Crisi tra Londra e Parigi sui migranti nel Canale della Manica
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Dalla Francia un monito al Regno Unito: rivedere la politica migratoria. Teatro del braccio di ferro diplomatico è il comune francese di Le Touquet, passato dal turismo di lusso all'immigrazione incontrollata, che chiede di sciogliere il nodo sulle coste inglesi.
Il Canale della Manica non è più solo un braccio di mare, ma un confine di sabbia e burocrazia che rischia di saltare per l’immigrazione incontrollata. Per comprenderne la fragilità, bisogna partire dalle parole di Daniel Fasquelle, sindaco di Le Touquet: «Se si vogliono preservare gli accordi di Touquet, che garantiscono il regolare flusso degli scambi commerciali tra Francia e Regno Unito, è urgente che Londra riveda la sua politica migratoria, in modo che la Francia smetta di sopportarne le conseguenze da sola».
È in scena un nuovo scontro diplomatico tra Londra e Parigi e questa volta a fare da cornice è il minuscolo comune francese di Le Touquet nel dipartimento del Passo di Calais un tempo meta del turismo di lusso francese. Sono state 49.966 le persone che, solo nel 2025, a bordo di 795 imbarcazioni di fortuna hanno sfidato le leggi. È una realtà con cui sindaci, forze dell’ordine e residenti convivono quotidianamente: una pressione strutturale insostenibile che ha ormai travolto la capacità di resistenza del territorio.
Eppure, i tentativi di arginare la crisi non sono mancati, soprattutto sul piano finanziario. Dal 2014, gli inglesi hanno versato alla Francia centinaia di milioni di euro per sigillare quel tratto di mare. Fino all’ultimo passo formale di pochi mesi fa, ad aprile, quando la situazione è diventata così insostenibile da imporre un nuovo patto.
Dopo mesi di serrati negoziati, Parigi e Londra hanno concordato il rinnovo del Trattato di Sandhurst per i prossimi tre anni. Nato nel 2018 per bloccare le traversate illegali e già prorogato una prima volta nel 2023, il trattato era in scadenza nel 2026. L’accordo di aprile ha ridisegnato i contorni della cooperazione: le autorità britanniche metteranno sul tavolo fino a 766 milioni di euro in tre anni. Una parte, pari a 186 milioni, sarà infatti “flessibile” e legata a doppio filo all’efficacia reale delle misure sul campo. L’altra quota, quella fissa e garantita a Parigi, sale a 580 milioni di euro, segnando un aumento rispetto ai 540 del passato. Cifre enormi, che servono a finanziare una vera e propria militarizzazione della costa: il numero di agenti dedicati alla sorveglianza delle spiagge è destinato a raddoppiare, raggiungendo le 1.400 unità entro il 2029.
Lo scacchiere della sicurezza si arricchisce poi di nuove pedine. Una sezione speciale della CRS, la polizia stradale e antisommossa francese, verrà interamente dedicata al contrasto dell’immigrazione clandestina, supportata da un dispiegamento tecnologico massiccio di droni, elicotteri e sistemi elettronici di monitoraggio. Un giro di vite simbolicamente siglato dal cantiere del nuovo Centro di detenzione amministrativa (CRA) a Loon-Plage, nei pressi di Dunkerque. Sarà qui che gli immigrati colpiti da un ordine di espulsione verranno trattenuti in attesa del rimpatrio.
Numeri che, più di ogni altra riflessione, dimostrano come l’Europa sia sotto attacco e i costi e le difficoltà pesino sulle spalle di tutti. Emblematico è il caso di Decathlon: sembra quasi una boutade, ma con una decisione presa nel 2021 l’azienda francese ha bloccato la vendita di canoe e gommoni nei negozi di Calais e Grande-Synth, nel nord del Paese. Lo sforzo dello Stato francese è colossale — tra rinforzi di gendarmeria, pattugliamenti marittimi e intelligence bilaterale — eppure le reti dei trafficanti di uomini continuano ad adattarsi, a trovare nuove rotte, mentre il bilancio delle vittime sale. Gestire le conseguenze senza aggredire le cause profonde significa, lamentano i francesi, condannare la Costa d’Opale a subire, in solitudine, il peso di una crisi globale che le sta sfuggendo di mano.
Allo stesso tempo, in uno scenario così teso, non si possono mettere in discussione gli accordi di Le Touquet. Il trattato bilaterale siglato nel 2003 permette alle autorità britanniche di effettuare i controlli di frontiera direttamente in territorio francese, prima ancora dell’imbarco. Ma è l’accordo commerciale il vero polmone tra i due Paesi. Attraverso lo Stretto di Dover transitano ogni anno 1,5 milioni di camion, 40 milioni di tonnellate di merci e 20 milioni di passeggeri. Smantellare questo equilibrio significherebbe paralizzare uno dei corridoi economici più vitali d’Europa. Confondere i flussi commerciali con l’emergenza dell’immigrazione incontrollata sarebbe il modo più rapido per infilarsi in un vicolo cieco.
Ecco perché è proprio il sindaco di Le Touquet ad insistere perché il nodo della crisi umanitaria vada sciolto a Londra, non sulle scogliere francesi: chi vuole chiedere asilo nel Regno Unito dovrebbe essere accolto in territorio britannico mentre la sua pratica viene esaminata.
Secondo la polizia di frontiera, le reti di trafficanti chiedono, per attraversare la Manica, tra i 2.500 e i 7.000 euro, a seconda dei profili e delle nazionalità. Abbastanza per alimentare una potente economia mafiosa. E si occupano loro di fornire i documenti falsi, insieme ai gommoni usati e ai pescherecci rubati in zona.
Ma la situazione è tesa perché la Francia non si trova a fare i conti solo con il collo di bottiglia della Manica. Il Paese è stretto in una morsa geopolitica e demografica ben più ampia, i cui contorni sono disegnati dagli ultimi, inequivocabili dati di Frontex. A fronte del calo sulle altre rotte, quella del Mediterraneo occidentale verso la Spagna ha registrato un aumento del 50% nei primi quattro mesi dell’anno, spinta dai trafficanti che sfruttano le politiche del governo socialista Sánchez per introdurre immigrati diretti principalmente in Francia.
Secondo le stime dell’Insee, la Francia vedrà un’accelerazione progressiva con una quota costante di 150.000 immigrati all’anno da qui al 2070 — un incremento medio del 50 per cento rispetto agli ultimi trent’anni —, in un contesto in cui nel 2025 i nati fuori dai confini sono già 9,6 milioni (pari al 14 per cento dei residenti), di cui quasi la metà proviene dal continente africano.
Una polarizzazione sociale che ha trovato una sponda politica immediata e clamorosa nelle parole di Gérald Darmanin. In un’intervista rilasciata al Journal du Dimanche, il ministro della giustizia ha rotto gli indugi proponendo una moratoria di tre anni sull’immigrazione anche legale. La tesi, netta, è che la Francia abbia ormai raggiunto il limite massimo della propria capacità di integrazione e assimilazione. «Dobbiamo porre fine all’immigrazione così com’è oggi», ha scandito, lanciando un guanto di sfida che sposta l’asse del dibattito e ipoteca il futuro: sarà proprio questa la trincea su cui si giocheranno le prossime elezioni presidenziali. Un sondaggio condotto dall’Istituto CSA per CNEWS, JDD ed Europe 1 ha rivelato che il 63 per cento dei francesi sarebbe favorevole.
