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Bradley Manning, "eroe" post-moderno

Bradley Manning è stato condannato a 35 anni di carcere, per aver svelato al mondo circa 735mila documenti segreti americani. Una pena molto mite, se si considera il danno che ha inflitto. Perché ormai lui è un "eroe" di Internet.

Bradley Manning

Bradley Manning, il “gola profonda” di WikiLeaks, è stato condannato a 35 anni di carcere e congedato con disonore dall’esercito degli Stati Uniti. Ai 35 anni della sua pena ne vanno tolti quasi 3, quelli che ha già scontato. E in futuro potrà anche godere di alcuni sconti di pena, sempre che il presidente Barack Obama non decida di concedergli la grazia, richiesta ieri dall’avvocato dell’imputato.


Considerando l’entità del danno inflitto alla diplomazia e alle forze armate statunitensi, Manning se l’è cavata con poco. Avrebbe potuto rischiare 90 anni per il reato di “intelligenza con il nemico”. L’accusa si limitava a chiedere “almeno 60 anni” di carcere. La difesa si è battuta bene, sottolineando il fatto che, di qui ai prossimi 25 anni, la maggior parte dei documenti che Manning aveva consegnato a WikiLeaks sarebbero stati comunque declassificati e resi pubblici. Forse per mantenere un minimo di deterrenza (scoraggiare altri che possano seguirne l’esempio), la corte marziale di Fort Meade lo ha condannato a 35 anni, a metà strada fra le richieste di accusa e difesa, molto lontani dal massimo della pena.


Questi 35 anni di carcere (che, appunto, diverranno meno, nel corso del tempo) vanno a punire l’artefice della più grande fuga di documenti segreti nella storia degli Stati Uniti. Stiamo parlando di quasi 92mila files sulla guerra in Afghanistan, quasi 392mila sulla guerra in Iraq e più di 251mila documenti diplomatici segreti o confidenziali, comunicazioni riservate fra il Dipartimento di Stato e 271 ambasciate statunitensi in tutto il mondo, scritte fra il dicembre del 1966 e il febbraio del 2010. E gli Usa si sono scoperti improvvisamente nudi. Nemmeno le ultime grandi spie dell’Est, come John Walker e Rainer Rupp, erano riuscite ad arrivare a tanto.


Manning, un ragazzo di 26 anni, arrestato quando ne aveva 23, secondo la sua stessa confessione, non è stato spinto da alcuno per decidere di consegnare documenti segreti a Julian Assange, fondatore di WikiLeaks. Non era motivato da persecuzioni o dissidenza politica. Nel 2009, l’unico problema che aveva confidato, prima della sua grande opera di spionaggio, era quello di essere gay in un esercito in cui non si poteva dichiarare tale, grazie alla vecchia regola “Don’t ask don’t tell”, abolita appena due anni dopo. Per alcuni dei suoi superiori e colleghi dell’esercito aveva semplicemente qualche grosso problema mentale. E infatti era già in terapia, quando picchiò una sua collega, nell’intelligence, beccandosi una degradazione da “specialista” a “soldato semplice”, pur rimanendo negli stessi uffici da cui poteva avere accesso a tutti i segreti degli Usa.


Se ne deduce che: nel più potente esercito del mondo, un giovane soldato semplice, già in terapia, ha accesso a circa 735mila documenti segreti ed ha la possibilità di mandarli a WikiLeaks, dove vengono pubblicati su Internet e ripresi dai maggiori quotidiani del mondo: The Guardian (Gran Bretagna), New York Times (Usa), El Pais (Spagna), Der Spiegel (Germania), Le Monde (Francia). Una bella prova di efficienza: da parte di Manning, non da parte di chi, quei segreti, avrebbe dovuto custodirli sotto chiave. A qualche mal pensante verrebbe persino il dubbio di una accurata operazione di contro-informazione gestita dall’amministrazione Obama, considerando che quasi tutti i segreti rivelati mettono in cattiva luce il precedente governo Bush. O suonano come avvertimenti a Iran, Corea del Nord e altri attuali nemici degli Usa. Vogliamo anche escludere questa ipotesi, perché qualunque governo che si fa fregare 735mila documenti da un soldato semplice (di 23 anni e in terapia … ) non fa una bella figura.


La relativa mitezza della pena, commisurata al danno arrecato agli Usa, può stupire non pochi. Ma, questa sì, si può considerare come una campagna di immagine, a cui non sfugge neppure l’esercito statunitense. Manning, così come Edward Snowden (il “gola profonda” del caso Nsa) è diventato un eroe dei nostri tempi. Si diceva gay e perseguitato da un esercito maschilista, passava le informazioni criptate nei cd di Lady Gaga, ha rivelato al mondo l’esistenza di molte azioni violente commesse dagli Usa in Iraq e in Afghanistan, ha sfidato l’autorità costituita più odiata dal mondo. Ma soprattutto: ha sposato in pieno quella che sta diventando l’ideologia dominante di Internet, il collettivismo dell’informazione, dove qualunque cosa, dal parere personale al più segreto dei segreti di Stato, deve essere trasparente e condiviso da tutto il popolo. È l’ideale di una democrazia diretta di Internet che è alla base del pensiero di Julian Assange, dei Partiti Pirata europei e del nostrano Gianroberto Casaleggio, padre ideologico del Movimento Cinque Stelle.

Manning, assurto a testimonial di queste idee, è ora oggetto di una campagna di raccolta firme per assegnargli il Nobel per la Pace. Quando era detenuto a Quantico, in isolamento, a difenderlo si è mobilitato il governo britannico (Manning è di madre inglese), una delegazione del parlamento tedesco e Amnesty International. Tutti hanno puntato il dito contro l’esercito Usa per il “trattamento disumano” inflitto al prigioniero. Quando, allora è stato trasferito a Fort Leavenworth, si è mobilitata direttamente l’Onu, per bocca di Juan Mendez, rapporteur speciale per la tortura. Come sarebbe stato possibile condannare un uomo, così al centro dell’attenzione mondiale, a 90 o 60 anni di galera? Bradley Manning, non solo è diventato l’uomo più compatito del mondo, ma è un vero e proprio “eroe” post-moderno. Tutto da valutare, ancora, quanti morti possa provocare la sua operazione-verità: quante informazioni rivelate mettano a rischio vite umane, quanti informatori in Iraq e Afghanistan siano stati “bruciati”, quante informazioni utili abbiano raccolto i nemici degli Stati Uniti, per uccidere americani e loro alleati.

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