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AFROAMERICANI

Ferguson: il problema è la polizia, non il razzismo

Due poliziotti feriti a Ferguson nel Missouri. E' l'ultimo episodio, di una protesta dei neri iniziata ad agosto. Come rileva il rapporto del dipartimento di Giustizia, il problema di Ferguson è la sua polizia, che è violenta e corrotta. Ma i media (e il presidente) preferiscono parlare di razzismo. E' opportuno?

Esteri 14_03_2015
Thomas Jackson

“Ferguson, abbiamo un problema”. Il comandante della polizia, Thomas Jackson, ha rassegnato le dimissioni dopo la pubblicazione di un rapporto shock del dipartimento di Giustizia sugli abusi delle forze dell'ordine locali. Il giorno dopo, due agenti sono stati colpiti da proiettili durante una manifestazione che chiedeva più cambiamenti dopo le dimissioni di Jackson. Barack Obama ha condannato il fatto di sangue, ma non con il vigore che la polizia si sarebbe aspettata, bensì con un semplice tweet e con un’intervista televisiva.

A Ferguson, nello stato del Missouri, Stati Uniti centro-occidentali, è in corso una sommossa che sta continuando ininterrottamente da agosto, quando un poliziotto uccise un ragazzo nero disarmato, Michael Brown. La tensione fra la comunità afroamericana locale e la polizia si è tradotta in una serie di sommosse urbane, degenerate in saccheggi e danneggiamenti di proprietà privata. E infine, allargandosi su scala nazionale, è sfociata nel duplice omicidio di poliziotti a New York, in tutt’altra città, in tutt’altra realtà rispetto alla piccola e povera cittadina del Missouri. Quella di mercoledì è stata l’ennesima fiammata di violenza. Non è la prima volta che vengono esplosi colpi di pistola da parte dei rivoltosi, ma è la prima, a Ferguson, in cui due agenti vengono colpiti e feriti. Il movimento per i diritti civili di Ferguson ha poi risposto giovedì sera, con una veglia e una marcia a lume di candela per celebrare “tutte le vittime”, dunque anche i poliziotti colpiti.

In questo particolare episodio si sommano tre problemi distinti che stanno caratterizzando un po’ tutto il fenomeno della ribellione contro l’ordine pubblico negli Stati Uniti. Il primo e grave problema è locale e riguarda il dipartimento di polizia di Ferguson. Uno scioccante rapporto del Dipartimento di Giustizia americano rivela tanti e tali abusi da poter equiparare la polizia locale allo sceriffo di Nottingham, quello di Robin Hood che vessava i poveri sudditi di tasse, anche quando non le potevano pagare. Rivela una lunghissima serie di abusi, violenze, violazioni della legge e dei diritti costituzionali. La stampa americana ha enfatizzato molto lo scambio di email dai contenuti razzisti fra ufficiali di polizia, due dei quali sono stati licenziati e uno mandato a riposo. Ma il vero scandalo è tutto il resto. I poliziotti si vantavano del numero di multe che davano, facevano a gara a chi ne dava di più. Avevano scambiato il loro ruolo per quello di una gigantesca raccolta fondi forzata, con i cittadini di Ferguson quali donatori involontari. In uno scambio di comunicazioni, gli ufficiali locali arrivano a lamentare la sostituzione di un locale procuratore distrettuale, perché il predecessore “faceva cassa”, condannando a pagare multe su multe. Nel solo 2013 il dipartimento aveva mandato 9000 multe, il più delle volte per infrazioni minori, valutate arbitrariamente dagli agenti, senza riscontri oggettivi di autovelox, video e fotocamere o radar. Per chi non si presentava in tempo a pagare, scattava (in base alla legge del Missouri) la sospensione della patente e solo il pagamento dell’intera multa, più la mora, più gli interessi, permetteva il suo rilascio. Il rapporto della Giustizia registra storie veramente surreali, kafkiane, come quella di una donna di 67 anni che viene arrestata senza sapere di cosa sia accusata. Solo dopo scopre che era per il mancato pagamento di una multa per mancata rimozione della spazzatura di casa sua, che non sapeva nemmeno di aver preso. Tuttora, quella donna sta pagando una multa, più interessi, più mora, di 1000 dollari, 100 dollari al mese, tutti i mesi, nonostante il suo reddito sia fra i più bassi.

Di fronte ad abusi di questo genere, si può comprendere la rabbia di Ferguson contro la propria polizia locale. Ma la questione razziale, benché ci sia, resta secondaria. Nel rapporto della Giustizia risulta che i neri siano sovrarappresentati nell’elenco delle vittime di abusi. Nel caso delle violenze dei poliziotti, per esempio, chi ha subito percosse (giustificate o no, la statistica non distingue) è un afroamericano nel 90% dei casi. Nel caso degli abusi commessi nel comminare multe arbitrariamente e senza riscontri oggettivi, i neri li hanno subiti più volte, il 48% in più rispetto ai bianchi. Ma c’è un fatto che non va dimenticato: a Ferguson la popolazione è costituita da un 70% di afroamericani, che rappresentano soprattutto le fasce più povere e coinvolte nella criminalità, sia come vittime che come carnefici. Dunque è naturale che l’azione della polizia, così come il grosso dei suoi abusi, abbiano come soggetto un cittadino afroamericano. Ma per questo si può dire che a Ferguson ci sia un problema di razzismo? Solo in parte. Il grosso problema è quello della polizia locale, dei suoi metodi e della sua corruzione (trovare tutte le scuse per estorcere denaro ai cittadini è una forma di corruzione). Va ricordato anche un altro fatto: l’uccisione di Michael Brown, che ha innescato tutta l’ondata di proteste da agosto ad oggi, non risulta essere un abuso della polizia, ma un atto di legittima difesa. Fino a prova contraria. Per ora, l’unico giudizio espresso va a favore dell’agente che ha sparato.

Ferguson, le prime manifestazioni

Da parte delle autorità, il modo migliore per affrontare il problema di Ferguson è: far piazza pulita della polizia locale, con discrezione, ma fermezza. Invece qui subentra il terzo problema, che è quello della comunicazione pubblica. Barack Obama ha puntato tutto sulla carta della tensione razziale, anche nel suo discorso per la celebrazione del 50mo anniversario della marcia dei diritti civili a Selma. “ … quando si vuole il perseguimento della giustizia, non possiamo permetterci né compiacimento, né disperazione. Proprio questa settimana, mi è stato chiesto se pensassi se il rapporto del Dipartimento di giustizia su Ferguson dimostri che, rispetto alla razza, poco è cambiato in questo Paese. Capisco la domanda, dal momento che la ‘narrazione’ del rapporto è tristemente familiare. Esso evoca la forma di abuso e di disprezzo per i cittadini che diede origine al movimento dei diritti civili. Ma respingo l’idea che nulla sia cambiato. Quel che è successo a Ferguson può anche non essere un fatto isolato, ma non è più endemico, o consentito dalla legge e dal costume; e prima del movimento dei diritti civili, lo era, eccome”. Formulazione ambigua, perché di fatto considera i fatti di Ferguson come un’eccezione, ma sempre nella categoria “razzismo”. E invece quel che è successo a Ferguson è un problema di abuso di potere, che riguarda tutti, non solo un’etnia in particolare.

Questa distinzione è importante, perché solo interpretando i fatti di Ferguson come episodi di razzismo da parte della polizia, la protesta si estende oltre a Ferguson e coinvolge anche tutte le maggiori città dell’America. Se due poliziotti sono stati uccisi il 20 dicembre, e altri due sono stati feriti mercoledì, è perché nei mesi precedenti si è venuto a creare un clima infame, su scala nazionale, tipico della tensione razziale e di una battaglia che, dalla realtà, sfocia nell’ideologia della lotta di classe e fra etnie. Non migliora il clima di legalità, il fatto che Barack Obama, dopo gli spari, non abbia pronunciato alcun discorso ufficiale di condanna, ma abbia deciso di limitarsi a un tweet e a qualche risposta in un’intervista televisiva.