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Coltivare la speranza, l’invito di Tamaro e Borgna

L’ultimo romanzo di Susanna Tamaro, “Una grande storia d’amore” (Solferino), e il saggio di Eugenio Borgna, “Speranza e disperazione” (Einaudi), aiutano a ritrovare il senso e la gioia della vita, tanto più necessari in tempi come gli attuali, in cui sembrano prevalere messaggi di ansia e paura.

Viviamo in un periodo di drammatica incertezza e più che mai abbiamo bisogno di guardare la realtà, pur oggettivamente ardua, con uno sguardo nuovo e aperto alla fiducia e alla speranza. Ci può aiutare perciò sospendere volontariamente l’ossessivo martellamento dei media che, a tutte le ore e su tutti i canali televisivi o le piattaforme dell’informazione digitale, ci richiamano ai disastri del Covid-19 con voci spesso stonate. E facciamo una scelta diversa puntando a letture che descrivono storie ricche di significato o che ci propongono riflessioni confortanti. Come l’ultimo, bel romanzo firmato da Susanna Tamaro, Una grande storia d’amore (Solferino), che partendo da una tormentata storia d’amore ci ricorda profonde verità.

La scrittrice triestina, che nei giorni scorsi su un quotidiano ha offerto un’intelligente e coraggiosa “lettura” delle restrizioni legate alla pandemia (“Barnum mediatico”, “nuove terroristiche limitazioni”, “governo che naviga a vista”), nella sua più recente prova letteraria non ci risparmia le fragilità del nostro mondo contemporaneo, che anzi sono specchio veritiero dell’epoca complicata in cui viviamo, ma nello stesso tempo ci conduce con sicurezza verso la riscoperta del bene.

Edith e Andrea sono i protagonisti del romanzo della Tamaro. Vivono un amore travolgente ma segnato da sofferte interruzioni, dovute anche alla diversità dei loro caratteri e delle loro scelte di vita. Lei è una giovane trasgressiva, tradita dall’ideologia maoista che le aveva promesso una giustizia irraggiungibile; lui è un capitano di marina molto rigoroso, che ha il coraggio di attendere e accogliere la ragazza che finalmente si arrenderà al suo corteggiamento, dopo lunghe sospensioni e delusioni. La vicenda, raccontata in prima persona da Andrea, si svolge inizialmente in una Venezia fascinosa e decadente, minacciata dall’acqua alta. Ma tocca anche mondi diversi, tra Oriente e Occidente (entrambi inconsapevolmente orfani di Dio), raggiunti da traghetti o navi da crociera condotti dal nostro inquieto capitano. Il luogo dell’approdo per i due innamorati sarà l’Isola della luce e del vento, dove compreranno una casa per vivere finalmente insieme con dolcezza, accanto alla laboriosità delle api che Edith segue con premura. Anche se Andrea rimarrà poi solo, alla morte di lei, continuerà a “parlare” con la moglie del loro grande amore, ritrovando alla fine la figlia Amy, che da troppo tempo aveva interrotto i rapporti con i genitori.

Ancora una volta, come spesso accade nei silenzi delle nostre case, le verità non dette segnano il dolore di una famiglia che pure ha cercato di vivere con amore. In questa storia sono le donne che si mostrano fragili, ferite, scostanti, che indossano una corazza per non perdere il controllo, per paura di farsi amare per poi essere abbandonate. Madre e figlia si somigliano ma, pur con tutte le sue debolezze, Andrea si impegna nel difficile compito di capirle e accoglierle. Anche perché si tratta di donne coraggiose, capaci di accettare maternità non volute ma intraviste come un dono. “La vita porta con sé altra vita”, ricorda la saggezza della mamma di Edith (ben lontana dal cinico politically correct dei nostri giorni). D’altra parte poi i figli fuggono, si perdono, girano per il mondo segnati dalle loro ferite. Ma Edith e Andrea riconoscono che possono solo “accettare la loro libertà senza smettere di amarli”, è questo il compito dei genitori. Si può scoprire così che c’è un filo della Provvidenza che ci accompagna nei nostri tortuosi percorsi di vita. Un filo che può essere una lettera, magari nascosta, perché il destinatario la legga quando potrà o vorrà. È proprio la lettera finale del romanzo che la moglie aveva scritto per Andrea e che lui trova solo nella sua vecchiaia solitaria.

La “lettera ritrovata” è il frutto del percorso di maturazione di Edith, tra dolore e paure, che grazie all’amore di lui ha potuto sconfiggere nel loro potenziale distruttivo. Ma questo avviene solo a patto di riconoscere alcune verità che il mondo senza Dio di oggi ha reso desuete. Edith le può affermare senza timore, scoprendo anche a beneficio del lettore ciò che un tempo era evidente e oggi non lo è più. “Siamo forse tutti inadeguati perché la vita è troppo complessa per essere affrontata con le nostre misere forze”. “Siamo inadeguati alla vita perché siamo inadeguati davanti alla morte”. E con grande coraggio la ribelle Edith si chiede: “Ci danniamo a fare piani e disegnare strategie e poi tutto finisce. Che senso ha il prima, se non c’è un poi, se non c’è un dopo?”. La resa alla verità si sintetizza in queste parole di assoluta speranza: “Ora ho capito che c’è un Bene che prima ci genera nella nascita e poi, in modo misterioso e diverso, ci rigenera nella morte.” Affacciarsi a questa consapevolezza comporta anche un compito: “La vita potrebbe non esserci, invece c’è. Dovremmo essere testimoni di un simile miracolo, non smettere di stupirci”.

L’apertura alla speranza è anche il percorso di Eugenio Borgna nel suo ultimo saggio, Speranza e disperazione (Einaudi). La riflessione si snoda tra la letteratura, in particolare Leopardi e Pavese, e il lavoro di psichiatra dell’autore. I due atteggiamenti umani sono strettamente connessi. Borgna cita proprio Leopardi (dallo Zibaldone), quando afferma che “la disperazione medesima non sussisterebbe senza la speranza”. Ma se la speranza appare fragile, è tuttavia l’unica via per liberare l’essere umano dalla solitudine e dagli abissi dell’anima. La possiamo definire passione del possibile, perché è inesausta tensione a riconoscere il senso della vita. Quando il senso viene meno diventa disperazione. Coltivare la speranza diventa allora l’impegno di ogni uomo, per sé e per gli altri. Tanto più in un momento come quello attuale in cui l’angoscia, dopo un’estate apparentemente spensierata, torna a mordere.

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