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Bioetica

Fine vita, nel dibattito Zaia-Moraglia solo una prospettiva è giusta

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L’ex presidente del Veneto si è rivolto al patriarca di Venezia per dire che le istituzioni devono garantire l’applicazione dei diritti sul suicidio assistito. Moraglia ricorda che c’è una prospettiva diversa: accompagnare e alleviare la sofferenza, prendendosi cura della persona fragile fino alla fine.

Editoriali 04_08_2026
Zaia + Moraglia (ImagoEconomica, ritagli)

Una lettera tra un ex presidente del Veneto e un patriarca non è mai soltanto uno scambio istituzionale. Quando Luca Zaia ha deciso di rivolgersi pubblicamente a Francesco Moraglia, patriarca di Venezia, sul tema del fine vita, il confronto ha superato i confini della cronaca politica per approdare al terreno delle grandi questioni etiche: che cosa significa oggi la parola “dignità” davanti alla sofferenza, alla malattia e alle scelte che riguardano la fine della vita?

È stato Zaia ad aprire il dialogo con una lettera in cui richiama il ruolo delle istituzioni nel garantire l’applicazione dei diritti già riconosciuti dalla Corte costituzionale sul suicidio assistito e sostiene la necessità di una legge nazionale che stabilisca procedure, tempi e garanzie uniformi. La risposta di Moraglia propone una prospettiva diversa: il patriarca di Venezia ribadisce la contrarietà della Chiesa a una scelta che rischia di indebolire la tutela della vita e indica nell’accompagnamento, nelle cure palliative e nella vicinanza alle persone fragili la risposta alla sofferenza. Sullo sfondo resta la domanda che ogni norma porta con sé: quale idea di persona, di libertà e di società vogliamo affermare?

Nel dibattito sul fine vita il rischio è che alcune parole fondamentali cambino di significato. La libertà, da capacità di orientamento verso il bene, può ridursi alla semplice possibilità di scegliere; la compassione, da condivisione della sofferenza dell’altro, può trasformarsi nella convinzione che il dolore debba essere rimosso, eliminando colui che soffre. È qui che la prospettiva cristiana introduce una domanda radicale e insieme antichissima: l’uomo possiede la vita o la riceve? La risposta della Scrittura è chiara: «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò» (Gen 1,27). Prima di ogni capacità, prima della salute, della piena consapevolezza di sé, vi è un fatto originario: ogni persona porta in sé un’impronta che nessuna condizione può cancellare.

Questa convinzione non appartiene soltanto alla fede cristiana, ma ha permeato la cultura occidentale attraverso l’idea dell’inviolabilità della persona. Se l’uomo vale perché è immagine di Dio, allora nessuna malattia, nessuna dipendenza, nessuna perdita di capacità può privarlo del suo valore, anzi la sua fragilità interpella la responsabilità degli altri. Una società rivela il proprio volto non soltanto dal modo in cui tratta chi è forte, autonomo e produttivo, ma soprattutto dal modo in cui guarda chi non può più restituire nulla. Quando l’anziano, il malato o il morente vengono percepiti come un peso, qualcosa nella coscienza collettiva ha già iniziato ad incrinarsi.

Alla prima domanda: “Quanto vale ancora la vita?”, ne segue un’altra, più esigente: “Chi è questa persona che ci viene affidata?”. Il comandamento «Non uccidere» (Es 20,13) non rappresenta un semplice divieto morale, ma esprime un principio fondamentale: la vita umana non è un bene di cui l’uomo può disporre liberamente. Essa possiede infatti un valore intrinseco, che precede le decisioni dei singoli individui e pone un limite al potere dell’uomo sulla vita propria e altrui. San Giovanni Paolo II, nell’enciclica Evangelium Vitae, ha messo in guardia dal rischio di una cultura nella quale il valore della vita venga misurato secondo criteri di efficienza. Quando il criterio ultimo diventa la qualità della vita anziché la dignità della persona, emerge la questione di chi stabilisce quali vite siano sufficientemente degne.

La storia insegna che le grandi trasformazioni culturali spesso passano attraverso piccoli mutamenti del linguaggio e della sensibilità. Ciò che nasce come eccezione può diventare normalità; ciò che viene presentato come caso limite può trasformarsi in principio generale. Il tema del fine vita non può essere affrontato soltanto attraverso la categoria del diritto individuale. Ogni diritto vive dentro una trama di relazioni. La libertà personale non è mai separata dalla presenza dell’altro. A questo punto una società libera e democratica deve limitarsi a garantire il diritto di morire oppure deve impegnarsi perché nessuno arrivi a desiderare la morte? Sono due prospettive profondamente diverse. La prima vede nella morte una possibile soluzione davanti alla sofferenza; la seconda riconosce nella sofferenza un appello alla responsabilità degli altri. Il Vangelo appartiene interamente alla seconda prospettiva. Gesù non incontra mai il dolore umano eliminando chi soffre: si avvicina, ascolta, tocca, accompagna e guarisce. Davanti alla tomba dell’amico Lazzaro non offre una spiegazione teorica del dolore, ma compie il gesto più umano e più divino: piange (Gv 11,35). Il Figlio di Dio non fugge dalla sofferenza, ma entra nel mistero della fragilità umana.

È qui che si comprende la differenza profonda tra la pratica dell’eutanasia e la cura del sofferente. Curare non significa promettere l’immortalità, né pretendere di vincere ogni limite biologico. La medicina non è una lotta disperata, ma un’alleanza con la persona malata. Accettare che una vita giunga naturalmente al suo termine, evitando trattamenti sproporzionati, non significa abbandonare il paziente. Significa riconoscere il limite senza trasformarlo in una condanna. Infatti la Chiesa non ha mai appoggiato l’accanimento terapeutico. Ma altra cosa è provocare intenzionalmente la morte.

La vicenda veneta, tra l’altro, non riguarda soltanto una regione. Essa rende visibile una frattura culturale che riguarda tutta la nazione: da una parte l’idea che la libertà raggiunga il suo vertice quando l’uomo può disporre perfino della propria morte; dall’altra la convinzione che la libertà trovi il suo compimento nella responsabilità verso l’altro. Due idee dell’uomo che si contrappongono. Ogni epoca, alla fine, si misura dalla capacità di riconoscere la dignità dell’uomo anche quando viene meno ogni forma di autonomia.

La modernità ha compiuto una grande conquista affermando l’autonomia della persona contro ogni forma di oppressione. Ma l’autonomia diventa incompleta quando dimentica che l’uomo non è soltanto individuo, ma relazione. Nessuno nasce da solo, nessuno cresce da solo, nessuno attraversa il dolore e la morte da solo. La dipendenza non è una deviazione dalla condizione umana: appartiene ad essa. La cultura contemporanea fatica ad accettarlo perché spesso ha costruito il proprio ideale sull’immagine dell’individuo autosufficiente, capace di controllare il proprio destino. Ma la malattia e la morte ricordano che esiste un limite che nessuna tecnica può cancellare. Il cristianesimo non considera questo limite un fallimento, ma un luogo nel quale può emergere una verità più profonda. Non significa esaltare la sofferenza, ma riconoscere che il valore dell’uomo non coincide con le sue prestazioni. Questa è una delle intuizioni centrali del pensiero cristiano: l’essere precede il fare. La dignità non è un risultato da conquistare, ma una realtà originaria da riconoscere. È questa la ragione per cui la tradizione cristiana ha difeso il malato grave, il neonato, il disabile non come categorie, ma come persone portatrici di un valore assoluto.

Ma anche la compassione deve essere interrogata. Esiste una compassione che, come per il buon samaritano, nasce dall’incontro con il dolore dell’altro e sceglie di restare: non passa oltre, ma si ferma e se ne prende cura. Ma esiste anche una “compassione” che, davanti alla sofferenza, stabilisce che la soluzione migliore sia interrompere la vita. Una cosa è affrancare la persona dal dolore, altra cosa è liberarla dalla vita stessa. Il teologo Romano Guardini ha ricordato che la persona non è un oggetto da valutare secondo criteri di utilità, ma un mistero da accogliere nella sua interezza.

È questo il cuore della lettera Samaritanus bonus della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita: il valore dell’uomo non dipende dalla sua utilità. Benedetto XVI, nelle encicliche Deus Caritas Est e Spe Salvi, ha ricordato che una società incapace di stare accanto al dolore rischia di diventare disumana. Il problema del nostro tempo non è soltanto che soffriamo: è che spesso soffriamo soli. Molte paure che accompagnano la questione del fine vita non nascono soltanto dalla sofferenza fisica, ma dal timore di essere un peso, di essere dimenticati. Le cure palliative rappresentano una delle conquiste più alte della medicina contemporanea perché mostrano che non siamo condannati alla falsa alternativa tra accanimento terapeutico e morte procurata. Esiste una terza via: accompagnare, alleviare, prendersi cura.