Carta del Docente, scende il bonus… e l’interesse per l’istruzione
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Per il 2025/2026 la Carta del Docente è scesa a 383 euro. La platea di beneficiari è più ampia, ma al governo sarebbero bastati 100 milioni in più per mantenere il bonus al livello (500 euro) dell’anno precedente. Non averlo fatto è la conferma del disinteresse per la scuola. Il nodo stipendi degli insegnanti.
Se è vero ciò che è scritto nel Vangelo di Matteo, cioè che «dov’è il tuo tesoro, là sarà il tuo cuore», sembra proprio, numeri alla mano, che il cuore dello Stato sia ben lontano dalla scuola, nonostante il proclama. Il 9 marzo, infatti, il Ministero dell'Istruzione ha attivato – con oltre due mesi di ritardo rispetto alla data di rilascio a gennaio, cioè tre mesi dopo il classico rilascio di ottobre – la Carta del Docente per l'anno scolastico 2025/2026. L'importo: 383 euro. L'anno scorso erano 500: un taglio di 117 euro, pari al 23% in meno. Una cifra ridicola per uno degli ordini professionali più martoriati nell’alveo dello Stato, ma che serve a raccontare molto bene quali sono le reali priorità di questo Paese.
La spiegazione ufficiale è tecnica, e vorrebbe addirittura apparire ragionevole. La platea dei beneficiari di questo bonus si è allargata (per obbligo, dopo che alcune sentenze europee e della Cassazione hanno stabilito che l’esclusione dei precari da questo beneficio fosse effettivamente discriminatoria). I beneficiari sono passati a oltre un milione dai precedenti 819.000 insegnanti. Il fondo a cui attingere, come si vede, non è però cresciuto in proporzione. La torta è leggermente più grande, ma ciascuno ne prende una fetta più piccola di un quarto. Con 100 milioni aggiuntivi si sarebbero mantenuti i 500 euro per tutti, ma si è deciso di destinare quei fondi ad altro. Quello che vuole passare come un’inevitabilità aritmetica è invece a tutti gli effetti una scelta politica.
Premetto, per dovere di cronaca, che insegno nelle scuole statali, benché prima abbia lavorato in diversi contesti, in azienda e in autonomia. In ogni posto di lavoro, quale che sia, il materiale di lavoro è garantito dal datore di lavoro. A nessun tornitore è chiesto di acquistare un tornio per lavorare, a nessun impiegato di comprarsi un computer con il quale svolgere il proprio mestiere, a nessun chirurgo è chiesto di rifornirsi in autonomia dei bisturi. All’insegnante, i cui materiali di lavoro sono di fatto libri, corsi, hardware e software (perché la scuola si sta digitalizzando), va diversamente.
Il problema, però, non si esaurisce con la Carta, che ne è invece forse una riprova, un modo per focalizzare lo sguardo sul vero interesse che si ha nei confronti della classe che dovrebbe trainare i giovani verso un futuro più ricco: gli stipendi degli insegnanti italiani negli ultimi vent'anni non hanno seguito l'inflazione. Gli insegnanti di oggi sono meno “ricchi” (fa ridere solo il termine) di quelli di vent’anni fa. Il blocco contrattuale durato quasi un decennio, tra il 2009 e il 2018, ha congelato le buste paga, mentre il rinnovo contrattuale 2022-2024, firmato nello scorso novembre dopo anni di trattative, ha portato aumenti medi di 140-150 euro lordi mensili, cifra che copre meno di un terzo dell'inflazione del triennio. Gli stipendi reali dei docenti italiani sono diminuiti del 4,4% rispetto al 2015, mentre nello stesso periodo lo stipendio medio di un insegnante dei Paesi OCSE è cresciuto del 14,6%.
I colleghi tedeschi, francesi, spagnoli hanno guadagnato potere d'acquisto, noi no. Pensate, lo stipendio iniziale lordo di un docente di scuola secondaria in Germania è di 62.000 euro l'anno. La Spagna offre 36.000 euro, la Francia 32.000. In Italia: 27.000. E non si sta parlando di economie lontanissime dalla nostra, ma di Paesi con cui condividiamo moneta, trattati e l’ambizione di una coesione. Senza contare, poi, la progressione di stipendio nella carriera. In Italia uno stipendio cresce del 50% in 35 anni di servizio. In Francia cresce del 70% in 29 anni, in Portogallo raddoppia in 34. In breve: un insegnante italiano a fine carriera guadagna meno di un collega tedesco neoassunto.
D’altronde, è difficile aspettarsi altro. L'Osservatorio CPI dell'Università Cattolica ha documentato un declino strutturale: la spesa pubblica italiana per l'istruzione è scesa dal 4,1% del PIL nel 2000 al 3,5% nel 2023. Siamo all'ultimo posto tra i Paesi OCSE. Spendiamo 12.760 dollari per studente contro i 14.200 della media OCSE. L’Italia è l’unico Paese al mondo in cui la spesa per studente diminuisce al crescere del livello di istruzione. Davvero ci stupisce la fuga dei cervelli? Davvero è un problema solo del mondo del lavoro? Che istruzione può garantire una classe professionale così martoriata?
383 euro di Carta Docente sono meno di 32 euro al mese, con i quali un insegnante dovrebbe aggiornarsi, comprare i libri necessari alla propria disciplina, seguire corsi di formazione. Nella stessa settimana in cui veniva annunciato il taglio, il ministro Giuseppe Valditara spiegava che il 60% delle risorse della Carta è stato speso per hardware e software, quasi a giustificare la restrizione quadriennale agli acquisti tecnologici. Mah. Quella cifra si spiega in altro modo: i docenti usano la Carta per dotarsi degli strumenti tecnologici richiesti dall’evoluzione della Buona Scuola, hardware che la scuola non fornisce. È un cane che si morde la coda.
Uno Stato che taglia il bonus per la formazione degli insegnanti, che paga i propri docenti significativamente meno della media europea, che spende per la scuola una quota sempre più bassa della propria ricchezza, vuole davvero investire nell'istruzione? «La dov’è il tuo tesoro, lì sarà il tuo cuore». Non sappiamo dove sia il tesoro, ma sicuramente sappiamo dove non è.

