Ergastolo per gli assassini di Saman Abbas. Punito il delitto "d'onore"
La Cassazione ha confermato le condanne all'ergastolo per i genitori e i cugini di Saman Abbas (e 22 anni allo zio). La ragazza di origine pakistana era stata assassinata nel 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato. Tante altre hanno dovuto accettarlo.
In queste ore l’attenzione dei mass media e di gran parte degli italiani è concentrata sulla sentenza della Cassazione che il 15 luglio ha confermato la condanna a 14 anni e nove mesi di carcere per Mario Roggero, il gioielliere di 72 anni che il 28 maggio 2021 ha ucciso due rapinatori e ne ha ferito un terzo mentre si davano alla fuga. Ma nelle stesse ore i giudici della Cassazione hanno pronunciato anche un’altra importante sentenza quasi passata inosservata: quella con cui hanno reso definitive le condanne ai responsabili della morte di Saman Abbas, la giovane di origine pakistana, ma residente in Italia da anni, uccisa dai suoi famigliari nel 2021 perché rifiutava di sposare l’uomo scelto per lei dai suoi genitori: un cugino residente in Pakistan.
Per il padre, Shabbar Abbas, la madre, Nazia Shaheen, e i cugini Ijaz Ikram e Noman Ul è stato confermato l’ergastolo e per lo zio Danish Hasnain 22 anni di reclusione. La motivazione della sentenza è che Saman non è stata uccisa durante una lite. L’omicidio è stato deciso e concordato dai suoi parenti, pianificato con cura per far sì che non venisse scoperto e per consentire agli assassini di fuggire dall’Italia. Inoltre è stata riconosciuta, a differenza della sentenza di primo grado, l’aggravante dei motivi abietti e futili. «Questo – ha sottolineato il procuratore di Reggio Emilia, Calogero Gaetano Paci – è un messaggio importante anche per tutte le altre vittime che, insofferenti del clima di prevaricazione che vivono in famiglia, decidono di affidarsi alla giustizia: non può esserci alcuna giustificazione di ordine culturale o religioso a vessazioni o atrocità come queste».
La giustificazione, che la sentenza della Cassazione esclude come attenuante, nel caso dei parenti di Saman era che la ragazza aveva gettato il disonore sulla sua famiglia frequentando uomini estranei e infine rifiutando il matrimonio combinato. Il rimedio inevitabile ai loro occhi è stato il cosiddetto delitto d’onore, praticato soprattutto nelle società come quella pakistana governate dalla legge islamica, nelle quali si ritiene che i capifamiglia abbiano il diritto e il dovere di punire anche con la morte i famigliari che con il loro comportamento mettono in pericolo l’onore, il decoro, la rispettabilità della famiglia e quindi la sua posizione sociale ed economica. Un capo famiglia deve allora dimostrare di avere la volontà e la capacità di farsi obbedire. È suo dovere far valere la propria autorità intervenendo severamente. Secondo questa morale, a essere colpevole, di trasgressione, di disobbedienza, è chi ai nostri occhi è una vittima e l’azione punitiva dei famigliari, che noi chiamiamo delitto, è ritenuta invece un legittimo atto di riparazione.
Il rifiuto di Saman era tanto più inaccettabile agli occhi dei famigliari perché il Pakistan, insieme al Bangladesh e all’India, è uno dei paesi asiatici in cui tuttora i matrimoni combinati sono considerati del tutto accettabili da gran parte della popolazione, persino da non pochi giovani che preferiscono affidarsi alle decisioni dei genitori. E tuttavia le autorità pakistane, superando dissenso e contestazioni interne, hanno voluto dare a loro volta un segnale fermo e inequivocabile. Entrambi i genitori di Saman erano tornati in Pakistan pochi giorni dopo l’omicidio ed entrambi sono stati individuati, arrestati ed estradati anche se tra l’Italia e il Pakistan non esistono convenzioni o trattati di estradizione.
La vicenda di Saman si è conclusa in modo tragico. Altre ragazze di origine straniera, asiatiche e africane, obbediscono ai genitori e sposano uomini scelti da loro. La legge tutela chi rifiuta un matrimonio proposto e contempla il reato di matrimonio forzato, mentre di per sé il matrimonio combinato è ammesso purché si accerti il libero consenso di entrambi gli sposi. Il problema, come nel caso di altre istituzioni importate nel nostro paese da emigranti provenienti da paesi in cui si praticano, è come tutelare un diritto, impedire che venga violato quando si tratta di violazioni che si verificano in ambiti domestici e all’interno di comunità che non collaborano.
Si ritiene che ogni anno centinaia di ragazze straniere, secondo alcune stime circa 2mila, rischiano un matrimonio imposto con vessazioni, minacce, violenze psicologiche anche se apparentemente accettato dagli sposi. La difficoltà di individuare e prevenire vale anche per una istituzione devastante: le mutilazioni genitali femminili, tuttora praticate nonostante che da 20 anni esista una legge che le vieta, severa e ben concepita. L’indagine più recente, svolta dagli atenei di Bologna e Milano Bicocca e presentata lo scorso ottobre, ha rivelato che in Italia sono almeno 16mila le bambine di età inferiore a 16 anni che rischiano di essere mutilate perché le loro famiglie sono originarie di paesi in cui sono radicate: Somalia, Egitto, Etiopia, Sudan.
Reagendo a vicende come quella di Saman, la domanda, di fatto una accusa, che immancabilmente qualcuno formula è: dove sono le femministe italiane, perché non organizzano manifestazioni pubbliche di protesta, perché non insorgono?
La stessa domanda va rivolta, e non lo fa nessuno, alle donne di origine straniera. È soprattutto dalla loro accettazione o ribellione che dipende la perpetuazione delle istituzioni che violano l’integrità fisica e morale femminili o il loro abbandono, insieme ai principi che quelle istituzioni tutelano.
La sentenza di condanna di Mario Roggero sta facendo discutere, divide gli italiani tra chi la approva e chi la considera ingiusta. Sarebbe interessante sapere come vengono giudicate nelle comunità straniere, specie in quelle asiatiche e africane che sono le più consistenti, la sentenza nei confronti degli assassini di Saman Abbas e le motivazioni addotte.

