che, anche in presenza di nuovi piani di ristrutturazione, “la Grecia non ne può uscire. Entro il 2030 il suo debito diventerà in ogni caso esplosivo”.

Inutile, dunque, fiaccare la nazione con un nuovo pacchetto di tagli, tasse e aumenti tariffari che non porterebbero comunque alcun beneficio a lungo termine. Basti pensare che, nonostante le misure approvate negli ultimi anni, la spesa del governo in rapporto al Pil rimane ancora oggi molto alta (oltre il 55%, anche a causa del calo del prodotto interno lordo) così come il deficit (-7% a fronte di un obiettivo di +3,5%). Ormai lo Stato non fa altro che cercare di fare cassa vendendo la propria bigiotteria: come fa notare Mario Giordano su La Verità la Grecia ha già venduto 14 aeroporti regionali, “il porto del Pireo (finito ai cinesi) le ferrovie (a Trenitalia), la compagnia telefonica (Deutsche Telekom è salita al 60%), mentre sono finite sulla bancarella delle vendite anche le autostrade, le poste e persino le società che gestiscono l'acqua potabile”. Eppure, a fronte di questi introiti e di un reddito minimo sceso da 876 a 683 euro negli ultimi quattro anni, per ripianare i debiti i governi hanno negli ultimi cinque anni aumentato di otto punti le imposte sui redditi personali e di quattro punti quelle sulle imprese.

Insomma, se da un lato è evidente la situazione disastrosa del governo greco, impantanato nella propria inefficienza, dall'altro risulta chiaro come la politica europea di rigore, che pur all'inizio ha salvato la Grecia dal default, sia ormai inefficiente e perfino controproducente nei confronti di uno Stato che non riuscirà mai a ripagare i suoi debiti. Tanto varrebbe, forse, che l'Europa rinunciasse a parte dei propri crediti, lasciasse andare la Grecia per la propria strada aiutando però al contempo i suoi cittadini in difficoltà. Sarebbe più intelligente e, forse, anche più umano. 

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