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Governo Letta, fra forconi e forche renziane

Il governo Letta è stato riconfermato dall'ennesimo voto di fiducia, ma i rischi che corre aumentano. Gode di poca fiducia fra gli italiani, è bersaglio della rivolta dei forconi e rischia di cadere sotto il fuoco "amico" di Renzi.

Letta e Renzi

Il governo Letta ha ottenuto l'ennesima fiducia, sia alla Camera che al Senato. L'esito delle votazioni in aula era scontato, il premier ha puntato il dito contro il populismo delle forze antisistema che minerebbero la stabilità e ha chiesto una nuova prova di responsabilità da parte delle forze politiche che sostengono il suo esecutivo.

Tre gli obiettivi indicati da Letta: proseguire nel risanamento dell'economia, approvare la nuova legge elettorale, varare le principali riforme istituzionali (abolizione delle province, superamento del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari). Ma il governo è sempre più incalzato da una serie di insidie. La prima è la progressiva perdita di credibilità evidenziata dai sondaggi: pare che soltanto un italiano su quattro abbia fiducia nel governo, anche se il gradimento personale del premier rimane saldamente sopra il 40%. La seconda è rappresentata dalla protesta dei "forconi", che esprime un disagio spontaneo ma anche cavalcato dai grillini e dagli altri partiti che vorrebbero andare subito a elezioni. La terza è costituita dal cambio di guida del Pd. Matteo Renzi resta il primo avversario di Letta. Il neosegretario dei Democratici ha bisogno di lanciare segnali di discontinuità rispetto alle larghe intese e ieri ha riunito per la prima volta la sua nuova segreteria per dettare la linea. Renzi ha anche incontrato Napolitano per parlare di riforme istituzionali ed elettorali e del futuro dell'esecutivo. Il Quirinale vuole sincerarsi che il sindaco di Firenze non si eserciti nel tiro al piccione contro Letta. D'altra parte, il nuovo timoniere del principale della sinistra ha bisogno di consolidare i consensi e di galvanizzare la base in vista delle elezioni europee, suo primo banco di prova da segretario.

Il Movimento Cinque Stelle è in grosse difficoltà e rischia di essere riassorbito, agli occhi dei manifestanti in piazza in queste ore,  nella "casta" immobilista responsabile della crisi economica e occupazionale contro la quale tuona il "popolo dei forconi". Il pungolo della protesta sta allarmando tutte le forze politiche, sempre più a rischio delegittimazione. Berlusconi, che avrebbe dovuto incontrare una delegazione degli scioperanti, ha cambiato idea, forse per non lasciarsi trascinare nel vortice protestatario, che gli avrebbe definitivamente fatto perdere l'immagine di moderato di fronte all'elettorato centrista. E allora che cosa potrebbe profilarsi all'orizzonte?

Anzitutto un rimpasto di governo, che a gennaio possa riequilibrare i rapporti di forza (il Nuovo Centrodestra è sovra-rappresentato e potrebbe cedere un paio di dicasteri ai renziani, la Cancellieri potrebbe fare un passo indietro e lasciare il posto a un tecnico del settore in grado di avviare la tanto auspicata riforma della giustizia). In secondo luogo, un'intesa tra i Presidenti delle Camere per varare entro la primavera una riforma elettorale che superi il proporzionale e garantisca un futuro al bipolarismo, uscito azzoppato non solo dalle ultime elezioni di febbraio (che hanno "partorito" tre minoranze e nessun vincitore), ma anche dalla pronuncia della Consulta contro il premio di maggioranza previsto nel Porcellum. In terzo luogo, una tregua armata tra i renziani e i loro oppositori all'interno del Pd. Renzi sa bene che i gruppi parlamentari del suo partito sono in larga parte vicini alla vecchia dirigenza ed è per questo che ha provato a offrire la presidenza del partito allo sconfitto Cuperlo, che però avrebbe già rifiutato.

In casa Pd, particolare sfuggito alla maggioranza degli osservatori e commentatori, la vera partita è sulla gestione del patrimonio immobiliare, che è ancora quello del vecchio Pci-Pds-Ds e che rappresenta un vero tesoretto, assai prezioso in una fase di abolizione del finanziamento pubblico alla politica. Quanto ai contenuti della riforma elettorale, sarà arduo mettere d'accordo i partiti più grandi, che vorrebbero consolidare il sistema maggioritario, e quelli minori, come il Nuovo Centrodestra, Scelta civica, Nave Popolare, Lega, Fratelli d'Italia, Sel e cespugli delle due principali aree politiche, che non vorrebbero farsi fagocitare da Pd e Forza Italia, principali poli attrattivi. A Grillo andrebbe invece bene il proporzionale, che gli consentirebbe di non sparire e di non rimanere stritolato nella competizione tra centrosinistra e centrodestra. Anche alla luce delle fibrillazioni di queste ore, appare ancora una volta Napolitano l'unico punto fermo per la stabilità di governo e l'unico garante di un esecutivo che naviga a vista ma che sembra l'unica alternativa a un caos populista, antieuropeista e che potrebbe risultare letale per il Paese.

Infine un riferimento agli attacchi grillini al mondo del giornalismo. Ieri il premier ha replicato al Movimento Cinque Stelle per i suoi anatemi contro un'informazione "faziosa e bugiarda". Non tutte le critiche dei pentastellati appaiono infondate, visto che l'informazione politica è fortemente schierata, ma è certo che la demonizzazione di giornalisti e testate non può produrre come per incanto una maggiore democrazia nella circolazione delle informazioni. Occorre anche qui un profondo processo di riforma delle regole che restituisca credibilità al mondo dei media, partendo dal rispetto deontologico dei principi del diritto di cronaca e da un'interpretazione più onesta dei fatti da raccontare.

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