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Caso Cancellieri: la malagiustizia è il vero problema

Nella telefonata fra Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti e Annamaria Cancellieri, ministro della Giustizia, c'è il riassunto della malagiustizia in Italia.

Annamaria Cancellieri

Il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, si presenta oggi per un’audizione in Senato. È l’ennesima crisi di governo. Il Parlamento è spaccato fra un Pdl che difende il ministro e un Pd contrario e un Movimento Cinque Stelle che ne chiede le dimissioni. La bufera politica rischia di nascondere l’evento che ha causato il tutto. L’evento in questione è una telefonata, intercettata e, come al solito, pubblicata.

Il 17 luglio, Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti (agli arresti domiciliari per falso in bilancio e manipolazione di mercato della compagnia assicurativa Fondiaria-Sai) e matrigna di Giulia Maria e Jonella (entrambe incarcerate in custodia cautelare per la stessa indagine) telefona disperata e piangente al ministro Cancellieri. Le dice che il mondo le sta crollando addosso. Le due figliastre sono appena finite in carcere. La Cancellieri promette di fare qualcosa. Non se ne parla nella telefonata, ma una delle due figliastre in carcerazione preventiva, Giulia Maria, soffre di anoressia e in galera potrebbe anche morirci. Gabriella Fragni e Annamaria Cancellieri sono in ottimi rapporti di amicizia. Il figlio della Cancellieri, Piergiorgio Peluso, è stato direttore generale della Fondiaria-Sai nel 2011 e 2012, gli anni della crisi societaria. Poi ne era uscito con una liquidazione milionaria. Amici di famiglia e amici d’affari. Detto fatto: le porte del carcere si aprono per Giulia Maria dopo un mese e mezzo di carcere preventivo, il 28 agosto scorso. Una settimana dopo, lei patteggia due anni e 8 mesi e il 19 settembre è fuori anche dagli arresti domiciliari. Siccome la privacy è ben povera cosa, la telefonata viene spiattellata su giornali e televisioni. Ecco qua: il caso Cancellieri è pronto e servito.

In questo piccolo dramma familiare, c’è tutta l’Italia. Prima di tutto: come mai siamo a conoscenza di una telefonata personale fra due amiche? Perché basta digitare su Google “Fragni” e “Cancellieri” per trovare tutto il testo della chiamata, inclusi i pianti, i lamenti e intime accuse al sistema Italia? Le intercettazioni telefoniche servono alle indagini, dicono i difensori del sistema. Perfetto. Ma anche la loro pubblicazione? Ci siamo preoccupati, in tutti questi giorni, sull’uso improprio che la Nsa americana possa fare delle sue intercettazioni. Ma poi troviamo normale pubblicare le nostre?

In questa telefonata c’è tutto il dramma delle carceri. Perché tenere in prigione una persona innocente (fino a prova contraria) che soffre di anoressia? Nelle patrie galere sono già morte un’ottantina di persone, per malattia, per suicidio o per cause tuttora da accertare. Nelle carceri del nostro Paese vi sono circa 20mila prigionieri in più rispetto alla loro capienza. Più della metà di questi sono innocenti, in attesa di giudizio di primo grado, una di queste era Giulia Maria Ligresti.

È possibile che lei sia stata scarcerata per diretta intercessione della Cancellieri. Il caso è ancora da accertare, anche se la stessa ministra dichiara di aver agito per “motivi umanitari”, non solo per l’amica, ma anche per un altro centinaio di casi. Per simili motivi umanitari (una telefonata di intercessione a favore di Ruby, la ragazza dell’Olgettina), l’ex premier Silvio Berlusconi si è beccato 6 anni di condanna in primo grado per concussione. Se la Cancellieri dovesse farla franca, senza neppure rassegnare le dimissioni, sarebbe l’ennesimo, imbarazzante caso di doppio standard: a Berlusconi 6 anni e lei niente?

Ma poniamoci, piuttosto, la domanda ancor più importante: se la Ligresti non fosse stata un’amica di famiglia? L’avrebbero lasciata morire, come i circa 80 suoi ex compagni di prigione già deceduti o suicidati nel corso dell’ultimo anno? Noi iniziamo a trovare normale questo sistema, ma normale non è, nelle piccole e nelle grandi cose: si va dalle pratiche burocratiche che si sbloccano solo se hai l’amico funzionario, fino alla detenuta che morirebbe in carcere se non avesse l’amico ministro. In Italia i diritti vengono fatti valere solo se hai le relazioni giuste: come nei regimi autoritari e totalitari. Non avere i “santi in paradiso” non solo comporta la disoccupazione, ma nei casi peggiori, evidentemente, anche la morte. Di fronte a questa situazione ci sono due atteggiamenti possibili. Da un lato c’è chi condanna i favoritismi: muoiono i pezzenti, dunque muoiano tutti! Un modo giacobino di ragionare, da Grande Terrore, che caratterizza soprattutto il Movimento Cinque Stelle. Dall’altro c’è chi, invece, vorrebbe cambiare il sistema carceri-giustizia. Un problema grave, ampliato da una giustizia lentissima: 8 anni e 3 mesi di media per un processo penale. E nel frattempo, se l’accusa lo richiede e la legge lo permette, resti in galera in attesa di giudizio, anche per più di un anno.

Nella drammatica telefonata fra la Fragni e la Cancellieri troviamo tutto il senso di impotenza di fronte al potere giudiziario italiano. Persino una ministra della Giustizia appare del tutto disarmata, se non per risparmiare ulteriori sofferenze a una persona già sofferente. Sul sistema in sé e sulla sua politicizzazione, alza le spalle e non fa che prenderne atto. «Senti, non è giusto non è giusto lo so... – dice il ministro Cancellieri all’amica - tu non sai quante volte ho detto: "ora la chiamo" e poi non vengo più a Milano, non so più chi sono...ma da tanto tempo. Poi oggi ho detto: "no adesso basta, il tempo lo devo trovare perché non è possibile, questo non è possibile"». «Sembrano loro che devono ripulire il mondo, non lo so. Poi lui, lui soprattutto... – commenta la Fragni - lui non se lo meritava, ha lavorato tutta la vita come una bestia, non ha mai fatto il milionario, non ha mai fatto vacanza, non ha mai fatto niente... niente, ecco almeno fosse stato un filibustiero, nel bene e nel male ha dato da mangiare a 20-30 mila famiglie non so io, non lo so». E la Cancellieri: «no, so di essere in un Paese (incomprensibile)». Si può intuire quale aggettivo abbia attribuito al Paese.

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