• LA SENTENZA

Germania, vietato il velo in tribunale

La Corte costituzionale federale tedesca ha stabilito che una donna con il velo può intaccare la neutralità dello Stato. Secondo i giudici il velo non può paragonarsi a un qualsiasi altro simbolo religioso. Va detto, infatti, che esso non è previsto nel Corano, ma è frutto della shari’a che capi religiosi e politici vogliono far entrare negli ordinamenti europei.

Una donna velata può mettere in pericolo la neutralità ideologica e religiosa dello Stato. Lo ha appena stabilito la Corte costituzionale federale tedesca. Una sentenza storica che irrompe nel panorama germanico che periodicamente, e non sempre efficacemente, si trova a fronteggiare il cavallo di Troia della legge della shari'a che tenta di penetrare nel sistema legale.

Tutto inizia nel 2017, quando una tedesca di origini marocchine, nata a Francoforte, inizia la pratica forense nell'Assia. Ma si presenta nelle aule giudiziarie con il velo islamico, sebbene in quello Stato sia vietato. La legge vuole, infatti, che qualsiasi mansione o incarico pubblico, e nelle vesti di un pubblico ufficiale, vada svolto senza il velo. La donna, però, non ci sta e decide di intentare una causa perché quel divieto lede il suo diritto alla libertà di religione.

Il tribunale regionale superiore (Oberlandesgericht) sforna subito una sentenza per ribadire il divieto di velo negli spazi pubblici. La giovane donna fa immediatamente ricorso. Ma questo viene respinto dal Tribunale amministrativo superiore dell’Assia (Verwaltungsgerichtshof). Non contenta, decide di rivolgersi alla Corte costituzionale federale, che conferma le sentenze precedenti. E dichiara che “il dovere dello Stato di essere neutrale comporta necessariamente anche il dovere per i funzionari pubblici di essere neutrali poiché lo Stato può agire solo attraverso le persone”.

Sostanzialmente, nel lungo comunicato stampa, la Corte costituzionale federale cerca di chiarire la linea che corre tra lo spazio pubblico e privato. Ma non solo. La sentenza chiarisce che il velo islamico, quel velo che la donna pretendeva di indossare in tribunale, non può essere paragonato a qualsiasi altro simbolo religioso, come la croce per i cristiani, per esempio. Per la giovane tedesca e per tutte le donne islamiche il velo è un imperativo, sottolinea ancora la sentenza, un imperativo che però esula dal credo.

A questo punto qualcuno avrebbe dovuto però chiarire, finalmente, il concetto e il significato del velo islamico: niente a che vedere con la religione in quanto tale, ma un obbligo introdotto successivamente alla stesura del Corano e previsto dalla shari'a, il diritto positivo che ‘incontra’ la religione. Il velo per l’islam, infatti, è un’imposizione dell’autorità religiosa e politica, e, a seconda dell’osservanza più o meno rigorosa della shari’a nel Paese islamico e della forma di governo, cambia lunghezza e forma. Come cambia la punizione per la disobbedienza del dovere: pena pecuniaria, il carcere o la morte.

Dovrebbe inoltre far riflettere il fatto che persino alcuni teologi islamici, non esattamente moderati, come Gamal Al Banna e Ahmad Chaouki Alfangari, anni fa sono stati accusati di apostasia per aver sostenuto che nel Corano non vi è alcuna prescrizione del velo.

Il ministro della Giustizia dell’Assia, Eva Kühne-Hörmann (CDU), ha definito la sentenza “rivoluzionaria”. Sì, perché siamo in Germania, il Paese che non ha mai smesso di discutere del “problema velo”, dove i musulmani hanno superato i sei milioni (diventando circa il 7,2% della popolazione) e dove le regole sull'uso dell'hijab differiscono tra i sedici Stati federali.

Basti pensare che il 3 febbraio 2020 il Tribunale amministrativo superiore di Amburgo stabiliva che una studentessa sedicenne, tedesca e di origini egiziane, aveva il diritto di indossare il niqab - il tipo di velo islamico che copre anche il viso - in una scuola professionale nel quartiere di Hammerbrook. Il corpo docente aveva chiesto che la ragazza potesse mostrare almeno il viso, ma i genitori avevano portato il caso in tribunale. È stato così deciso che nessuno può chiedere agli studenti di non indossare quel tipo di velo: “È un suo diritto il niqab”. E l’avvocato della studentessa ha affermato che se è vero che la sua cliente “non si considera la Greta Thunberg dell’islam”, è vero anche che un divieto “equivarrebbe a una dichiarazione di guerra”.

Pochi giorni prima, a gennaio l'Università di Kiel (land dello Schleswig-Holstein) vietava agli studenti di indossare veli che coprissero il viso quando erano in classe, mentre nella Renania Settentrionale-Vestfalia (NRW), a dicembre, il velo veniva concesso a scuola alle ragazzine di età anche inferiore ai quattordici anni. Il sottosegretario di Stato per l’integrazione aveva inizialmente provato ad introdurre il divieto, per poi abbandonare qualsiasi piano e stabilire che il suddetto divieto non avesse possibilità di essere sostenuto dalla Corte costituzionale federale e quindi sarebbe fallito miseramente.

I più recenti scontri sul velo erano esplosi in Egitto nel 2010, quando alle università di Ayn Shams e Helwan, rettori e presidi si trovarono costretti a reagire all’impossibilità di verificare l'identità delle studentesse in niqab. Addirittura la prima università ad agire in tal senso era stata, in Egitto, l’università di Al-Azhar. E persino i responsabili della sicurezza in Arabia Saudita lanciarono un'offensiva contro il niqab quando si scoprì che i terroristi islamici lo utilizzavano per camuffarsi ed eludere le perquisizioni.

I tentativi di varare, per legge, il diritto per le donne a velarsi nei vari Paesi europei mirano a rafforzare la legge della shari'a, che pure va diffondendosi in Europa con corti clandestine. Perché il velo con cui l’islam ha deciso di coprire le sue donne è il simbolo di una guerra culturale che la religione di Maometto combatte contro l’Occidente. La funzione è quella di protezione dall’esterno, e questo significa che ciò che le donne islamiche hanno intorno, nell’Ovest del mondo, è un pericolo. Qualcosa da cui ci si deve guardare, perché “impuro”. E le stesse donne, e ragazzine addirittura, vanno velate perché concepite come oggetti di concupiscenza e capaci di “distrarre l'uomo”.

Si continuerà ancora a discutere di velo, e lo si farà perché per l'islam è importante che gli ordinamenti occidentali vengano modificati dall'interno. Ma soprattutto perché il tratto comune della reislamizzazione è l'imposizione del velo alle donne.

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