• CAPIRE LA CINA

Giovanni da Montecorvino, l'anti Marco Polo del Cristianesimo

Prima dei gesuiti la Cina fu evangelizzata dai francescani. Il merito va principalmente a Giovanni Da Montecorvino. Ecco la sua storia di predicatore. Convertì migliaia di popolazioni indigene, ma fu l'antitesi del suo coevo Marco Polo. 

Quando si parla di Cina ed evangelizzazione, il nome che più spesso viene in mente è quello del gesuita Matteo Ricci e questo anche con buone ragioni. In realtà la Cina, dopo il periodo nestoriano, fu evangelizzata, prima dei gesuiti, da francescani grazie specialmente all'opera di un frate Italiano, Giovanni da Montecorvino. Della sua opera missionaria la Nuova BQ ne parla con uno studioso francescano che si è occupato della missione francescana nella Cina: frate Pacifico Sella, archivista della provincia veneta e docente di storia della Chiesa e del francescanesimo medioevale e autore di diversi volumi su Giovanni Da Montecorvino e sulla Cina. 

Chi era Giovanni da Montecorvino?
Giovanni da Montecorvino era un francescano. Sembra che il suo cognome fosse Pico e fosse originario dall’attuale Montecorvino Rovella (SA). Nato nel 1247, intraprese all’interno dell’Ordine tutto l’iter studiorum giungendo a svolgere anche le mansioni di predicatore e lettore di filosofia.

Cosa sappiamo inoltre di lui?
Appartenente alla corrente degli spirituali zelanti (specialmente del gruppo di Angelo Clareno e del b. Tommaso da Tolentino), partecipò con essi al loro allontanamento dalle province italiane, stabilendosi nei territori mediorientali, in particolare nel regno della Piccola Armenia, dove gli spirituali rigoristi italiani trovarono in un primo momento tranquillo riparo. È in tale contesto che fr. Giovanni impara molto bene alcuni idiomi mediorientali, tra cui il persiano, lingua franca in tutta l’Asia; conoscenza questa che gli permetterà di comunicare con i Tartari ed imparare poi la loro lingua".

In che modo si è svolta la sua missione in Cina?
La sua missione in Cina, nel suo inizio, possiede la valenza di una provvidenziale casualità.  Rientrato momentaneamente in Italia, nel 1289, quale ambasciatore del re della Piccola Armenia, Aitone II († 1308), presso papa Niccolò IV col fine di chiedere l’invio di rinforzi crociati per far fronte alla pressione dei Mamelucchi. Il Papa non solo lo incaricava di portare al re armeno le lettere in risposta alle sue petizioni, ma anche di consegnare una serie di epistole, in tutto 27, indirizzate ad altre autorità religiose e civili: ai principi e dignitari mongoli residenti in Persia che fr. Giovanni avrebbe incontrato nel suo tragitto fino a giungere in Cina. Da ciò emerge chiara l’evidenza che i medievali non possedevano consapevolezza delle distanze geografiche e le corrispettive collocazioni territoriali dei regni orientali di quel tempo. Comunque, da ultimo, una volta arrivato a Khanbalik (l’attuale Pechino), capitale del Gran Khanato del Catay (con il termine “Catay” s’intendeva genericamente tutto l’Estremo Oriente cinese) e sede dello stesso Gran Khan Qubilay, avrebbe consegnato la bolla pontificia a questi destinata. Il senso ultimo di questa consegna epistolare, del tutto gratulatoria, mirerebbe a compiere l’ennesimo tentativo per instaurare dei rapporti diplomatici con i Mongoli, tentando così di convertirli al cristianesimo col fine di siglare con loro un’alleanza anti-musulmana e quindi garantire all’ormai esausto dominio crociato di Palestina una possibile rinascita.

E poi come è proseguita la sua attività?
Questi gli inizi, c’è poi il prosieguo della sua presenza attiva nella Cina dei Mongoli. Egli, dopo più di dieci anni che si trova ad operare a Khanbalik, scrive due lettere (una del 1305 e l’altra del 1306) indirizzate «Al reverendo padre in Cristo frate Vicario del Ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, e al Vicario dei Frati e del Maestro dell’Ordine dei Predicatori, e ai Frati di entrambi gli Ordini residenti nella Provincia di Persia» (Seconda lettera cinese, an. 1306, di fr. Giov. da Mont.) dove elenca le cose che egli nei dieci-dodici anni successivi alla sua entrata in Khanbalik, da solo, ha potuto compiere, ma anche mediante l’aiuto indispensabile di qualche amico spirituale: erezione di due chiese, dove raggruppa una quarantina di ragazzi, che educa alla vita religiosa; conversione cattolica del nestoriano re Giorgio dei Tenduc (popolazione che si occupava della sorveglianza dei confini tra il Catay e la Mongolia Interna, dove risiedevano popolazioni tartare ostili alla signoria imperiale di Khanbalik); traduzione in tartaro del messale romano (in maniera da celebrare la Messa in quella lingua) e di parte della Bibbia; costante presenza presso la curia imperiale dove occupa un suo seggio di rappresentanza a lui specificamente assegnato, essendo egli riconosciuto come legato ufficiale del Papa. Dopo il 1305-1306, con la conoscenza delle sue lettere, papa Clemente V lo nomina arcivescovo di Khanbalik (an. 1307) con giurisdizione su quasi tutta l’Asia e subito dispone che l’Ordine francescano gli invii una comitiva di frati che possano coadiuvarlo nel lavoro apostolico. Di questi frati sette saranno subito ordinati vescovi, in maniera che quando giungeranno in loco potranno a loro volta ordinare vescovo fr. Giovanni, divenendo suoi ausiliari. Importante da rilevare: metà del gruppo francescano, inviatogli di supporto, si ridurrà quasi della metà nel passaggio dell’India. Di fatto di sette vescovi ne arriveranno solo quattro, i quali, fr. Giovanni, dopo la sua ordinazione episcopale, invierà a reggere la neo-diocesi di Zayton (l’odierna Quanzhou). Il primo di questi titolari è fr. Gerardo Albuini. Morirà nel 1318. Lo rimpiazzerà fr. Peregrino da Castello, il quale morirà nel 1322. Verrà avvicendato da fr. Andrea da Perugia, il quale nel 1329 risulta essere già morto. Degli altri frati inviatigli non si sa nulla; alcuni di essi sono citati nelle lettere che fr. Peregrino da Castello e fr. Andrea da Perugia scriveranno da Zayton. Penso che in tutto non dovessero superare la ventina di unità, il cui numero sarà in fine diviso tra la sede dell’archidiocesi di Khanbalik e la diocesi di Zayton, in ausilio ai vescovi lì operanti. Ma anche di loro, mancano notizie e penso che non sopravvivessero di molto dopo la scomparsa di fr. Giovanni, nel 1328. Tutti gli altri tentativi di rinforzare la presenza missionaria minorita in Cina, falliranno. L’unico che riuscirà negli anni ’20 a giungere in Catay sarà il b. Odorico da Pordenone. Ma non conosciamo le motivazioni specifiche per cui egli ci sia andato; nella sua Relatio non ne fa parola. Sappiamo semplicemente che riuscirà a rientrare in Italia a cavallo degli anni 1329-1330 e cercherà di organizzare subito un gruppo di frati che andassero in aiuto ai loro confratelli impegnati in Cina. Morirà nel bel mezzo di questi preparativi il 14 gennaio 1331.

Ci sono rapporti o similitudini fra il viaggio in Cina di Giovanni da Montecorvino e quello di Marco Polo?
Non direi. Quello di fr. Giovanni da Montecorvino ha uno scopo eminentemente diplomatico, che poi, in forza della sua permanenza a Khanbalik diventa missionario; mentre quello di Marco Polo ha delle mere finalità mercantili. Solo a livello contingente i Polo assolvono alla richiesta del neoeletto papa Gregorio X († 1276; che in quel preciso momento, an. 1271, si trova ad Acri) di condurre con loro due frati carmelitani, il meglio che al momento disponeva in quella parte di mondo, al posto dei 6 savi che in un primo momento Qubilay-khan aveva richiesto ai fratelli Polo. Ma i religiosi abbandonarono la comitiva dopo i primi pericoli e consegnarono ai Polo le lettere pontificie destinate al Gran Khan. Purtroppo non sappiamo di più sull’esito di tale consegna epistolare.

Altre differenze?
Un’altra differenza che appare evidente è che i Polo giunsero in Catay per via di terra, con un percorso che partiva da Hormuz fino ad attraversare i deserti dell’Asia centrale, entrando nel Catay a nord ovest della lunghissima catena himalaiana, attraversando l’attuale Tajikistan e avanzando sul limitare del deserto del Taklamaklan e poi del Gobi per giungere così a Khanbalik da ovest, mentre fr. Giovanni da Montecorvino compiendo il periplo dell’India e procedendo verso nord-est, entrò nella capitale da sud, attraversando la Cina meridionale. I Polo nell’andata c’impiegarono complessivamente un anno e mezzo di cammino (nel 1271 si trovano ancora ad Acri a parlamentare con Gregorio X) giungendo alla presenza dell’Imperatore mongolo nel presumibilmente sul finire del 1272 o agli inizi del 1273. Mentre fr. Giov. da Mont. partì da Rieti nel luglio del 1289 e sembra essere arrivato a consegnare l’ultima sua missiva, quella al Gran Khan appunto, tre anni dopo. Un aspetto curioso: mentre fr. Giovanni attraversava l’Oceano Indiano per recarsi in Catay, Marco Polo lo attraversava in senso contrario per recarsi in Persia (per poi far rientro a Venezia), col fine di consegnare in sposa una figlia di Qubilay-khan all’Ilkhan di Persia (fedele alleato del Gran Khan); ebbene, mi piace pensare, che mentre uno navigava verso est e l’altro verso ovest, si siano inconsapevolmente incontrati a metà strada, forse proprio lì nel Malabar indiano, senza sapere l’uno dell’altro.

Come impostò la sua pastorale verso il popolo cinese?
Ritengo che non si possa parlare di vera pastorale o apostolato nei confronti della popolazione cinese come tale. I Cinesi al tempo della dinastia mongola degli Yüan (che come nome dinastico vuol dire “principio”, “cominciamento”) occupavano l’ultimo posto nella scala sociale. Ma non solo: erano considerati dai Mongoli loro potenziali nemici, per cui erano completamente tagliati fuori da tutto e circoscritti ad una realtà plebea che li equiparava a dei veri servi della gleba, destinati ai lavori più umili e obbligati ad ignorare la scrittura mongola (già in uso ai tempi del Mont.). Per cui se fr. Giovanni si fosse orientato particolarmente verso di loro poteva incorrere nel pericolo di essere tacciato quale potenziale nemico dei Mongoli ed essere per questo espulso dal paese o, peggio, messo a morte. Una cosa curiosa dell’orientamento pastorale del Francescano, è che quando egli potrà innalzare una prima chiesa, ubicata poco lontano dal palazzo imperiale, vi farà dipingere sulle pareti alcune scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, con in aggiunta delle didascalie in lingua latina, mongola e persiana; il cinese non c’è. Per cui, da questo e da altri indizi si è disposti a pensare che fr. Giovanni da Montecorvino non sia venuto tanto in contatto con l’elemento cinese autoctono, quanto invece con i Tartari e genti loro alleate. Battezzerà migliaia di indigeni (probabilmente tartari, forse anche cinesi), convertirà al cattolicesimo il re Giorgio dei Tenduc e farà cattolici più di 30 mila alani, etnia a servizio personale dell’Imperatore. Inoltre educherà una quarantina di ragazzi, a mo’ di “fratini” per disporli poi, in un futuro non lontano, ad essere loro stessi dei missionari in quelle terre. E, come sopra accennato, tradurrà a tal proposito in mongolo parte delle sacre scritture (certamente il libro dei Salmi) e il canone della Messa con cui celebrava la liturgia eucaristica. E poi non si deve dimenticare l’assistenza spirituale ai latini che vivevano in Khanbalik e che vi svolgevano lì attività mercantile.

Quali furono i suoi rapporti con l’Imperatore mongolo?
I suoi rapporti con il Gran Khan furono da subito molto buoni. Si potrebbe dire che fu lo stesso Gran Khan, Temür-khan, figlio di Qubilay-khan, che lo difese nei confronti degli esponenti del clero nestoriano tartaro che lo accusavano calunniandolo di omicidio e falsità, in quanto lo vedevano come una possibile minaccia al loro primato clericale. Alla fine, dopo diversi anni sopportando false accuse e calunnie, sarà fatta luce sulla verità delle loro intenzioni e l’Imperatore mongolo li condannerà all’esilio. Bisogna dire inoltre che quale rappresentate della Santa Sede presso la curia imperiale mongola, egli beneficiava, secondo il costume asiatico, di un trattamento di favore con relativo mantenimento e sostegno finanziario chiamato alapha. Sarà appunto mediante tale elargizione (annua?) che ammontava ad un corrispettivo di 100 fiorini genovesi, e con l’iniziale aiuto di Pietro Lucalongo (mercante veneziano che possedeva grossi fondachi nelle principali città del Catay) che fr. Giovanni riuscirà ad innalzare due chiese e comperare dei giovinetti presso le famiglie più povere, educandoli per costituirli come una testa di ponte missionaria cattolica in Estremo Oriente.

Ai suoi tempi sembra che ancora il cristianesimo nestoriano fosse abbastanza forte. È corretto?
Fortissimo; sebbene fosse circoscritto solo ad alcune tribù tartare, ma molto potenti ed influenti. Comunque il rapporto tra cattolici e nestoriani sul finire dell’epopea francescana nel Catay mongolo/cinese è di uno a cinque. Con l’avvento della dinastia cinese dei Ming (nome dinastico che vuol dire “luce”), nel 1368, e la conseguente restaurazione dell’Impero Celeste, saranno comunque tutti espulsi, in quanto estranei alla cultura e religione tradizionali cinesi.

Dopo Giovanni da Montecorvino, qual è stato in sintesi il cammino dei Francescani in terra cinese?
Dopo la morte di Giovanni da Montecorvino, avvenuta presumibilmente nel 1328, non ci saranno altri invii di frati dall’Europa a rinforzo della missione francescana in Catay, causa innanzitutto le grandi difficoltà da fronteggiare, nonché la situazione politica che rendeva difficilissima la percorrenza per via di terra (resa impossibile dalle guerre tra i canati asiatici). Rimaneva quella trans-marina; ma anche qui le cose si complicarono al quanto. Innanzitutto la sua percorrenza durava tre anni (quando andava bene!); poi la conversione all’Islam di tutti i Mongoli residenti nei territori persiani, i quali costituirono una barriera impenetrabile ai viaggiatori provenienti da ovest; poi la peste nera (an. 1348) che svilì completamente l’organico effettivo dell’Ordine francescano e, da ultimo, l’avvento della dinastia cinese dei Ming che espulse tutti gli stranieri residenti in territorio imperiale cinese, chiudendo ermeticamente il paese agli estranei, per cui alla fine si evince che: la missione francescana nella Cina dei Mongoli dopo la morte del primo vescovo di Pechino, fr. Giovanni da Montecorvino, non ebbe vita lunga! Nella relazione che fr. Giovanni da Marignolli fece del suo viaggio in Catay, per conto del papa Benedetto XII († 1342), sul finire degli anni ’30 e primi anni ’40 del trecento, si viene a sapere di alcune chiese e stazioni missionarie francescane, ma oramai disabitate od occupate da personale europeo che le aveva trasformate in fondachi mercanteschi. Da ciò si può evincere che nella quinta decade del XIV secolo la presenza francescana nell’Estremo Oriente cinese si fosse oramai spenta.

Dona Ora