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La lettera aperta

Emilia Romagna, le associazioni pro-vita demoliscono la legge sul suicidio

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Diverse sigle del mondo pro-life hanno scritto una lettera molto critica della legge emiliana già cassata nella sostanza dalla Consulta e che tuttavia continua ad essere applicata. Si chiede alla Regione di abrogare la normativa, costruendo percorsi per accompagnare la vita.

Editoriali 07_08_2026
Flash Mob contro il suicidio assistito - Roma, 4 novembre 2025 (LaPresse)

Lo scorso 24 luglio la Corte costituzionale ha giudicato incostituzionale nella sostanza la legge regionale dell’Emilia Romagna sul suicidio assistito, salvandone solo le parti di carattere organizzativo. Ma, come nel caso della Toscana in cui un’analoga legge ha subito il medesimo giudizio della Consulta, la legge continua ad essere applicata come se nulla fosse.

A fronte di questa impunità di fatto, alcune sigle del mondo pro-vita hanno deciso di scrivere una lettera aperta profondamente critica verso questa legge regionale. Le associazioni firmatarie sono le seguenti: AMCI, Comitato Liberi in Veritate, Papa Giovanni XXIII, Family Day, Federvita, Movimento per la Vita, Ora et Labora in difesa della Vita, Pro Vita & Famiglia, 40Daysforlife.

In primo luogo i firmatari ricordano il motivo principale per cui è stata cassata questa legge dalla Consulta: la Regione si è sostituita indebitamente al Parlamento. La materia dell’aiuto al suicidio, nei suoi principi ispiratori, è di competenza dello Stato. Ciò non vuol dire che le sigle siano a favore di una legge del Parlamento sul fine vita, anzi sono spesso critiche. Vuol dire semplicemente che evidenziano che, anche dal punto di vista giuridico, quella norma regionale è illegittima.

Dopo aver affrontato l’aspetto giuridico della legge, la lettera indaga più in profondità il senso di quella normativa: «Le leggi non hanno soltanto un valore giuridico – si legge nella missiva – ma dicono a una comunità che cosa considera normale. Quando l’accesso alla morte diventa il percorso più chiaro, rapido e garantito che una persona fragile trova davanti a sé, il messaggio che passa non è neutro, qualunque fosse l’intenzione del legislatore». Qualsiasi legge educa o diseduca la collettività, non è uno strumento eticamente neutro. Parzialmente falso quindi, come sostengono i pro-choice, il ragionamento secondo il quale chi vuole morire senza eutanasia potrà farlo e chi vorrà morire ricorrendo all’eutanasia sarà così messo in grado di farlo. Parzialmente falso perché la legge orienta le coscienze anche verso la soluzione del suicidio, le condiziona.

I danni provocati da leggi simili sono poi anche di altra natura: «La libertà che si trasforma in pressione, l’abbandono istituzionale del valore inviolabile della vita, l’elezione della morte a pratica di cura». La libertà si trasforma in pressione perché, avendo a disposizione la soluzione della morte di Stato, la persona malata, l’anziano, il disabile, credendo già di loro e ordinariamente di essere un peso, potrebbero essere indotti a percepirsi come persone egoiste se scegliessero di continuare a vivere nonostante ci sia uno strumento che libererebbe parenti e amici dal grave compito di assisterli. Gli estensori della lettera lo spiegano molto bene: «Il rischio è che [una persona gravemente malata] arrivi a sentirsi un peso, e a scegliere la morte non perché la desidera, ma perché non ha visto altre porte aperte. Questa è proprio la cultura dello “scarto” in azione».

In secondo luogo una legge sul suicidio assistito conferma che la vita non è più bene indisponibile, bensì si scolora in un bene disponibile. E da qui una domanda inevitabile: cosa è più prezioso, un bene indisponibile o uno disponibile? Dichiarare che la vita della persona è disponibile significa deprezzare la vita stessa. Infine, una legge sul suicidio assistito viola il principio di non contraddizione: dare la morte diventa una cura, ma la cura alla persona, per sua natura, non può dare la morte.

Poi, i sottoscrittori della lettera passano alla pars construens: come annientare queste leggi mortifere? Da una parte, la soluzione indicata è il potenziamento delle cure palliative; e su altro fronte, in modo ancor più significativo, è quella di offrire cura, aiuto, compassione, speranza, sostegno e solidarietà a chi soffre, al posto di un preparato letale. L’accompagnamento al posto dell’abbandono. L’aiuto a vivere e non l’aiuto a morire. Occorre allora aiutare a darsi la vita, non la morte. La soluzione è quindi sociale e prima ancora culturale. La lettera aperta, perciò, invita anche tutte le realtà associative pro-life ad impegnarsi in iniziative che concretamente aiutino i malati a sperimentare percorsi di vita e non di morte. Da una pratica pro-vita così diffusa non potrà che nascere una uguale cultura pro-vita ed è solo una cultura rispettosa della persona che farà terra bruciata attorno alle normative eutanasiche, le svuoterà dall’interno o addirittura toglierà loro i presupposti perché vengano presentate dai politici.

Poi, le associazioni pro-life che hanno redatto la lettera chiedono alla Regione Emilia Romagna di abrogare la legge sul suicidio assistito – finalmente una richiesta che non cede al compromesso – e di privilegiare soluzioni volte a curare le persone, non a farle morire: «Chiediamo che questa normativa venga abrogata e che si faccia un passo indietro, rispettando l’inviolabilità di ogni vita umana e identificando nella cura e non nella morte la risposta alla sofferenza».

Infine, in ossequio ai principi di logica elementare, la lettera così argomenta: «Se una Regione è capace di costruire un percorso chiaro, gratuito e monitorato per accompagnare alla morte, è capace di costruirne uno altrettanto chiaro per accompagnare nella vita. Se non lo farà, la libertà di scelta che oggi si celebra resterà, per molti, una scelta obbligata».



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