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Covid, un anno dopo. L'Italia non è un "modello"

A un anno dal primo caso di paziente positivo al virus, a Codogno, ancora vengono proposte strategie fallimentari. I lockdown generalizzati, invece che interventi mirati, hanno mandato in rovina la società senza che alcuna critica fosse possibile. Non c'è alcun "modello italiano", niente di cui vantarsi. 

Annalisa Malara, la dottoressa che scoprì il primo caso italiano di Covid

A un anno dal primo caso di paziente positivo al virus, a Codogno, in Lombardia, l’incertezza resta la nota dominante della gestione della pandemia. Nelle ultime ore, l’enfasi è stata posta soprattutto sull’esigenza di accelerare il più possibile la campagna vaccinale di massa, al fine di poter al più presto tornare alla normalità, mentre è mancato il classico bilancio che si fa in anniversari come questo. E se questo bilancio fosse stato fatto da qualcuno con un po’ di onestà intellettuale si sarebbe forse posto l’accento sugli errori commessi dalle istituzioni nella gestione dell’emergenza Covid.

La pandemia ci ha insegnato tante cose. Una su tutte. Gli scandali emersi negli ultimi mesi sul piano pandemico non aggiornato, sul business delle mascherine, sul mercato parallelo dei vaccini una verità l’hanno consegnata alla storia: non esisteva nessun “modello italiano” di gestione della pandemia. Il governo Conte bis, nella sua narrazione autocelebrativa, ha accreditato la visione di una situazione ineluttabile, da fronteggiare con un’unica arma: i lockdown. E ha potuto contare su un sistema dei media in larga parte compiacente e sul cosiddetto “popolo del divano”, vale a dire i milioni di italiani “garantiti” che hanno potuto stare fermi senza uscire di casa e senza lavorare grazie a posti fissi o rendite famigliari o case grandi e confortevoli e che hanno fatto il tifo per i divieti, mostrando un appiattimento sulla propaganda governativa e uno stucchevole egoismo sociale.

Se abbiamo avuto oltre 95.000 morti di Covid e con Covid e se ancora oggi navighiamo a vista senza un orizzonte chiaro e definito, è proprio perché non c’è stato alcun modello italiano. I lockdown stanno corrodendo l’economia e minando la stabilità individuale e sociale, e questa è una amara certezza, mentre non ci sono evidenze scientifiche dell’efficacia di politiche restrittive come quelle sin qui varate da Governo e Regioni. Le misure di distanziamento e contenimento sono decisive per limitare la circolazione del virus, ma i sacrifici aggiuntivi che gli italiani hanno dovuto sopportare in termini di limitazione delle libertà personali, divieti schizofrenici e contraddittori, chiusure di imprese ed esercizi commerciali, rinuncia alle attività scolastiche e lavorative in presenza, non hanno prodotto benefici misurabili e documentabili.

Con interventi mirati e “chirurgici” sui focolai e con attività di tracciamento, come insegnano altre esperienze statali, si sarebbe ottenuto molto di più e con danni di gran lunga inferiori per persone, famiglie, imprese. Al dogma dei lockdown si somma quello dei vaccini, vissuti come unico antidoto ad un virus che si sarebbe potuto fronteggiare fin dall’inizio anche con altri strumenti, dai farmaci agli anticorpi monoclonali, con strategie diverse e meno “ideologiche” e una valorizzazione delle cure domiciliari e della medicina di base. I tanti medici che hanno curato a casa con antinfiammatori e altri farmaci i positivi al Covid ne sono la dimostrazione eloquente, nonostante se ne sia parlato sempre troppo poco.

Se non è andato tutto bene non diamo solo la colpa alla fatalità. Interroghiamoci sugli errori fatti da chi ha gestito l’emergenza. Siamo passati dall’”andrà tutto bene” di un anno fa al “non sta andando affatto bene” di oggi, con la perpetuazione di strategie di contrasto al virus fallimentari e mortificanti per la dignità delle persone. Non a caso siamo passati dal canto dell’inno d’Italia dai balconi alle proteste di piazza.

A fine ottobre l’ex premier Giuseppe Conte, in uno dei suoi soliloqui televisivi, prometteva agli italiani chiusure di qualche settimana “per salvare il Natale”. Si è visto come è andata a finire. Ora i governatori organizzano riunioni per decidere se chiudere fino a Pasqua, prorogando di un altro mese i divieti previsti nel decreto in scadenza il 5 marzo. Sembra una storia senza fine, con una classe politica che non interviene sui nodi centrali della questione: tracciamento del virus, valorizzazione della medicina territoriale e dei farmaci, differenziazione degli orari di accesso alle scuole e agli uffici, potenziamento dei trasporti pubblici urbani.

Il vero cambio di passo dovrà essere questo: rimettere al centro i cittadini e gestire in modo maturo, responsabile ed equilibrato la convivenza con il virus. Senza costose restrizioni e gravosi sacrifici per persone, famiglie e imprese. Ogni venerdì milioni di italiani attendono con ansia il responso del Comitato tecnico-scientifico sull’andamento epidemiologico, in base al quale quell’organismo assegna i colori ad ogni regione. Tra quegli italiani ci sono ristoratori che non sanno se fare la spesa per la domenica, non avendo la certezza di poter rimanere aperti, albergatori e operatori del settore turistico che non sanno se avranno clienti e tante famiglie che non sanno se potranno varcare i confini del proprio comune o della propria regione.

La fruizione delle libertà fondamentali non può rimanere appesa all’andamento di un virus che sta uccidendo le economie e le società. Occorre pianificare e organizzare la ripartenza, gestendo con meno allarmismo la situazione attuale e mostrando responsabilità nel coniugare la tutela della salute con tutti gli altri diritti individuali e sociali. Dopo un anno di Covid questo rimane l’imperativo imprescindibile.

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