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Governo fatto, resta il nodo della legge elettorale

Sedici ministri, per metà donne. Fuori la Bonino. Renzi punta al 2018 ma il balletto attorno alla legge elettorale e i messaggi "trasversali" dei vari leader fanno pronosticare il voto nel 2015.

Matteo Renzi

Il Presidente del Consiglio incaricato è salito ieri al Colle per sciogliere la riserva e presentare la lista dei ministri al Presidente della Repubblica. Nel governo non ci sono particolari sorprese rispetto ai rumors della vigilia (a parte l'esclusione della Bonino,che era convinta di essere riconfermata agli Esteri): niente vicepremier, per non scontentare nessuno, Padoan all’Economia, riconfermati i tre ministri del Nuovo Centrodestra (Alfano, Lupi, Lorenzin), la Pubblica Istruzione finisce nelle mani di Scelta civica (Stefania Giannini), la Giustizia viene affidata ad Andrea Orlando, moderato e non giustizialista. Le poltrone sono sedici, otto delle quali occupate da donne. Apparentemente una squadra compatta e coesa, fatta più di politici che di tecnici, proiettata (almeno nei proclami ufficiali) verso la scadenza naturale della legislatura, tanto più che Forza Italia si è detta pronta a votare eventuali provvedimenti presentati dal governo e che risultassero “in linea con gli interessi degli italiani”. 

In realtà la clausola che Alfano avrebbe strappato a Renzi circa lo slittamento del voto non è sufficiente ad allontanare le ombre di urne anticipate. In questo momento, tuttavia,  nessuno, tranne i grillini, ha interesse ad andare a votare. Renzi deve anzitutto recuperare i consensi persi nella sua area politica dopo la defenestrazione di Enrico Letta, mal digerita da una parte dell’elettorato di sinistra. Le europee, in questo senso, saranno un banco di prova importantissimo. Inoltre, il nuovo premier dovrà rintuzzare le critiche della minoranza del suo partito, che non vede di buon occhio  l’alleanza con Alfano e i centristi e auspicherebbe uno spostamento a sinistra dell’asse dell’esecutivo. Il nuovo inquilino di Palazzo Chigi non vuole perdere il controllo del partito, dopo aver vinto le primarie, perché rischierebbe di fare la fine del suo precedecessore.

E allora potrebbe risultare credibile la profezia di Berlusconi, che due giorni fa ha radunato i suoi e li ha esortati a stare pronti per le elezioni “che potrebbero esserci fra un anno”. Infatti, se il governo Renzi riuscisse a imprimere un’accelerazione al processo riformatore, mantenendo anche solo in parte le promesse snocciolate in queste ore, fra un anno il clima potrebbe essere cambiato e un premier con il vento in poppa avrebbe tutto l’interesse a presentarsi agli elettori.

Con quale legge elettorale? L’accordo Renzi-Berlusconi è molto blindato: o Italicum o salta tutto. Niente spazio, dunque, per rivedere ulteriormente al ribasso le soglie di sbarramento. Chi non raggiunge il 4,5% delle preferenze rimane fuori dal Parlamento e può al massimo fare “il portatore d’acqua” di una coalizione per contribuire al raggiungimento della fatidica soglia del 37%. Nelle attuali condizioni, il Nuovo Centrodestra non sarebbe certissimo di raggiungere quella soglia e dunque rischierebbe di venire risucchiato nel perimetro di Forza Italia, che non vede l’ora di fagocitare i “traditori alfaniani”.

Proprio in ragione di questi timori, Alfano ha puntato i piedi e ha ottenuto che la riforma elettorale venga approvata solo dopo il superamento del bicameralismo perfetto, cioè dopo l’approvazione della riforma costituzionale del Senato, che porterà viva come minimo un anno. In questo modo il premier sarà “condannato” a tenere in vita l’esecutivo almeno fino al 2015 e non potrà agitare con gli alfaniani l’arma della caduta del governo e del ricorso alle urne, che terrorizzerebbe questi ultimi in caso di approvazione dell’Italicum.

Attualmente, infatti, se la situazione precipitasse, si andrebbe al voto con l’ex Porcellum modificato dalla sentenza della Corte Costituzionale (niente premi di maggioranza, ripristino delle preferenze), sistema che valorizza il potere d’interdizione delle piccole forze come il Nuovo Centrodestra, comunque determinanti per il raggiungimento della maggioranza necessaria per governare.

In questo meccanismo di incastri tra varie convenienze, la scadenza del 2015 come data per sciogliere il Parlamento e tornare alle urne potrebbe confermarsi la più probabile (come peraltro disse fin dall’inizio Enrico Letta). L’anno prossimo, infatti, in caso di stabilizzazione del quadro socio-economico e di recupero del prestigio internazionale dell’Italia (che gestirà, lo ricordiamo, il secondo semestre di presidenza europea), il vento dell’antipolitica potrebbe indebolirsi, il grillismo sgonfiarsi e le principali forze politiche considerare utile il voto anticipato per porre fine alla fase emergenziale delle larghe intese e mettere le basi della democrazia dell’alternanza.

E un nuovo Parlamento legittimato dal popolo e senza più la “macchia” di un’elezione fatta col Porcellum (dichiarato incostituzionale) potrebbe anche eleggere il successore di Napolitano al Quirinale. Su questo scenario potrebbero, alla fine, convergere gran parte degli attori politici. D’altra parte sarebbe impensabile tenere in vita per quattro anni un governo d’emergenza e di larghe intese per poi presentarsi alle urne con le tradizionali divisioni destra-sinistra. In nome di quali diversità, dopo una legislatura trascorsa a governare insieme? Su ius soli, unioni civili, ricette socio-economiche e fiscali, come faranno Renzi e Alfano ad andare d’accordo e a varare provvedimenti condivisi senza scontentare e disorientare i rispettivi elettorati? Lo stesso Capo dello Stato, di fronte ad una domanda sulla durata del governo Renzi, si è mostrato prudente: "Io la mano sul fuoco non ce la metto".

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