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Il caso

Disabili, nelle parole di Giannini la logica delle leggi eugenetiche

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Massimo Giannini fa un paragone definendo «inutile» la vita di una persona inchiodata sulla sedia a rotelle da molti anni. E viene giustamente criticato. Ma il suo giudizio eugenetico è lo stesso alla base delle leggi su aborto, fecondazione artificiale ed eutanasia.

Editoriali 09_05_2026

«Se un essere umano […] passa gli ultimi 20 anni della sua esistenza immobile su una sedia a rotelle a non fare nulla è inutile che è [sic] vissuto così tanto». A dirlo è il giornalista Massimo Giannini alla trasmissione diMartedì in onda su La7 martedì scorso. Giannini stava facendo un paragone: il governo della Meloni è longevo, ma, se non ha fatto nulla finora, questa longevità non serve a niente, al pari di una persona che è inchiodata su una carrozzina da molti anni, la cui vita risulterebbe dunque inutile.

Giuste critiche sono piovute da ogni dove. Il ministro per le Disabilità, Alessandra Locatelli, così commenta: «Vergogna. Persone che parlano in questo modo, per le quali è naturale e spontaneo dire che una persona con disabilità, o anziana, in carrozzina debba morire prima del tempo dimostrano tutto il loro disprezzo e la loro ignoranza. Calpestano la dignità delle persone, le mortificano». Le fa eco il viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci: «Le parole pronunciate dal giornalista, che per attaccare il governo ha strumentalizzato e stigmatizzato indegnamente la condizione di disabilità e degli anziani non autosufficienti, manifestano un cinismo inaudito». Infine, ma il catalogo delle esternazioni potrebbe continuare a lungo, è intervenuta anche la Fish-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie: «Nel pieno del dibattito, la condizione di disabilità è stata utilizzata come metafora degradante e svilente della vita umana, alimentando una narrazione offensiva nei confronti di milioni di persone con disabilità. Un messaggio inaccettabile, che non solo ferisce profondamente le persone direttamente coinvolte e le loro famiglie, ma contribuisce ad alimentare stereotipi discriminatori e una cultura abilista che dovrebbe essere contrastata con fermezza». Com’era prevedibile, Giannini ha poi replicato alle critiche affermando che sono solo strumentali e infine si è scusato.

Un paio di riflessioni. A chi rispetta profondamente la dignità di ogni persona, disabili compresi, non verrebbe mai in mente di articolare un esempio come quello proposto da Giannini. Dovrebbe farsi violenza per riuscirci. Sarebbe impensabile. Questo prova che l’uscita infelice del giornalista mette ben in evidenza che l’anticultura dello scarto è diffusa, capillare e ha infettato le radici del nostro pensare e sentire. Basta poco per farla emergere, ad esempio un dibattito in TV. Il “Tu vali se produci, se sei efficiente e sano” è un orientamento morale sempre più comune. Giannini in questo senso ha dato espressione ad una sensibilità sociale nemmeno poi tanto occulta.

E qui veniamo alla seconda riflessione. Il giudizio eugenetico di Giannini è il medesimo che struttura intimamente le leggi italiane su aborto, fecondazione artificiale ed eutanasia. L’“inutilità” di un embrione malformato o di un paziente malato terminale o di un paziente disabile legittima la morte per aborto o per eutanasia o per riduzione embrionaria durante la Fivet. Ma in questi casi non solo nessuno protesta, ma quasi tutti difendono queste leggi. Leggi il cui contenuto è ben più grave sotto il profilo morale di quello espresso da Giannini perché elevato a categoria giuridica, perché l’eliminazione dell’inutile – ipotesi nemmeno ventilata dal giornalista – assume le vesti addirittura di un diritto. Giustamente politici, giornalisti, operatori del sociale hanno stigmatizzato le parole di Giannini, ma allora perché non rivolgere le medesime critiche a leggi che hanno la stessa ratio dell’affermazione del giornalista? Perché due pesi e due misure?

La risposta è la seguente: per Giannini tutti i disabili sono inutili, per il popolino non tutti. Ma entrambi hanno fatto proprie le medesime categorie di giudizio. E quindi, se vogliamo, Giannini è purtroppo più coerente del popolino. Quest’ultimo non è ipocrita nei confronti del primo, bensì solo cieco. Spieghiamoci meglio. Nella coscienza collettiva non tutti gli esseri umani hanno la dignità di chiamarsi persone e questo avviene proprio per le idee espresse da Giannini. Si vede bene che è in atto una erosione del concetto di persona legata, appunto, ai criteri di salute, di efficienza e di qualità della vita. Questi criteri pian piano escludono sempre di più i fragili dal novero delle persone, e il cerchio entro cui si riconosce dignità all’essere umano nel tempo si sta stringendo. La persona non vale di per sé, ma per come è – malata o sana – e per quello che fa – capace o meno di comunicare, di aver coscienza di sé e del mondo, di essere autonoma, etc. Questo è quello che ha scandalizzato delle parole di Giannini, ma è questo che pensano tutti coloro che sono a favore di aborto, fecondazione artificiale ed eutanasia.

Infatti, nel percepito collettivo il nascituro è persona solo se voluto dalla madre; il paziente terminale o il disabile è persona se lui stesso ritiene che la sua vita è ancora degna di essere vissuta. Di contro il disabile che vuole vivere è persona e invece Giannini gli ha tolto tale titolo. Questo è stato giudicato inaccettabile. Ma in realtà il giornalista ha solo preconizzato uno sviluppo coerente delle premesse già implicite nel senso comune: il criterio dell’utilità per uccidere una persona sarà applicato a prescindere dal consenso della persona stessa di voler essere uccisa. In realtà già accade con il figlio in grembo, dato che decide della sua vita la madre e non certo lui. Accade con l’eutanasia in alcune parti del mondo dove si uccidono disabili incapaci di intendere e volere.

In breve Giannini ha espresso un principio che è il DNA delle leggi su aborto ed eutanasia e che verrà in futuro applicato a tutti i disabili, ciò a dire che un domani sarà normale considerare inutile vegetare su una carrozzina o in un letto di ospedale, come oggi è accettato dai più uccidere un figlio disabile in grembo o il nonno malato di Alzheimer. Insomma, se critichi Giannini devi anche criticare le leggi mortifere del nostro Paese. Se non le critichi, per coerenza non puoi che essere d’accordo con lui.