• POTERE ESECUTIVO

Governo Renzi, tra affanni e doppiopesismi

Il governo Renzi ha già finito la sua luna di miele. Dopo il primo incidente, il caso Gentile, ora sono in discussione quattro segretari indagati. Il ministro Boschi li difende invocando la presunzione di innocenza.

Maria Elena Boschi

Il governo Renzi è già in affanno, tra bocciature europee, doppiopesismo sulla giustizia e divisioni in Parlamento sull’Italicum. Quella che si annunciava solo 15 giorni fa come una cavalcata trionfale del nuovo esecutivo si sta già rivelando una corsa a ostacoli dagli esiti incerti. Il premier, che sventolava promesse mirabolanti (“una riforma al mese”) e preannunciava un “new deal” per il Paese, si trova già a dover fronteggiare numerose grane destinate ad indebolirlo.

La prossima sarà già una settimana decisiva per lui, visto che dovrebbe concludersi lunedì l’iter di approvazione alla Camera della nuova legge elettorale (dopo il rinvio di ieri) e considerato che mercoledì dovremmo conoscere nei dettagli le ricette governative su lavoro (il tanto famigerato “jobs act”), scuola e casa.

Il “caso Gentile” è stato il primo incidente del governo Renzi. Il sottosegretario del Nuovo Centrodestra, accusato di aver bloccato le rotative di un quotidiano calabrese per impedire l’uscita di una notizia scomoda (quella riguardante i guai giudiziari di suo figlio), si è dimesso, ma ha mantenuto un ruolo forte nel suo partito, grazie al fatto che la Calabria è uno dei feudi delle truppe alfaniane.

Ma nel governo ci sono altri quattro sottosegretari del Pd addirittura indagati (Barracciu, Del Basso de Caro, Bubbico e De Filippo) che sono rimasti al loro posto, anche in virtù della difesa temeraria che il ministro Elena Boschi ne ha fatto in Parlamento. La Boschi ha invocato per loro il rispetto del principio di presunzione di innocenza, ha ricordato che l’avviso di garanzia non è un’anticipazione di condanna ma un atto dovuto. Tutte affermazioni sacrosante in uno Stato di diritto e pienamente condivisibili, ma che stridono in maniera vistosa con il “nuovismo” renziano e la richiesta perentoria dell’ex sindaco di Firenze di dimissioni immediate per gli ex ministri Cancellieri e De Girolamo, neppure indagati.

Il doppiopesismo renziano sulla giustizia ricorda tanto l’atteggiamento assai diffuso nella sinistra italiana, prigioniera del mito della “doppia morale” e del manicheismo in materia di onestà nei comportamenti pubblici: i buoni tutti da una parte, i cattivi sempre e solo dall’altra. Lo ha ricordato ieri Berlusconi, rispolverando l’anticomunismo e attaccando i giudici che il 10 aprile si pronunceranno sul suo futuro di condannato (arresti domiciliari o affidamento ai servizi sociali).

Stupisce che Renzi abbia lasciato ai grillini il monopolio della battaglia anti-casta, mantenendo al loro posto i quattro sottosegretari indagati. Non foss’altro che per scopi elettoralistici (le elezioni europee sono dietro l’angolo), il premier avrebbe forse potuto dimostrare un sussulto d’orgoglio chiedendo anche ai sottosegretari del suo partito di farsi da parte, proprio per non prestare il fianco a critiche. Non l’ha fatto perché teme che aumentino i franchi tiratori all’interno del suo partito, dove la fronda antirenziana è assai consistente (i civatiani sono i più spigolosi, ma anche i cuperliani, apparentemente collaborativi col segretario, non vedono l’ora di impallinarlo, per non parlare dei cattolici come Fioroni, pronti a uscire dal partito dopo l’adesione formale dei democratici al Partito socialista europeo).

Il Partito democratico sembra dunque una polveriera pronta ad esplodere, mentre il Nuovo Centrodestra, in cambio delle dimissioni di Gentile, ha ottenuto un coinvolgimento nella partita sulla legge elettorale. Anche per questo il patto Renzi-Berlusconi vacilla, visto che ora diventa più difficile andare a votare. Le urne anticipate significherebbero elezioni con due sistemi elettorali diversi (l’Italicum, sempre che venga approvato, per la Camera, e il proporzionale puro al Senato), col rischio concreto di avere due maggioranze diverse. C’è chi ipotizza, però, che alla fine sia proprio questo l’obiettivo non dichiarato dei partiti maggiori: condividere anche in futuro la responsabilità di provvedimenti duri e impopolari e trasformare la prossima in una legislatura Costituente, nella quale, con un’ampia maggioranza, si possano finalmente fare tutte le riforme, abolizione del Senato compresa.

Un’ipotesi del genere potrebbe prendere quota dopo le elezioni europee, qualora i grillini non raccogliessero il successo che auspicano. Le continue espulsioni dal Movimento Cinque Stelle stanno certamente appannando l’appeal di Grillo e un suo vistoso calo elettorale potrebbe indurre Renzi e Berlusconi a forzare la mano e a condurre il Paese alle urne anticipate per avere un nuovo Parlamento con pattuglie grilline meno folte e meno determinanti anche per l’elezione del successore di Napolitano.

Da una parte Renzi, con riforme concrete, dall’altra Berlusconi, accreditandosi come “padre della Patria” e uomo delle riforme, stanno provando a drenare voti dal serbatoio grillino. Se anche il partito di Alfano dovesse riuscire a superare agevolmente la soglia del 4% alle elezioni per Strasburgo, lo showdown potrebbe avvicinarsi repentinamente. Napolitano permettendo.

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