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dichiarazione

Dalla San Pio X una professione di fede integra e incoerente

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Con il testo inviato il 24 giugno ai cardinali e al Papa la Fraternità fa leva sull'ortodossia ma fino a un certo punto. Il nodo è la pretesa di proclamare la dottrina cattolica fuori dall'unità cattolica, riconoscere il Papa e al contempo consacrare vescovi contro la sua volontà, dichiararsi fedeli alla Chiesa e rifiutarne i sacramenti.
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Ecclesia 26_06_2026

E dopo la Dichiarazione di fede del 14 maggio scorso, nella giornata di mercoledì 24 giugno, vigilia del concistoro, la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) ha inviato al Santo Padre e ai cardinali una «professione integrale di fede cattolica», in 154 punti, come «miglior contributo che si possa offrire alla Chiesa universale», nella speranza che questo testo possa un giorno «servire da base per una discussione franca con la Santa Sede, in un clima pacifico, fraterno e caritatevole». Questa professione non è solo la manifestazione dell’attaccamento della Fraternità alla fede cattolica, ma anche della volontà dei suoi membri di non affrontare mai il proprio problema strutturale.

È da quarant’anni che i colloqui con la Santa Sede sono segnati da questa “strategia”: mettere davanti una pretesa professione di fede cattolica integra, con lo scopo di “buttare la palla” nel campo di Roma (espressione che ho udito letteralmente più volte dalla bocca dei superiori della FSSPX, incluso l’attuale) e tenere lontano il pericolo di dover difendere la propria (indifendibile) area di rigore.
E così, da quattro decadi, la Santa Sede offre una soluzione canonica e la Fraternità rinvia, mettendo davanti il problema della “fede”, e rendendo il criterio della retta dottrina come l’unico indispensabile per l’appartenenza alla Chiesa cattolica, contrariamente a tutta la tradizione della Chiesa. Una retta dottrina che la Fraternità, nel caso del primato del Papa, afferma a parole e smentisce nei fatti.

È piuttosto evidente che il problema della Fraternità non è professare la fede cattolica, ma professarla al di fuori dell’unità cattolica. Ed è precisamente il nodo, nemmeno troppo gordiano, che la FSSPX non vuole affrontare, ciò che rende la propria posizione scismatica, nonostante talune ragioni che essa rivendica. Perché, in linea teorica, si può essere perfettamente ortodossi e perfettamente scismatici, ed essere così drammaticamente, pericolosamente fuori della Chiesa. Viene alla mente quanto sant’Agostino scriveva degli scismatici donatisti: «mentre le cose in cui sono con noi, noi non le proibiamo, per quanto riguarda quelle in cui non sono con noi, li esortiamo a venire per averle o a tornare per riaverle, e con ogni possibile mezzo ci impegniamo con grande carità, perché, emendatisi e correttisi, facciano questa scelta». Ed aggiungeva: «non diciamo loro [ai donatisti]: “Non date il battesimo”, ma: “Non datelo nello scisma”; e a quelli che essi stanno per battezzare, non diciamo: “Non ricevete il battesimo”, ma: “Non ricevetelo nello scisma”» (Sul battesimo dei donatisti, I.2.3). Non diciamo alla Fraternità: “non professate la fede”, ma “non fatelo nello scisma”.

Perché il punto è proprio qui, ed è ciò su cui la Fraternità continua a menar il can per l’aia, arroccandosi su una interpretazione dello stato di necessità incompatibile con la costituzione divina della Chiesa. Non esiste, infatti, un episcopato cattolico che nasca contro la volontà del Papa, cui spetta, per diritto divino, di selezionare, consacrare ed inviare i vescovi. Non esiste un episcopato cattolico che prescinda dall’appartenenza al corpo episcopale, che possa essere esercitato, anche solo dal punto di vista del potere d’ordine, autonomamente, quando non persino in contrapposizione agli altri vescovi e al Papa. Non esiste un episcopato solo “sacramentale”, ossia che non sia ordinato al governo della Chiesa, ragion per cui un’ordinazione episcopale senza mandato costituisce un atto scismatico.

Se un suggerimento può essere dato alla Santa Sede, è certamente quello di incontrare i vertici della Fraternità e tirar fuori una volta per tutte questi problemi. E altri, che l’attuale superiorato di don Pagliarani ha il “merito” di non riuscire più a tenere nascosti sotto i tappeti della propria sbandierata fedeltà alla Chiesa, e che vanno nella direzione di ritenere dubbi quasi tutti i sacramenti novus ordo. Due sacerdoti che hanno lasciato qualche anno fa la FSSPX, hanno confermato (vedi qui) quanto a me già noto (ma non al pubblico medio), ossia che «la Fraternità San Pio X reitera le cresime conferite col rito riformato da Paolo VI», e «addirittura recentemente a Bordeaux è stata nuovamente conferita la cresima a un giovane già cresimato dal card. Ricard con il rito tradizionale». Si tratta dell’ennesimo segnale preoccupante, insieme a quello di non usare le ostie consacrate nelle Messe celebrate con il rito di Paolo VI, a conferma del fatto che ormai la tesi di don Jean-Michele Gleize, teologo della FSSPX e docente di teologia dogmatica a Ecône, sulla dubbiosa validità di quattro sacramenti novus ordo, non riguarda solo una corrente minoritaria. «Precisamente – scrive don Gleize – le loro [dei vescovi “conciliari”] intenzioni sono dubbie nella misura esatta in cui sono dubbi i nuovi riti riformati da Paolo VI. Sappiamo che sussiste un dubbio, riguardo alla validità, per i due sacramenti dell’estrema unzione e della cresima, a causa della materia. Esiste un dubbio anche per il sacramento dell’Eucaristia, per la Messa, a causa dell’ambiguità del nuovo rito, che può distorcere l’intenzione del celebrante. Per quanto riguarda il sacramento dell’Ordine, la problematica, se di problematica si tratta, è analoga a quella della Messa: non si può giudicare la validità se non caso per caso, in base alle celebrazioni concrete».

La Fraternità, in sostanza, concepisce se stessa come l’unica realtà nella quale questi sacramenti sono certamente validi. Anche nelle realtà che celebrano i sacramenti in rito antico il dubbio è tutt’altro che assente, a causa di una possibile invalidità a monte dell’ordinazione episcopale di colui che ha conferito gli ordini maggiori. E così, il cardinale Jean-Pierre Ricard, arcivescovo emerito di Bordeaux, potrebbe aver conferito delle cresime invalide (agli occhi della FSSPX) per almeno due ragioni: possibile invalidità degli oli sacri (quanto alla materia) e possibile invalidità della sua ordinazione.

Per non parlare della sempre viva Commissione San Carlo Borromeo per la nullità matrimoniale (ed altre cosette), dove la Fraternità di fatto esercita quella giurisdizione che poi sbandiera di non voler trasmettere con le “proprie” ordinazioni episcopali. La Santa Sede li riceva dunque, ponga direttamente ai suoi interlocutori domande che permettano di chiarire una volta per tutte queste ambiguità e prenda una posizione chiara e definitiva, che possa orientare i fedeli e confermarli nella fede.



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