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Governo Letta: rimpasto o caduta

Dopo la magra figura realizzata con la "telenovela" del decreto salva-Roma, il governo Letta è più debole, con tre grandi avversari che spingono per la sua caduta: Grillo, Berlusconi e Renzi.

Enrico Letta

Sulla legge di stabilità il governo ha dimostrato tutti i suoi limiti e non è difficile prevedere che a gennaio dovrà fare una sorta di “tagliando” per guadagnarsi un anno di respiro. La “telenovela” del decreto “salva Roma”, prima approvato dalla Camera e poi ritirato, unita al crescente interventismo del Presidente della Repubblica, ha generato ulteriore confusione e ha finito per indebolire l’esecutivo.

Il decreto “salva Roma”, concepito per salvare la capitale dal default, era diventato una “greppia” per soddisfare gli appetiti clientelari di numerosi gruppi politici. Non è detto che il “milleproroghe”, approvato dal consiglio dei ministri, possa migliorare le cose. Eccezion fatta per un salutare “recupero” di fondi europei, il provvedimento si basa su un’insalata russa di misure incoerenti e sganciate da una strategia complessiva di riordino dei conti pubblici e di razionalizzazione della spesa. In più, stimola solo in minima parte la crescita di imprese e famiglie. I dati della Cgia di Mestre, pur evidenziando un calo delle tasse nel 2013 e una previsione analoga per il 2014, sottolineano la sofferenza del sistema imprenditoriale, che nell’anno ormai agli sgoccioli ha ottenuto dalle banche oltre 50 miliardi di euro di prestiti in meno del 2012, e a tassi superiori in molti casi al 10 percento: non proprio un bel viatico per rilanciare gli investimenti produttivi. Sarebbe stato forse opportuno, da parte del governo, varare qualche misura in grado di stimolare l’erogazione di crediti agevolati alle imprese da parte delle banche.

D’altra parte, una maggioranza raccogliticcia e senza coesione politica difficilmente può varare manovre incisive sul piano economico e sociale. Napolitano lo ha capito e si sta di fatto sostituendo al capo del governo per cercare di evitare la caduta di Letta. I presidenti delle Camere hanno dimostrato di stargli dietro e si sono detti pronti ad agire per impedire che la prevedibile girandola di emendamenti possa paralizzare il Parlamento e annacquare ancor più le misure varate dal consiglio dei ministri.

Ma dal punto di vista politico l’orizzonte dell’esecutivo si restringe sempre più. I renziani e i montiani rimasti in Scelta civica premono per un rimpasto che riequilibri la rappresentanza ministeriale. Letta ha invece paura di muovere anche soltanto una pedina dell’esecutivo per paura dell’effetto domino, che spazzerebbe via l’intera compagine di governo. E’ indicativo il fatto che il premier, pur di non far crollare tutto, abbia finora deciso di soprassedere perfino sulle mancate dimissioni dei sottosegretari di Forza Italia, partito uscito ufficialmente dalla maggioranza delle larghe intese.

C’è chi ipotizza solo qualche ritocco alla squadra, per esempio la sostituzione della chiacchieratissima Cancellieri e quella del bersaniano Zanonato, che lascerebbe il posto di ministro dello sviluppo economico all’attuale ministro degli affari regionali, Graziano Delrio, assai vicino al sindaco di Firenze. Scelta civica, dal canto suo, non si sente più rappresentata dal ministro Mauro, che ha rotto con Mario Monti e che, con Casini, si è avvicinato al Nuovo Centrodestra di Alfano. Quest’ultimo potrebbe decidere di lasciare il Viminale (ad un altro renziano?), mantenendo il ruolo di vicepremier, e di dedicarsi alla difficile campagna per le elezioni europee, dove si voterà con il sistema proporzionale e dove, quindi, tutte le nuove forze politiche dovranno “contarsi” e dimostrare la loro solidità, superando almeno la soglia del 4%.

Renzi intende incalzare l’esecutivo, oltre che sul rimpasto, anche sulla riforma del lavoro e sulla riforma elettorale, per evitare di lasciare nelle mani dei grillini e di Forza Italia l’arma dell’opposizione ad un governo sempre più impopolare. Se il segretario Pd si identificasse troppo con l’esecutivo, rischierebbe di non potersi poi accreditare come “nuovo” alle elezioni politiche, quando ci saranno, nel 2014 o nel 2015. Ecco perché è nella difficile situazione di dover appoggiare Letta senza appiattirsi su di lui.

A meno che il patto tacito (ma neppure troppo tacito) tra il sindaco di Firenze e Berlusconi (con Grillo spettatore interessato) non produca in tempi brevi una nuova legge elettorale che acceleri il ricorso alle urne anticipate. E’ vero che elezioni europee ed elezioni politiche non sono mai state accorpate, ma è altrettanto vero che anche nel 1996, nonostante il semestre italiano di presidenza europea, si è comunque votato anticipatamente dopo uno scioglimento delle Camere intervenuto a soli due anni dalle elezioni che videro per la prima volta vittorioso Silvio Berlusconi. Dunque, anche lo spauracchio dell’instabilità di governo a ridosso della scadenza europea (presidenza italiana a partire dal primo luglio 2014), agitato da Napolitano e da tutti i filogovernativi, potrebbe non assicurare di per sé la tenuta del quadro politico.

E Grillo, da par suo, rendendosi conto che il vero difensore dello status quo è l’inquilino del Colle, ha pronta una richiesta di impeachment da presentare a gennaio. Su di essa potrebbero convergere anche Forza Italia, Fratelli d’Italia e la Lega, il che renderebbe più debole e meno credibile la moral suasion che da tempo il Quirinale sta portando avanti per puntellare Letta e il suo governo ed evitare la deriva dell’ingovernabilità.

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