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Berlusconi: se tocca i fili dei magistrati ...muore

Un avvertimento chiaro e tondo per Berlusconi: se parla di magistratura il suo affidamento ai servizi sociali potrebbe essere subito commutato in arresti domiciliari. Viene così vietata gran parte della campagna elettorale di Forza Italia.

La manifestazione del Pdl a Milano, 11 marzo 2013

In una democrazia che garantisce la libertà d’informazione, i comuni cittadini, i giornalisti e soprattutto i politici sono liberi di criticare anche l’operato della magistratura. Lo hanno affermato tante sentenze degli ultimi anni pronunciate dalla Cassazione e quindi il principio può dirsi acquisito all’ordinamento giuridico.

Due giorni fa, però, Il Procuratore generale di Milano Antonio Lamanna, nell'esprimere parere favorevole all’affidamento ai servizi sociali di Silvio Berlusconi, ha avvertito il condannato (che non era presente in aula): «Se dovessi nuovamente diffamare i giudici, l’affidamento potrebbe essere revocato e ci sarebbero per te gli arresti domiciliari». Il magistrato ha portato in aula un articolo comparso sul Corriere della Sera il 7 marzo scorso, in cui viene riportato che Berlusconi avrebbe detto, in vista della decisione del Tribunale di Sorveglianza: «Sono qui a dipendere da una mafia di giudici».

La dichiarazione del Procuratore generale di Milano sa molto di bavaglio, proprio quel bavaglio che una certa sinistra giustizialista e una certa destra populista dichiarano a parole di voler combattere. La dichiarazione di Lamanna è intrisa di ideologismo e non promette nulla di buono rispetto all’esecuzione della pena di Silvio Berlusconi, che verrebbe solo parzialmente limitato nei movimenti (e quindi nell’agibilità politica), avendo probabilmente soltanto l’obbligo di trascorrere mezza giornata alla settimana nella struttura lombarda presso cui assisterà i disabili (pare questa la decisione più probabile), ma che potrebbe non essere libero di manifestare il suo pensiero in campagna elettorale, per esempio se dovesse fare semplicemente cenno alla presunta faziosità di certa magistratura e al farraginoso funzionamento della macchina della giustizia italiana.

«Chi tocca i fili muore», sembra questo il messaggio che arriva ancora una volta dalle aule giudiziarie italiane. Lo si evince non solo dalle parole di Lamanna ma anche dalle recenti sentenze in materia di temi etici. Ormai le toghe pretendono di fare selezione politica, di stabilire la chiusura di stabilimenti industriali, di fissare i confini del bene e del male in materia di embrioni, di nozze gay, di famiglia, di droghe, di costumi.

Finire nel tritacarne giudiziario, che sovente interagisce con quello mediatico, è quanto di peggio si possa augurare ad una persona onesta e perbene. L’evidente squilibrio di poteri che si è creato col tempo in Italia, con una magistratura spesso onnipotente e priva di contrappesi, si sta riverberando sull’andamento della vita civile, stravolgendo molti principi giuridici ed etico-deontologici e limitando di fatto alcune libertà fondamentali. Le lungaggini della giustizia civile, tanto per dirne una, hanno portato al collasso migliaia di aziende e messo in ginocchio interi settori dell’economia. Nella magistratura fanno carriera soprattutto coloro che trascorrono più tempo negli studi televisivi e nei salotti che contano anziché nei loro uffici.
Il vento dell’antipolitica ha sminuito ulteriormente il ruolo del Parlamento e delle leggi, lasciando campo libero ad una magistratura che può demolire, smantellare, pontificare, sospendere, alla faccia della sovranità popolare, che è rimasta soltanto un’icona sbiadita.

Eppure la quinta sezione penale della Cassazione (sentenza n.25138), già nel luglio 2007,assolse Vittorio Feltri, all’epoca dei fatti direttore del quotidiano “Libero”, dall’accusa di diffamazione a mezzo stampa, con riferimento ad un articolo in cui denunciava l’imparzialità delle indagini condotte dal pool di “Mani pulite”, all’epoca di Tangentopoli. Quella sentenza sancì due principi: la critica è legittima anche quando ha ad oggetto l’attività giudiziaria; i giornali sono i “cani da guardia” della democrazia e delle istituzioni, anche giudiziarie. Nel 2009, in un’altra sentenza (n.37442), la stessa sezione della Cassazione precisò che i media possono richiamare l’attenzione sulla gravità delle conseguenze dell’operato della magistratura.

Dunque i recenti orientamenti giurisprudenziali allargano sensibilmente le maglie all’esercizio del diritto di critica anche nei confronti dei giudici, purché la manifestazione delle opinioni di dissenso non trascenda in contumelie e insulti gratuiti. Se un leader politico, con toni forti e incisivi, nello svolgimento della sua attività elettorale, rappresentando un partito che da anni mette tra le priorità riformatrici del Paese la riforma della giustizia, solleva dubbi sull’obiettività di una certa parte della magistratura, può venire per questo motivo perseguito per legge e limitato nella sua libertà d’espressione? L’applicazione di una misura come quella dell’affidamento in prova ai servizi sociali può giustificare una limitazione della libertà di parola in campagna elettorale? Il dibattito è aperto.

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